Gli italiani che vanno in Ucraina per cercare un utero in affitto

Gli italiani che vanno in Ucraina per cercare un utero in affitto

Riccardo Staglianò

UcrainaViaggio nella nuova frontiera della maternità. Nell’Est, dove si può trovare una donna che porterà avanti una gravidanza altrui «ospitando» seme e ovulo. II tutto per 20-40 mila euro. Illegale? In Italia sì, ma solo in teoria

Kiev - Sembra una ragazzina. Capelli neri lisci, sciarpa viola, una maglietta rosa di lana aderente, pancia piattissima. «L’ultimo film che ho visto? Madagascar 2: bellissimo» si illumina.

Ma non va spesso al cinema, questa venticinquenne che chiameremo Mascia, perché nella cittadina della Crimea dove vive ci sono pochissime sale e ancor meno occasioni. Ha un figlio suo di due anni. E un altro, che porterà in grembo per conto di una coppia italiana, nascerà tra un anno, se tutto va bene. E’ una delle madri surrogate che l’Ucraina offre. Un genere di export locale in crescita. Perché sempre più donne occidentali, quando non riescono a portare avanti una gravidanza, esauriti tutti gli altri tentativi, cercano un «utero in affitto».

Da noi non si può: si rischia la galera. In Ucraina è lecito (come in Russia, Israele, Usa, Gran Bretagna) e con 10 mila euro magari alla «prestatrice» cambia la vita perché, in campagna, ci si compra una casetta. «I soldi? Non ho ancora pensato a come spenderli» giura la nostra futura mamma per procura. Per spiegare la sua decisione questa neolaureata in filosofia va indietro di oltre duemila anni: «Nell’antico Egitto prima di morire gli dei valutavano la tua vita in base a due domande. Sei stato felice? Hai aiutato qualcuno ad esserlo? Ecco, io volevo sentirmi a posto su entrambi i fronti. E ho deciso di fare questa cosa». «Questa cosa» è accettare che un ovulo di una donna italiana fecondato dal seme del marito cresca dentro di lei e diventi un bambino che darà alla luce per consegnarlo subito ai genitori genetici. Senza niente pretendere, se non quel compenso che il contratto prevede. Siamo al confine estremo dell’outsoureing umano.

Le donne del mondo industrializzato vogliono un figlio che possono permettersi economicamente, ma non fisicamente. Le «donatrici» indiane, brasiliane, dell’Est Europa hanno lombi fecondi e non un euro in tasca. Che domanda e offerta finissero per incontrarsi secondo logiche globalizzate era fatale. Ci si può chiedere se il prezzo sia giusto. Discutere sulle implicazioni etiche. Senza illudersi di arginare il bisogno più di quanto si possa con i container cinesi. Non sono gli stessi numeri, certo. Ma anche qui le stime non potrebbero essere più discordanti. Per Olga Zakharova, presidentessa dei Centro studi italo ucraino di Kiev (l’altra sede è Milano), il viaggio della speranza lo compirebbero 60-100 coppie nostrane all’anno, con una percentuale di successi intorno al trenta per cento. È lei che le assiste per risolvere i problemi pratici durante il soggiorno. Se si propone questa cifra al consolato italiano a Kiev; fonti diplomatiche trasaliscono: «In tutto il 2008 abbiamo registrato solo due bebè nati qui a coppie italiane.

E se pensassimo che siano "surrogati" dovremmo avvertire la magistratrra». Qualcuno sbaglia, per eccesso o per difetto. Alla richiesta di un’expertise Federica Casadei, fondatrice di Cercounbimbo.net che raccoglie un’infinità di testimonianze su ogni aspetto della procreazione assistita, concede che «una sessantina all’anno sono credibili tra Ucraina, Russia e Stati Uniti, con la prima destinazione largamente maggioritaria. In base alle mie conoscenze direi che in questo momento a Kiev ci sono 5-6 coppie in trattamento». Le cifre sono opache perché nessun protagonista vuole illuminarle. Il rischio è che in Italia qualcuno impugni la maternità. O contesti l’alterazione di stato, ovvero la falsa dichiarazione su un documento. Da 5 a 15 anni per aver forzato le maglie di una delle leggi più restrittive del mondo in materia riproduttiva. Perché se è chiara la trafila, lo stesso non può dirsi della conseguenze giuridiche una volta tornati in patria. In breve funziona così.

