Pronti a legalizzare

di Carlo Troilo

L’eutanasia, una parola tabù per la politica italiana, mentre i sondaggi restituiscono un’immagine del paese nettamente favorevole alla sua legalizzazione. In queste pagine un box su chi l’ha fatta e su come ci si rivolge a Dignitas in Svizzera.

Riassumo brevemente le tre ragioni per cui penso che si possa e si debba affrontare, parallelamente a quello del testamento biologico, anche il tema della eutanasia. La prima riguarda la possibilità giuridica di introdurre nel nostro ordinamento l'eutanasia, limitata, in questa proposta, al caso del malato terminale nel pieno delle sue capacità intellettive. La nostra Costituzione - che risale, è bene ricordarlo, al 1948 - non affronta il problema, ma contiene, all'articolo 32, una norma ("Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge") la cui lettera e il cui spirito sembrano tali, de jure condendo, da consentire piuttosto che da vietare l'eutanasia. Non vi è dunque un ostacolo nella nostra Carta Costituzionale. È vero che il codice penale, all'articolo 580, prevede il reato di "suicidio assistito". Ma il "Codice Rocco" è stato promulgato 68 anni fa, nel 1940, in pieno regime fascista, e non a caso è stato modificato su molte materie relative ai diritti civili, seguendo l'evoluzione del comune sentire: sono stati così aboliti nel 1981 il "delitto d'onore" (articolo 587) ed il "matrimonio riparatore" (articolo 544), mentre già alla fine degli anni settanta era stata depenalizzata l'infedeltà coniugale, che vedeva due trattamenti assai diversi: molto più duro per la donna (adulterio, articolo 559) che per l'uomo (concubinato, articolo 560). Tutti questi adeguamenti del codice penale al mutare dei tempi sono stati decisi dal Parlamento dopo sentenze della magistratura, e in particolare della Corte Costituzionale (come, del resto, nel caso dell'aborto). Sulle scelte di fine vita, di recente, la magistratura si è mostrata più "progressista" del ceto politico, come dimostrano le due sentenze su Eluana Englaro e, in precedenza, quelle che hanno prosciolto il dottor Riccio (ottobre 2007) medico di Piergiorgio Welby, e il dottor Simi, medico di Giovanni Nuvoli (giugno 2008). In tutte queste sentenze i giudici hanno auspicato che il Parlamento legiferi su questi temi, per eliminare l'attuale situazione d'incertezza giuridica. Dunque, nulla vieta, sul piano giuridico e legislativo, di intervenire sull'articolo 580 - che per il "suicidio assistito" stabilisce pene che vanno fino a 12 anni, come quelle previste per i boss mafiosi - aggiungendo ai due attuali un terzo comma di questo tenore: "Il medico che aiuti un malato ad attuare la sua volontà di suicidio non è punibile se ricorrono le due seguenti condizioni: 1) la struttura ospedaliera presso cui il malato è in cura attesta per iscritto che egli non è più in condizione di ricevere cure che portino alla guarigione o anche solo a un miglioramento, per cui è da considerare malato in fase terminale; 2) il malato, conosciuta la prognosi e nel pieno della sua capacità di intendere e volere, chiede di essere aiutato ad attuare la sua volontà di suicidio". Il ragionamento morale e giuridico da seguire in questo caso è lo stesso che Giuliano Amato - nel difendere in un recente articolo la legge 194 - ha svolto a proposito dell'aborto. Amato ha ricordato che la storica sentenza della Corte Costituzionale, che nel 1975 aprì la via alla legge 194, afferma "non già un diritto (n.d.r.:all'aborto) ma la liceità penale di una scelta tragica".

