Non parlo di etica, ma di scienza

di Bernat Soria

Mentre in Italia si fa di tutto per coprirla, in Spagna Zapatero sceglie di scoprire la scienza. Alcune settimane fa ha nominato Bernat Soria Ministro della Salute del suo Governo. Un grande scienziato a servizio di un progetto nuovo e di una politica nuova, per la scienza. Bernat Soria è stato uno dei promotori del nostro Congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica tenuto nel febbraio 2006. Ha partecipato ed è stato, con noi e con il Partito Radicale Transnazionale, co-promotore della campagna contro la messa al bando di ogni forma di clonazione umana all’Onu. Oggi è il “nostro” Ministro della Salute in Spagna. In questo intervento, tenuto nella riunione del Congresso Mondiale a Roma parla di scienza e del suo campo: le cellule staminali embrionali

non sono esperto di etica, diritto, filosofia. Io faccio ricerca in laboratorio

Cinque anni fa dovetti trasfermi a Singapore per condurre questo tipo di esperimento, perchè non mi venne consentito di farlo in Spagna

Probabilmente alcuni problemi non hanno soluzione, ma abbiamo il dovere morale di cercarla, perfino se alla fine non dovessimo trovarne nessuna

Sono stato fortunato a lavorare in Andalusia, impegnata sul fronte delle terapie basate sulle cellule staminali. Perciò trascorrerò lì il resto della mia vita scientifica