Per la legge ucraina, la coppia «committente» dev’essere sposata, contribuire con almeno metà del patrimonio genetico e dimostrare di non poter portare a termine la gravidanza (sembra pleonastico ma serve a scoraggiare che donne provino a subappaltare il travaglio, per non perdere la linea). La madre surrogata, invece, deve avere già un figlio suo, essere tra i 20 e i 30 anni e risultare sana a tutte le analisi prescritte. A reclutarla ci pensano di solito avvocati specializzati che poi la presentano a una delle venti cliniche riproduttive del Paese. Nel contratto c’è scritto che la giovane si impegna a disconoscere il figlio biologico appena partorito e che sul certificato saranno indicati solo i nomi del padre genetico e della moglie. Con questo foglio debitamente tradotto e «apostillato» i neo-genitori si presentano al consolato e fanno registrare il bimbo sul loro passaporto, per riportarlo a casa. «Ma, per il nostro codice, madre è solo chi partorisce» spiega l’avvocato Giuseppe Cassano, autore di un testo giuridico a riguardo, «e la legge 40, completamente sconclusionata, complica ulteriormente specificando che la partoriente non può chiedere di non essere menzionata». Non solo: «Per le nostre norme non basta essere la moglie del padre per diventare madre del bimbo, servirebbe un’adozione speciale».

Tempi lunghi che complicherebbero tutto. Però, in pratica, non si sa di pubblici ministeri che abbiano aspettato al varco coppie sospette. E i due casi italiani arrivati in aula e decisi dal tribunale di Cremona nel ‘94 e da quello di Roma nel 2000 hanno dato ragione, nonostante la legge, ai genitori genetici «per un principio di solidarietà, nel preminente interesse del minore ad avere una famiglia». Nell’indeterminatezza delle conseguenze, i viaggi continuano, le cliniche aumentano e i loro siti web ostentano pagine in molte lingue. Scriviamo, fingendoci una coppia in difficoltà, a un indirizzo della russa Euroconsulting. La risposta, in un italiano senza macchia, arriva due giorni dopo a firma del direttore Konstantin N. Svitnev. Vanta «5 anni di esperienza», «programmi speciali anche per genitori single» (proibiti anche in Ucraina, dove però hanno una sede), e sottolinea «nessuna lista di attesa» e «nessuna adozione».

La formula all-inclusive costa 40 mila euro. Ce la si può cavare anche a meno, con un conto suddiviso più o meno cosi:10 mila euro alla madre surrogata, 10 alla clinica, 5 agli avvocati che fanno anche da reclutatori, 3 all’interprete-factotum e altrettanti per l’appartamento che dovrà ospitare la coppia a Kiev, durante ì due soggiorni. Tanti soldi comunque, da versare in 5-6 rate. «Mai pagare in anticipo» si raccomanda Raimondo Terzaghi, marito della Zakharova e altra metà del Centro studi che ha assistito negli anni varie coppie truffate da intermediari trovati su internet e poi dileguatisi dopo aver intascato un bell’acconto. Ci racconta anche di quando un tipaccio l’ha minacciato sotto l’ufficio ucraino: «Se ci tieni alla vita non provare mai più a parlare male di rispettabili avvocati». Quelli, per intenderci, spariti sul più bello con la refurtiva. Sgherri, sensali, professionisti dal sorriso professionalmente insincero. Si ha la spiacevole sensazione di non potersi fidare di nessuno in questa città. Dove, in un bell’albergo del centro, propongono sesso in camera al visitatore straniero come fosse toast e succo d’arancia. Mai visti tanti suv scuri, con vetri anneriti, parcheggiati in doppia fila in centro. Nonostante i marciapiedi ghiacciati è la capitale mondiale dei tacchi a spillo, montati su stivali di vernice ai piedi di donne che sembrano appena uscite da un set di Helmut Newton.

