La libertà di non partecipare


La Stampa
Michele Ainis

Lecco una giovane donna, Eluana Englaro,  attende ormai da diciassette anni di  venire liberata da una vita che è la caricatura  della morte. A Milano e a Catanzaro   - due giudici agguerriti (Forleo e De Magistris)  subiscono il castigo di un trasferimento d’ufficio  per mano del Csm. A Roma il Vaticano si duole  per una flessione delle firme sull’8 per mille. In  Abruzzo un elettore su due non ha votato alle regionali  di dicembre. Che cosa hanno in comune questi  diversi avvenimenti?

C’è un’unica pagina sotto le pagine  del vecchio calendario, quello che abbiamo sfogliato  l’anno scorso? All’apparenza no, sono vicende  incomparabili. Ma gratta gratta sì, c’è una sola storia  dentro tutte queste storie. Vi si racconta un rifiuto,  un’opposizione. Il rifiuto d’esercitare diritti o libertà  di cui trabocca il nostro generoso ordinamento.  Ma il rifiuto viene rifiutato a propria volta, nel  senso che non provoca mai effetti concreti. Sicché la  stessa libertà diventa una prigione: ti è permesso entrarci,  ti è proibito uscirne. Una libertà coatta, un diritto  che si converte in obbligo.   Sprezzo dei diritto, da Eluana all’8 per mille  Cominciamo da Eluana, sul cui povero corpo si misura  ormai il perimetro del diritto alla salute. Fu proprio  la Costituzione italiana la prima in Europa a tutelarlo,  al di là di qualche cenno conservato nella  Carta di Weimar del 1919. Significa cure gratuite agli  indigenti, come vuole l’art. 32. Significa perciò libertà  effettiva di curarsi.

Ma il rifiuto no: a Eluana - o a  chi ne fa le veci - non è concesso, benché lo riconosca  una sentenza passata in giudicato. Come non fu concesso  a Welby, come non spetterà ai futuri Welby cui  il Parlamento nega il sussidio del testamento biologico.  Ma se è per questo, nega a noi tutti anche la libertà  di rifiutare le terapie ufficiali, per avvalerci di medicine  non convenzionali. Serve un bollo, un’autorizzazione.  La stessa che ancora fa difetto per mettere  in commercio la pillola abortiva Ru486. Aspettiamo,  però non c’è da essere troppo fiduciosi. Pare che il  Vaticano sia di parere opposto.   

E a proposito di Santa Romana Chiesa. Il sostegno  al clero è il risvolto attivo della libertà di religione,  ne permette in concreto l’esercizio. E a sua volta la  libertà di culto ha anticipato la stessa libertà di pensiero,  dopo secoli di guerre e persecuzioni religiose  nel ventre dell’Europa. Guai a scalfirla, dunque. Però  l’appoggio finanziario muove dal consenso, e il  consenso non può essere né estorto né presunto. Viceversa  l’8 per mille funziona con un marchingegno  giuridico che calcola pure la scelta dei contribuenti  che non scelgono. Quando la Chiesa si lamenta - com’è  appena accaduto - è solo perché le cade di tasca  qualche spicciolo.

La torta di un miliardo di euro l’anno  resta comunque assicurata. Con sprezzo della logica,  oltre che del diritto. Perché la libertà di fede do-  vrebbe garantire pure chi non ha fede, così come la  libertà d’associarsi comprende giocoforza la libertà  di non associarsi.   Quella pagina in sospeso nel nostro calendario   Ecco, le associazioni. O meglio le lobbies, le correnti,  le corporazioni. Nei casi di Forleo e De Magistris si  tratta soltanto d’un sospetto, però un doppio sospetto  descrive un mezzo fatto. E una coincidenza che la  prima non abbia mai militato nei partiti giudiziari? O  che il secondo si sia dimesso dall’Associazione nazionale  magistrati, denunziando con una lettera di fuoco  la deriva correntizia? Peggio per loro, giacché sul  loro scalpo tutte le correnti si sono ritrovate - per  una volta - unite nella lotta. Peggio per noi, perché in  Italia non hai alcuna speranza di vincere un appalto,  d’ottenere un avanzamento di carriera, di guadagnare  posti o incarichi se non fai parte della cordata giusta.  Le associazioni vennero represse durante tutto  l’Ottocento, a partire dalla legge Le Chapelier del  1791.

Oggi a quanto pare sono obbligatorie.   E l’Abruzzo? C’entra qualcosa il non voto alle ultime  elezioni? E non è forse vero che il suffragio universale  costò la vita ai nostri nonni? Vero, tant’è che  la Costituente eletta a suffragio universale lo ha innalzato  a «dovere civico». Tuttavia a questo dovere  aggiunse l’obbligazione degli eletti a comportarsi  «con disciplina e onore». Se manca la seconda, cade  pure il primo. Ma il rifiuto del voto è un’arma sterile,  senza munizioni in canna. Eppure in astratto ci sarebbero.  Uno su due non vota? Allora dimezziamo i  consiglieri regionali, tagliamo a metà i loro poteri,  decurtiamogli la paga. Magari la volta prossima si  daranno un po’ da fare.   

Se c’è questa pagina in sospeso nel nostro calendario.  E la libertà di non fare, dopo quella del fare. E  ciascuno può aggiungervi a sua volta un rigo: per  esempio la libertà di non sposarsi, in una società che  tassa a oltranza i single per punirli del loro rifiuto.  Se sapremo scriverla, avremo completato la libertà  degli individui. Li renderemo autonomi, anziché copie  fotostatiche, replicanti d’una folla senza nome.   

 
 
 

Martedì, 6 gennaio, 2009 - 14:40

Eccetto dove diversamente specificato i contenuti di questo sito
sono rilasciati sotto la licenza Creative Commons: Attribuzione della paternità

Licenza Creative Commons

cc Associazione Luca Coscioni, via di Torre Argentina, 76 - 00186 Roma, Italia.
Tel. 06 689 79 286, Fax. +39 06 23 32 72 48, Email info [at] lucacoscioni.it
Posta Certificata: associazionelucacoscioni [at] pec.it