Il mio intento è quello di parlarvi delle prospettive terapeutiche delle cellule staminali embrionali e di illustrare alcuni dati scientifici. Non sono un esperto di etica, diritto o filosofia; io faccio ricerca in laboratorio e voglio discutere alcuni dati relativi a ciò che possiamo fare con le cellule staminali embrionali, quali sono i problemi che abbiamo e quali sono le aspettative o il loro potenziale di aiutare le persone. Una cellula staminale è una cellula che può dividersi, può proliferare e questo è importante, perché è una cellula che può generare una massa critica sufficiente a risolvere alcuni problemi; inoltre è in grado di differenziarsi, potrebbe essere trasformata in un altro tipo di cellula. La conseguenza delle due prime proprietà è che la cellula staminale potrebbe essere utilizzata per riparare un tessuto e per rimpiazzare una funzione che sia stata persa o compromessa in un paziente. Possiamo prelevare cellule staminali in differenti fasi di sviluppo. Ovviamente la fase embrionale è la migliore, perché le cellule possono sia proliferare sia differenziarsi meglio rispetto agli altri casi. Ma anche nei tessuti adulti ci sono cellule staminali. Negli adulti, come voi e come me, c'è una costante rigenerazione del tessuto cutaneo, del sangue e degli altri tessuti: tutto questo significa che abbiamo cellule staminali. Però le cellule che rigenerano il sangue sono programmate per creare sangue e quelle che rigenerano il tessuto cutaneo sono programmate per rigenerare la pelle e se fanno qualcosa di diverso è pericoloso: perché chiamiamo questa diversità "cancro" e questa proliferazione è incontrollata. Allora, in quanto scienziati, il nostro problema fondamentale è quello di cercare di stabilire i comandi, gli ordini che dovrebbe ricevere una cellula per essere trasformata in un'altra cellula. Innanzi tutto consideriamo come appare un embrione umano. Quando la gente parla di embrioni umani, parla di un gruppo di cellule. Gli embrioni umani attraversano diverse fasi di sviluppo: lo stadio ad una sola cellula subito dopo la fecondazione, poi la cellula si divide per raggiungere lo stadio quadri-cellulare (secondo giorno) e, attorno alla prima settimana di sviluppo, raggiunge lo stadio della blastocisti, un gruppo di 20-30 cellule (massa cellulare interna) all'interno di una sfera (il trofectoderma). La blastocisti rappresenta la situazione o il momento da cui si può avviare una linea cellulare staminale. Il diametro della blastocisti è di circa 1/10 di millimetro e non c'è alcun segno di differenziazione. Usiamo la massa cellulare interna, perché queste cellule della massa cellulare interna potrebbero essere trasformate in qualsiasi cellula dei tessuti adulti. Così prendiamo questa massa cellulare interna, mettiamo questo ammasso di venti-trenta cellule su una piastra di plastica e le cellule iniziano a proliferare. Finora ho usato queste cellule a Singapore e a Siviglia in Spagna. Cinque anni fa dovetti trasferirmi a Singapore per condurre questo tipo di esperimento, perché non mi venne consentito di farlo in Spagna. Più recentemente il Governo andaluso mi ha permesso di tornare in Spagna e di stabilire il mio gruppo a Siviglia. La prima cosa che ho osservato è che le cellule che provengono dall'Istituto Karolinska (usate a Siviglia) e le cellule di Singapore sembrano diverse e, in effetti, lo sono. Questo è uno dei problemi che dobbiamo affrontare e risolvere: abbiamo bisogno di standardizzare il modo di coltivare le cellule e di conoscerne le proprietà. Dobbiamo in sostanza rispondere a questo interrogativo: quando dico "cellula staminale embrionale umana", intendo quello che intende qualcun altro per "cellula staminale embrionale umana"? Dal momento che ci riferiamo a una cellula che ha determinate proprietà, dobbiamo analizzare queste proprietà. Noi siamo ancora in questa fase: cerchiamo di standardizzare cosa significa questa parola in termini scientifici. Vorrei soffermami su un possibile campo di applicazione: il diabete, che conosco bene essendo stato il mio ambito di lavoro negli ultimi venti anni. Il diabete è una patologia devastante. Più di 150 milioni di persone al mondo soffrono di diabete, che è la prima causa di cecità, insufficienza renale, incremento del rischio cardiovascolare, neuropatia e così via. È evidente che le complicanze del diabete sono molto estese. Ora abbiamo più di 150 milioni di pazienti, che era la stima che avevamo fatto qualche anno fa per il 2010: nei fatti abbiamo raggiunto i 220 milioni di persone nel 2003, più di 220 milioni che soffrono di diabete nel mondo. E questa malattia è causata dal decesso di una particolare cellula, la cellula beta, che è quella che sintetizza, immagazzina e poi rilascia l'insulina. Questa cellula vive su una vera e propria isola, chiamata l'isoletta pancreatica. Queste isolette, circa un milione nell'adulto, sono chiamate isole perché si trovano in un mare, appunto, che è il pancreas. Il pancreas è un organo che sta vicino allo stomaco e al duodeno. Il problema nelle persone diabetiche è la mancanza di un certo tipo di cellule: esse uccidono le loro stesse