La Croazia contro l’aborto

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Il Foglio
Rodolfo Toé

La Croazia contro l’aborto. Nei giorni scorsi, la Corte costituzionale croata ha dichiarato di essere “in condizione di iniziare l’esame della costituzionalità” della legge che nel paese attualmente regola l’aborto. Secondo Jasna Omejec, presidente della corte, una decisione definitiva sul tema potrebbe “essere già presa entro giugno 2016”, nonostante nella pratica resti ancora incerta la tempistica.

La decisione della Corte di rimettere in discussione la legge sull’aborto ha sorpreso, per molti versi, l’opinione pubblica croata. La richiesta di rivedere la normativa, infatti, è vecchia di ben 25 anni – tanti ne sono trascorsi da quando un gruppo di cittadini, raccolto attorno alla denominazione hrvatski pokret za zivot i obitelj (movimento croato per la vita e la famiglia) ha presentato per la prima volta la richiesta di dichiararla incostituzionale, nel 1991.

Per la leader del movimento, Ruzica Cavar (attivista cattolica molto conosciuta in Croazia), si tratta di una battaglia dovuta. “Pensavamo che la difesa del diritto alla vita sarebbe stata ribadita più velocemente”, ha detto alla televisione nazionale Hrt. “Ci immaginavamo che la questione sarebbe stata risolta in un anno, massimo due, soprattutto in una Croazia sovrana e indipendente”.

Il riferimento sottinteso è alla secessione dalla Jugoslavia, avvenuta nel 1991, e il ritorno di Zagabria alla propria identità cristiana e cattolica (quasi il 90 per cento dei cittadini croati è battezzato). La legge sull’aborto, in Croazia, risale all’epoca delle autorità socialiste, che la approvarono per la prima volta già nel 1952. Attraverso successive modifiche (l’ultima è del 1978) si è arrivati alla formulazione tuttora in vigore, che riconosce il diritto all’interruzione della gravidanza entro dieci settimane dal concepimento.

Sia chiaro, in Croazia non si abortisce molto. Il numero delle interruzioni di gravidanza, secondo i dati ufficiali, è passato da un picco di circa 50.000 casi a inizio anni Novanta ai circa 3.000 del 2014, secondo dati forniti dal ministero della Sanità. Ai singoli medici viene riconosciuto anche il diritto all’obiezione di coscienza, il quale, secondo alcune stime, viene  rispettato dal 70 per cento dei ginecologi, secondo dati forniti dall’organizzazione per i diritti delle donne Zenska Mreza (rete femminile).

Eppure, la notizia della decisione della Corte è importante, perché testimonia il ruolo crescente che la chiesa cattolica svolge nel paese. C’entra, in parte, il mutato clima politico: dalle elezioni generali di inizio novembre è uscita una maggioranza fondata sull’alleanza tra Most, una formazione indipendente, e l‘Unione democratica croata (Hdz), partito nazionalista e conservatore che già era riuscito a imporre come presidente della Repubblica la propria candidata, Kolinda Grabar Kitarovic, in gennaio. La chiesa locale si è fatta sentire con numerose iniziative nel corso degli ultimi anni: prima contrastando l’educazione sessuale nelle scuole e, nel 2013, appoggiando un referendum “a favore del matrimonio inteso come unione esclusiva di un uomo e una donna”, che ottenne il sostegno del 65 per cento dei votanti.

Questa rinnovata centralità che s’inserisce nella transizione incompiuta tra socialismo e occidente. Si tratta di un discorso che vale, in un certo senso, anche per la vicina Slovenia, paese in cui poco prima di Natale i cittadini hanno abrogato tramite referendum la legge sulle unioni tra persone dello stesso sesso. A Lubiana come a Zagabria una buona fetta dell’opinione pubblica è scontenta per un’integrazione europea che non ha dato i frutti sperati (solo recentemente le prospettive economiche sono ritornate positive per i due paesi, dopo anni di recessione) e disorientata di fronte a emergenze, come quella dei migranti, che l’Europa non è riuscita a gestire efficientemente. E’ esattamente in questo spazio, nella distanza tra le aspettative del post socialismo e le delusioni dell’Ue, che la chiesa riesce ancora a far sentire la propria voce.