Italia e ricerca

Referendum 2005: quando si impedì agli scienziati di spiegare

di Giulio Cossu

Sono trascorsi circa tre anni ormai da quando ho iniziato a partecipare in modo abbastanza attivo alle attività dell'Associazione Luca Coscioni e alla campagna per i referendum. Sono stato motivato a far ciò dalla constatazione che questa associazione è stata l'unica che, di fatto, si è veramente interessata ai problemi della ricerca in Italia. Nei mesi che precedettero il referendum, televisione, radio e giornali ci hanno letteralmente subissato di dibattiti e incontri che, quasi sempre, si trasformavano in scontri. Questo eccesso di informazione, data in modo convulso e caotico, è riuscita nel suo intento di confondere completamente l'opinione pubblica. Io ho avuto due tipi di esperienze personali: una diretta, per cui mi è capitato di parlare nelle università, nelle scuole superiori, nelle fabbriche, dove uno ha il tempo, in dieci minuti, di esporre la propria idea e - con un avversario sempre appartenente alla parte cattolica - di presentare un problema, per cercare di renderlo comprensibile e indicare possibili soluzioni. Ebbene, nei dibattiti in televisione o alla radio questo non è mai successo: inevitabilmente si arrivava a scontri verbali, non era quasi mai possibile finire di dire quello che uno voleva dire, anche rispettando i tempi che erano inizialmente assegnati, perché, di solito, gli interlocutori si interrompevano a vicenda, con il risultato di rendere la discussione incomprensibile. Il risultato di tutto questo è stato che, alla fine, i quesiti referendari, che tra l'altro erano scritti in modo particolarmente astruso, non vennero compresi. Una conseguenza di quanto detto è che in televisione e in radio i tempi, spesso volutamente parcellizzati dal conduttore, imponevano di parlare per slogan, quasi mai di spiegare, ma gli slogan non aiutano a capire, mentre la comunicazione diretta raggiunge una percentuale così piccola della popolazione che, ovviamente, diventa totalmente irrilevante dal punto di vista statistico. A questo si aggiunse un altro elemento di distorsione della verità: a causa della par condicio erano sempre invitati a questi dibattiti un ricercatore laico e uno cattolico. La sensazione del pubblico era che la comunità scientifica italiana fosse divisa in una metà a favore della ricerca con le cellule staminali embrionali e una metà contro. In realtà le cose non stanno così. Con riguardo alle cellule staminali embrionali, la comunità scientifica italiana è divisa così: 98% pro e 2% contro, ma quello che la televisione faceva vedere era uno c o n t r o uno, che fa il 50%. D'altro canto basterebbe partecipare ad un congresso internazionale sulle cellule staminali per rendersi conto che le argomentazioni addotte dai ricercatori cattolici italiani non sono nemmeno immaginabili nella comunità scientifica internazionale. Infine vorrei ricordare ancora una volta - e fino alla noia - la famosa storia che le cellule staminali embrionali non servirebbero a niente, perché ci sono già quelle adulte che hanno portato alla cura di 93 malattie, mentre le cellule embrionali non hanno ancora portato ad alcuna cura. Tutti sappiamo che, allo stato attuale di conoscenze, sulle cellule staminali embrionali nessuno può dire se saranno meglio o peggio di quelle adulte e per quale malattia; quindi l'unica cosa logica da fare è studiarle tutte. Credo, quindi, che sia molto importante, in futuro, cercare di promuovere un dialogo con i giornalisti (che ci vogliono o ci possono ascoltare), con tutte le associazioni socialmente attive, con i pazienti e con gli altri ricercatori, per far sì che la percezione della ricerca da parte della popolazione sia corretta e matura. Se aprite le pagine dei giornali, noi ricercatori siamo descritti un giorno come santi che dedicano la loro vita a curare i mali dell'umanità e il giorno dopo come criminali che torturano animali innocenti per conto delle multinazionali.

Lunedì, 13 ottobre, 2008 - 14:51

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