Sul testamento biologico l’ultima parola spetta al paziente

Corriere della Sera, Ignazio Marino

Caro direttore, ho letto l'intervista sul Corriere dell'ex presidente del Comitato nazionale di bioetica (Cnb) a proposito del testamento biologico. Conosco molto bene il documento sulle “Dichiarazioni anticipate di trattamento” che, nel 2003, è stato approvato dal Cnb. Quel testo e stato preso in considerazione dalla Commissione sanità del Senato, che presiedo, come punto di partenza per iniziare un percorso di dialogo e confronto che è maturato in questi mesi. Alcuni disegni di legge, attualmente all'esame della Commissione, ne rispecchiano i principi, in particolare il ddl 773. Personalmente trovo che in tale documento ci siano alcuni aspetti validi e molto utili, ed altri che non condivido pienamente. Non concordo, infatti, con l'idea che spetti al medico l'ultima parola in merito alle terapie che vanno somministrate a un paziente nelle fasi terminali della sua vita, quando esiste un testamento biologico. Che senso ha scrivere un documento in cui indichiamo le nostre volontà se poi, alla fine, è comunque il medico a decidere per noi? E poi quale medico vorrebbe questa responsabilità? Mi sembra, inoltre, inopportuno affermare che il documento del Cnb e stato “disatteso” e che l'ex presidente si aspettava che “saremmo partiti da quello e lo avremmo trasformato in legge”. Penso che il compito del Parlamento, soprattutto quando affronta temi eticamente sensibili, sia quello di procedere in maniera indipendente pur avvalendosi del prezioso contributo di esperti, come certamente sono i membri del Cnb, per avviare un confronto e un dialogo costruttivo fra le diverse parti politiche. Inoltre, mi preme sottolineare che il Parlamento non si è bloccato dopo il 2003, come dice D'Agostino. Tutt'altro. Siamo ripartiti da un disegno di legge che nella scorsa legislatura, il 17 luglio 2005, era stato votato all'unanimità dalla Commissione sanità del Senato, ma che non era mal stato portato in Aula. Abbiamo continuato il lavoro con 40 audizioni condotte in questi mesi che hanno permesso di approfondire aspetti che rischiavano di essere sottovalutati. Io stesso, inizialmente, avevo ipotizzato l'obbligatorietà del testamento biologico perché, attraverso la mia lunga esperienza come chirurgo negli Usa, molte volte mi è capitato di ascoltare i familiari di pazienti mantenuti artificialmente in vita che, tra sofferenza e rimpianto, avrebbero voluto che il loro caro si fosse espresso, quando ancora ne aveva le capacità. Ho rivalutato questa mia considerazione. In effetti, l'obbligatorietà potrebbe limitare la libertà individuale, concetto che ribadirò quando arriveremo nel pieno della discussione. Infine, non vorrei sembrare arrogante né presuntuoso, ma posso tranquillamente affermare di non essere caduto in alcuna “trappola” perché conosco molto bene la differenza fra autodeterminazione del paziente rispetto alle cure, come nella drammatica vicenda di Piergiorgio Welby, e testamento biologico. Questo perché, negli anni, ho dovuto confrontarmi con pazienti terminali che esercitavano le proprie volontà dal letto d'ospedale ma anche con altri, in coma irreversibile, che avevano sottoscritto un testamento biologico. Questi ultimi, grazie a una legge che in Italia ancora non c'e, hanno potuto rifiutare terapie utili solo a prolungare agonia e sofferenze. Il Convegno del 28 e 29 marzo, promosso dal presidente del Senato, ha permesso di ascoltare esperti italiani e stranieri che hanno illustrato gli aspetti tecnico-scientifici e l'approccio etico delle principali religioni monoteiste. Quando si affrontano gli aspetti pratici e più delicati legati alle decisioni di fine vita e alla sofferenza del malato, credo sia opportuno che a parlarne non siano solo gli intellettuali dal punto di vista teorico, ma anche chi, con questi pazienti, ha un'esperienza personale e diretta.

Lunedì, 14 maggio, 2007 - 16:21

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