Introduzione

Quindici milioni di persone interessate. E molto cammino da compiere

di Carlo Troilo

Ho collaborato con l'Associazione per realizzare questo seminario. Avendo lavorato per 40 anni nelle relazioni esterne, ho avuto occasione di organizzare un'infinità di convegni e congressi e devo dire che raramente ho trovato una così larga disponibilità e cortesia da parte degli invitati. Un ringraziamento particolare alla dottoressa Agati che con il suo generoso contributo ci ha consentito di coprire le spese di questo seminario.
Non sono un esperto di disabilità, ma ho realizzato a pieno quanto grande è la rilevanza di questa tematica. Rilevanza innanzitutto quantitativa dato che si parla di un numero di disabili che si aggira sui 3 milioni; se moltiplichiamo questo numero per tutti i congiunti, familiari stretti, possiamo dire di arrivare quasi a 15 milioni di persone interessate o coinvolte direttamente o indirettamente su questi temi; si tratta quindi di un quarto della popolazione italiana. Personalmente ho avuto solo una un'esperienza di "prossimità" con un segmento di disabili cioè i bambini e i ragazzi. Alla fine degli anni sessanta mia moglie ha insegnato per molti anni in una scuola, allora si chiamava scuola differenziale. Non era in voga il politically correct e quindi questi ragazzi venivano definiti tout court "subnormali". Siccome abitavamo a pochi passi da questa scuola e mia moglie si era molto affezionata a questi bambini li avevamo spesso in casa quindi io ho avuto occasione di vederli e di conoscerli e ho un ricordo molto dolce, perché erano ragazzi intelligenti, molto simpatici, affettuosi e desiderosi di affetto. Soprattutto mi colpì il fatto che erano sostanzialmente, a parte alcuni casi più gravi ed in alcuni momenti di crisi, dei bambini sereni.
Mentre ho un ricordo molto amaro, invece, dei genitori perché anche senza parlare con loro, cosa che peraltro mi è capitato a volte di fare, bastava guardarli negli occhi per capire quale era il dramma della loro vita cioè loro erano, come si direbbe in un vecchio feuilleton combattuti fra due opposti sentimenti: da un lato, il desiderio naturale di vedere i figli crescere e superare l'età dell'adolescenza che a quei tempi, a quello stadio della medicina, era uno scalino molto difficile da superare, soprattutto per i down.
Dall'altro, la preoccupazione di trovarsi poi da vecchi o addirittura dopo la morte a lasciare questi ragazzi in una situazione indifesa, in una situazione, di emarginazione e di difficoltà di inserimento nella società e così via. Sono passati oltre quarant'anni e la situazione non è sostanzialmente cambiata. È stato fatto davvero poco in questo campo e se penso che questo avviene in un paese che, tanto per dirne una, è il primo consumatore di champagne al mondo, effettivamente mi arrabbio. Ne traggo l'auspicio che tutti voi e tutti noi ci impegniamo in questa battaglia e che si risolvano almeno in parte questi problemi e soprattutto che l'Italia raggiunga il livello di dignità minima per un paese ricco ed evoluto come il nostro.

Mercoledì, 6 agosto, 2008 - 11:06

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