La seconda ragione per battersi in favore dell'eutanasia è che il vero ostacolo alla sua introduzione nel nostro ordinamento giuridico sta nel concetto della sacralità della vita, che la Chiesa - e i politici che ne seguono le direttive, alcuni per profonda convinzione, altri per puro calcolo politico - oppongono ad ogni legge che riguardi queste tematiche: l'aborto, la procreazione assistita, l'eutanasia, il testamento biologico. Riprendo, per replicare a questa pregiudiziale morale-religiosa, e dunque metagiuridica, quanto diceva nel lontano 1998, in un dialogo con gli studenti, un comunista cattolico come Giovanni Berlinguer: "Nella morale cattolica c'è, secondo me, una certa prevaricazione nei confronti della volontà dell'individuo, perché l'idea che la vita sia sacra, dono di Dio, e quindi soltanto Dio possa toglierla, può limitare la decisione di una persona, che, di fronte a sofferenze insopportabili, dice: «Cessate ogni cura». Questo, secondo me, non è giusto". Più di recente, nel dicembre del 2006, il filosofo cattolico Giovanni Reale, cui papa Wojtyla affidò i suoi scritti, ha detto: "Sotto le buone intenzioni di prolungare la vita con le tecnologie oggi disponibili può nascondersi l'insidia di un pensiero che fa dell'uomo un ostaggio della tecnica. Il problema è: posso io vivere ostaggio di una macchina? Ha senso? Dio mi chiede questo? No, non ho dubbi: Dio non chiede questo. Ciascuno, se lucido, ha il diritto di decidere". Berlinguer e Reale dicono, in sostanza, che non è giusto che lo Stato si faccia imporre dalla Chiesa l'equazione "un peccato, un reato", fingendo tra l'altro - aggiungo - di ignorare che i cattolici "veri", cioè quelli praticanti e osservanti, non rappresentano più una maggioranza nel Paese, come dimostrano le ormai innumerevoli indagini demoscopiche, e molti di loro sono favorevoli sia al testamento biologico sia, a determinate condizioni, all'eutanasia. Circa l'atteggiamento dei cattolici sulle scelte di fine vita, un'indagine dell'Eurispes a fine 2005 rivelava che tra i cattolici il 38% era favorevole all'eutanasia, il 48% era contrario, il 14% era indeciso; tra i non cattolici, il 69% era favorevole, il 19% era contrario, il 12% indeciso. Un anno dopo, il rapporto dell'Eurisko per il 2006 evidenzia la crescita del totale degli italiani (credenti e non credenti) favorevoli all'eutanasia: il 67% (il 43% solo su espressa indicazione del paziente; il 24%, accertata l'impossibilità di decidere ed esprimersi del paziente, anche su indicazione dei familiari). Inoltre, molte e autorevoli ricerche nazionali e internazionali dimostrano che vi è un numero crescente di medici che si dicono favorevoli all'eutanasia. Alcuni di loro ammettono di averla praticata e una percentuale rilevante (il 15,8%) riconosce come accettabile questa pratica: "Quando un paziente è tra la vita e la morte e non ci sono più speranze per lui - ha dichiarato il senatore Marino nel dicembre del 2007 - sei medici su dieci interrompono le cure, seguendo scienza e coscienza, ma in segreto: se lo scrivessero su una cartella clinica verrebbero accusati di omicidio volontario".

Ma sull'eutanasia la Chiesa ignora la realtà del Paese e il mutamento del comune sentire e non apre alcuno spiraglio. È nota la posizione dell'attuale Pontefice - che paragona i morti per eutanasia alle vittime del terrorismo - ma anche il suo predecessore, nel libro scritto alla fine del suo pontificato, ha sostenuto che gli Stati che approvano leggi come quelle sull'eutanasia, l'aborto e la clonazione "minano i fondamenti stessi della democrazia e s'incamminano verso chine totalitarie". Questi parlamenti "abusano dei loro poteri e rimangono in aperto conflitto con la legge di Dio". Ed ha aggiunto Papa Wojtyla: "Dobbiamo rimettere in questione queste leggi". La terza ragione in favore dell'eutanasia, sia pure nei limiti sopra indicati, è la falsità dell'argomento secondo cui questo tema interesserebbe un numero molto limitato di persone. In realtà, l'impossibilità di ricorrere all'eutanasia induce ogni anno 1.000 malati terminali a togliersi la vita nei modi più atroci: più o meno, lo stesso numero di morti sul lavoro. E sono i mille il cui suicidio è rilevato dalla Polizia e dai Carabinieri, cui bisogna aggiungere - oltre agli 800/900 tentativi di suicidio - i tanti malati di cui non conosceremo mai né il numero né la storia: quelli per i quali il medico amico scrive "cause naturali" nel certificato di morte, per evitare ai familiari la riprovazione sociale che ancora circonda i congiunti dei suicidi ed anche il rischio di essere accusati di "omicidio del consenziente" o di "aiuto al suicidio", con le gravissime pene previste da due norme fasciste di trenta anni fa. Ma il numero dei malati potenzialmente interessati all'eutanasia ha ben altre dimensioni. Costantino Benedetti - un medico italo americano considerato tra i massimi studiosi della terapia del dolore - ha documentato nel novembre del 2007 che l'Italia è uno dei paesi del mondo in cui sono più insufficienti le cure palliative ed è giunto ad affermare, dati alla mano, che nel 2005 circa 90 mila pazienti - tra i 200 mila malati terminali di cancro o di leucemia - sono morti senza un'adeguata cura antidolore, e dunque tra dolori incoercibili: dati sconvolgenti, passati praticamente sotto silenzio, salvo una imbarazzata replica dell'allora ministro della Salute Livia Turco. Dopo solo un anno, ai primi di novembre 2008, una ricerca Ipsos commissionata dalla Federazione cure palliative ci dice che su 250 mila malati terminali oncologici il 40 per cento può usufruire di cure palliative adeguate, il 60 no. Senza dimenticare che nel 2005 una commissione istituita dallo stesso Ministero della Salute ha reso noti i risultati di un'indagine dalla quale emergeva che "nel nostro paese erano circa 2.000-2.500 i pazienti che si trovavano in una condizione di coma vegetativo": tante storie simili a quella di Eluana, di cui non conosciamo però i drammatici risvolti. Siamo di fronte a malattie in cui la morte non sopravviene di colpo, come nei casi di un infarto o di un ictus violento. Per i malati terminali non c'è nessuna terapia da interrompere, nessuna spina da staccare.