Epperò è anche il Paese stretto tra l’incudine dell’Occidente e il martello della Russia che le chiude le forniture di gas per spingerla a fare la cosa giusta nella scelta del lato verso cui pendere. I ragazzi, il termometro sotto lo zero, si preparano all’austerità in happy hour autarchici con bottiglie tracannate sulle scale della metropolitana, per sfruttare il caldo che emana. Ecco, dicevamo, diecimila euro possono aiutare quando un operaio ne prende 150 al mese. La dottoressa Galina Strelko, direttrice sanitaria della clinica Viktoria, ci racconta di una donna resa cieca da un incidente sul lavoro che non aveva altro modo di trovare i soldi per l’operazione che le avrebbe restituito parzialmente la vista. O di una mamma sola che doveva tirar su la somma per far operare la figlia. «Altrimenti» dice questo medico formato in Francia «sono studentesse o neo-madri che, approfittando del congedo di tre anni dal lavoro, decidono di ottimizzarlo facendo un figlio per altri».

Coppie italiane? Lei ne ha trattate sette nell’ultimo anno e mezzo: «Due bimbi sono nati, altri due stanno per nascere». Con una di quelle che ce l’ha fatta ci fanno parlare al telefono. Sono rientrati in Italia e ancora non si capacitano. Due operai dei Nord, 42 e 40 anni, provavano da dieci anni ad avere un bambino ma lei rimaneva incinta e poi lo perdeva. «Siamo contentissimi. Abbiamo trovato il contatto su internet, conosciuto la madre e adesso ho in braccio questi due meravigliosi gemellini». Non sono mai stati così contenti di aver speso 20 mila euro. Altre coppie seguiranno il loro esempio perché, nonostante i rischi legali che una giurisprudenza ragionevole ha sin qui relegato nel dominio della teoria, la voglia di avere un bambino è più forte. Mascia, la futura mamma per procura, non è preoccupata dei mesi che la aspettano. Il suo primo parto è andato benissimo. «Ha un utero perfetto» si erano complimentati in ospedale. Una frase che le ha ronzato in testa da allora. E a suo figlio che racconterà di quella grande pancia da cui non uscirà un fratellino? «Niente. Negli ultimi mesi lo manderò a vivere dai nonni». Lei è pronta, lui potrebbe non esserlo.
 

Testimonianze
Una giornalista dei «New York Times» racconta la sua felice esperienza di maternità insieme con la sua «prestatrice» di utero ma in america è tutta un’altra cosa...
Tutta un’altra storia. Quella della giornalista statunitense che racconta la sua esperienza di «maternità surrogata» sul Magazine del New York Times è insieme identica e opposta a quelle che a Kiev riguardano coppie italiane. Identici il bisogno e le tecniche riproduttive. Opposto tutto il resto. Negli Stati Uniti le protagoniste si fanno fotografare sorridenti in copertina, in Ucraina non vogliono neppure essere citate con i loro veri nomi.

La differenza la fa una legge, la nostra, che rende illegale la procedura e perseguibile chi la pratica. Invece a New York, dopo cinque anni di tentativi, vari aborti spontanei e 12 cicli di fecondazione assistita, Alex Kuczynski si è rivolta a un’agenzia che le ha trovato Cathy, un’insegnante della Pennsylvania. Hanno firmato un contratto e dopo nove mesi è nato un bimbo. Dal ‘76 a oggi, calcola l’Organization of Parents Through Surrogacy, sono venuti al mondo così circa 28 mila bambini negli Stati Uniti. I costi variano dai 30 ai 60 mila dollari, tutto compreso. Più che in Ucraina, senza considerare la maggiore distanza e il viaggio. Il motivo per cui solo i ricchi europei si avventurano a varcare l’oceano. Gli altri prendono un biglietto per Kiev...