QUEL LABILE CONFINE FRA NATURALE E ARTIFICIALE

DI Antonia Cordedda

Con l'ausilio di Massimo Negrotti ("Artificiale. La riproduzione della natura e le sue leggi". Laterza 2000) vorrei cercare di fare chiarezza, per quanto mi è possibile, sull'uso delle parole. "Sul piano linguistico il termine "artificiale" copre un ambito decisamente ambiguo. Può infatti significare genericamente "fatto dall'uomo" e simultaneamente, anche se più raramente, ciò che cerca di imitare qualcosa che esiste in natura. Sta di fatto che, mentre nessuno parlerebbe mai di un "telefono artificiale" chiunque coglie perfettamente il significato di "fiore artificiale". Ed ancora rimanendo esclusivamente in ambito linguistico si può rintracciare una certa ambiguità anche nella definizione dell'aggettivo "finto", che secondo (Devoto-Oli) "definisce un prodotto ottenuto artificialmente, per imitazione...". Chi definirebbe l'intelligenza artificiale una intelligenza finta? Così anche la definizione di artificiale come qualcosa che si contrappone al naturale, esce ribaltata dalla discussione che stiamo conducendo. Come sarebbe possibile al sangue pompato da un cuore artificiale, mostratosi utilizzabile opportunamente ed efficacemente da un organismo naturale, se esso provenisse da un oggetto "contrapposto" alla natura? L'artificiale non può sussistere senza qualcosa di naturale cui esso si riferisca e che cerchi di riprodurre: esso non intende modificare deliberatamente la natura, ma ricrearla così come l'uomo la vede o crede che essa sia. L'artificiale in altre parole possiede una sorta di cordone ombelicale che lo unisce alla natura". Mutatis mutandis chi parlerebbe di Leslie Brown (correva l'anno 1978) e dopo di lei delle migliaia di bambini concepiti in provetta, come di bambini finti, perché nati grazie ad un artificium dell'uomo? Per evitare che le confusioni logiche abbiano delle ricadute negative nella società, come purtroppo è già accaduto, sarebbe auspicabile che quando ci troviamo a maneggiare termini quali naturale/ artificiale, muovendoci nei paesaggi eticamente sensibili, ci facessimo sempre accompagnare dalla cosiddetta "legge di Hume" che, come è noto, sostiene come dagli enunciati descrittivi non si possono derivare gli enunciati prescrittivi; legge che, in buona sostanza, sancisce la inderivabilità reciproca, dal punto di vista logico, fra i fatti e i valori. Perché - come sostiene opportunamente Mauro Dorato - "il fondamentale passaggio da una visione della natura e del suo ordine in cui l'aspetto descrittivo e quello normativo erano inestricabilmente connessi, a una visione "disincantata" in cui le leggi naturali sono considerate in modo puramente descrittivo, può essere visto come la conseguenza filosofica più importante della rivoluzione scientifica dell'età moderna. L'intreccio fra fatti e norme si ritrova per esempio nel termine "natura" o "naturale", che in tutte le lingue indoeuropee ha tuttora una componente valutativa, evidenziata, per esempio, dal fatto che, allorché intendiamo esprimere disapprovazione o allontanamento da un certi standard riconosciuti, diciamo che qualcosa è "innaturale" o "contro natura" , mentre ciò che è "naturale" rientra nella norma ed è dunque tale da implicare un atteggiamento di appropriazione.". (Il software dell'universo. Saggio sulle leggi di natura. B. Mondadori). Che i termini natura/ naturale non siano assolutamente sinonimi di bontà/giustizia basta un semplice elenco di eventi, appunto naturali, a ricordarcelo: i terremoti, gli tsunami, i tumori le malattie infettive etc.etc. Da quando l'uomo ha acquisito la stazione bipede facendo così della mano, guidata dal cervello, uno strumento cognitivo (artificium), nonostante che, come sosteneva Eraclito, "la Natura ama nascondersi" (physis kryptesthai philei), l'uomo ha sempre pervicacemente cercato di carpirne i segreti e per farlo si è sempre contaminato con l'altro da sé, non è mai stato autosufficiente e viepiù autoreferenziale e così, nel tempo, come ben ci ricorda Marchesini (Ibridazioni, Apeiron2000, PostHuman Bollati Boringhieri 2002) si è ibridato con gli animali per arare la terra e spostare enormi pesi, li ha poi allevati incrociandone le razze, ha costruito cannocchiali, microscopi per giungere fino a quell'"intelligenza collettiva" (Pierre Levy) che grazie all'informatica ed alla telematica apre spazi antropologici letteralmente globali. Molti ricorderanno l'immagine del film di Stanley Kubrick, "2001: Odissea nello spazio", dove si vedeva una scimmia utilizzare un osso come strumento (martello?), osso che scagliato nelle profondità del cielo, come a presagire il futuro, si trasformava in una navicella spaziale. Questa immagine che possiamo intendere come metafora della storia evolutiva, descrive un continuum evolutivo e non un salto ontologico fra l'uomo e gli altri animali, che vede nell'utilizzo di semplici strumenti prima, e di macchine sempre più complesse poi, quel filo rosso che fa dell'uomo un "essere naturalmente artificiale" (Felice Cimatti). * Ordinario di Anatomia Umana, Università di Catanzaro

Giovedì, 29 novembre, 2007 - 16:31

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