La sola liberazione può venire dall'eutanasia, perché la condanna viene pronunciata a freddo, ed è la condanna - così simile alla tortura - ad attendere per settimane o per mesi, tra sofferenze fisiche e morali, una morte ormai ineluttabile. È arduo tentare un'ipotesi statistica, ma non riesco a non pensare che se anche solo il 20% dei malati terminali indicati dalla ricerca Ipsos fosse favorevole all'eutanasia, noi - nel subire il diktat della Chiesa - staremmo negando ogni anno a 50 mila persone una "morte opportuna". E la stessa condanna la staremmo comminando alle loro famiglie ed alle persone che li amano, con un effetto moltiplicatore che è difficile da quantificare ma è certamente devastante. Alle posizioni dei cattolici oltranzisti, al loro rifiuto del dialogo, alla loro mancanza di pietà bisogna rispondere con forza ribadendo il punto di vista "laico" sulla eutanasia, così ben espresso in diverse occasioni da Stefano Rodotà: "Ormai il principio base non è più quello della sopravvivenza ad ogni costo"; le regole giuridiche non possono "impadronirsi della vita, imporre il dolore al morente che invoca aiuto, negare al morente la dignità del morire". Dobbiamo - come afferma da anni il professor Veronesi - "avere il coraggio di sgombrare il campo dalla distinzione fra eutanasia passiva ed eutanasia attiva nella speranza che sotto la maschera della «passività» possiamo nascondere l'atto di causare coscientemente la fine di una vita umana, quella di un malato incurabile. I tempi sono maturi per discutere del principio dell'eutanasia tout court, senza ipocrisie e mezzi termini". E al tempo stesso dobbiamo cercare di dare sostegno alle voci isolate che vengono dal mondo della Chiesa e dai cattolici "laici". Ma bisogna anche instancabilmente spiegare - in modo sereno e inoppugnabile - che in tutti i disegni di legge presentati in questi anni, e a maggior ragione nella nostra proposta, l'eutanasia è una scelta che può riguardare solo se stessi, non gli altri; e che s'intende garantire appieno che la volontà di ricorrervi sia espressa in modo formale e incontestabile. Infine é utile, per rassicurare sia chi in buona fede teme possibili eccessi nel ricorso all'eutanasia sia chi, in mala fede, preconizza una nuova strage degli innocenti, riportare i risultati di uno studio del Consiglio d'Europa del febbraio del 2005 sulla situazione nei Paesi che hanno legalizzato l'eutanasia ("Eutanasia, diritto e prassi in Italia, Europa e Stati Uniti": "Il Corriere della Sera" del 16- 2-2005). In questi Paesi - dice lo studio in estrema sintesi - l'eutanasia viene concessa con criteri molto restrittivi (in Belgio, 680 autorizzazioni alla eutanasia a fronte di 4.000 richieste; in Olanda, 1.200 su 4.000; in Svizzera, 200 su 600).

Lunedì, 22 dicembre, 2008 - 15:11

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