cellule o, meglio, un attacco auto-immune uccide questo tipo di cellule. La prima questione che dovremmo risolvere è: siamo capaci di generare nuove cellule beta che producono insulina e con queste sostituire le cellule che mancano nel paziente diabetico? Innanzi tutto, dobbiamo capire se la terapia cellulare funziona. Ora noi sappiamo che funziona. Come lo sappiamo? Perché possiamo prelevare delle isolette pancreatiche da donatori cadaveri e trapiantarle nel fegato di pazienti diabetici e sappiamo che questa isoletta curerà il paziente. Questo significa che il glucosio nel sangue si normalizzerà. In questo modo abbiamo stabilito la prova del principio: la terapia cellulare funziona. Quindi qual è il problema? Il problema è che non abbiamo abbastanza donatori per tutti. In Spagna, che peraltro è il primo paese al mondo per quanto riguarda le donazioni di organi, ci sono circa mille donatori all'anno per più di due milioni di pazienti diabetici. Quindi la possibilità di curare le persone diabetiche con un numero limitato di donatori è talmente remota che dobbiamo cercare altre fonti di cellule. Non avendo abbastanza donatori, dove potremmo trovare le cellule? Dove dobbiamo cercarle? La migliore alternativa è rappresentata dalle cellule staminali embrionali umane, perché queste cellule sono umane e abbiamo bisogno di cellule umane per pazienti umani, perché le cellule staminali proliferano e possono differenziarsi. Entriamo nel merito scientifico. Possiamo partire da alcuni dati che riguardano dei topi: alcuni dati che, dunque, non riguardano cellule staminali embrionali umane, bensì il funzionamento delle cellule staminali embrionali di topi durante alcune sperimentazioni. Sei anni fa riuscimmo a dimostrare che poteva funzionare: le cellule staminali embrionali del topo potevano essere "convinte" a trasformarsi in cellule che producevano insulina e così normalizzare il glucosio nel sangue nei topolini diabetici. Quello che facemmo fu di indirizzare le cellule a seguire un determinato percorso; un percorso lungo, che va dallo stadio della cellula staminale embrionale fino alla fase differenziata. Abbiamo fornito alcune istruzioni alle cellule e quindi abbiamo selezionato le cellule che mostrano un fenotipo differenziato: questo significa che esse producono insulina, rispondono ai nutrienti, sembrano una cellula pancreatica beta. Quando noi trapiantiamo queste cellule in un topo diabetico, riusciamo a curare il diabete nel topo. Dopo avere effettuato il trapianto, la glicemia scende e resta bassa quasi per un anno; un anno nel topo rappresenta la metà della sua vita, perché un topo vive per circa due anni: in termini di durata della vita di una cellula questi risultati sono abbastanza buoni. La terapia con le cellule staminali è ancora molto lontana dall'essere una terapia: prima dobbiamo risolvere molti problemi, ma non voglio addentrarmi nei dettagli scientifici. Tra i criteri cui deve rispondere una terapia con le cellule staminali c'è quello di non dover causare la formazione di tumori delle cellule trapiantate; bisogna raggiungere una sufficiente massa cellulare. Per esempio, dal momento che utilizziamo le cellule come dei farmaci, dobbiamo dimostrare che l'effetto è dose-dipendente: quando avete un paziente, gli somministrate un farmaco mentre in questo caso abbiamo un paziente e gli trapiantiamo una cellula, quindi dobbiamo dimostrare che alcune proprietà della terapia cellulare devono essere considerate con riferimento alla "dose" ossia di quante cellule abbiamo bisogno? È proprio come chiedere qual è la dose di farmaco che dovete prendere per curare una malattia. E noi mostrammo che nel topolino abbiamo bisogno di almeno cinque milioni di cellule. Disporre di meno di cinque milioni di cellule significa curare solo temporaneamente il diabete, ma con cinque milioni l'effetto è chiaro e ininterrotto e solo quando viene rimosso l'innesto trapiantato il glucosio nel sangue ricomincia a crescere, pertanto ci sono numerose proprietà da rispettare. Non entrerò nel merito di tutte le fasi, perché questo richiederebbe molto tempo: per esempio - e ora mi riferisco nuovamente alle cellule staminali embrionali umane - dobbiamo stabilire nuovi metodi di coltura, perché stiamo coltivando cellule staminali embrionali umane in cima ad uno strato fibroblastoma, che molto spesso è stato prelevato da un topo e noi non vogliamo usare le cellule del topo per supportare le cellule umane; pertanto dobbiamo stabilire nuovi metodi di coltura possibilmente privi di prodotti di origine animale, dobbiamo caratterizzare le cellule adeguatamente. Per esempio, nel cario-tipo dobbiamo studiare il cromosoma delle cellule e vedere se le cellule sono normali e quali proteine sono espresse dalle cellule e così via. Inoltre, nel caso del diabete, dobbiamo superare l'autoimmunità, perché il problema dei diabetici non è solo la loro carenza di un particolare tipo di cellule. Il problema dei pazienti diabetici è che essi uccidono le loro stesse cellule, pertanto dobbiamo fare i conti anche con il problema che questa è una malattia auto-immune. Ma una malattia auto-immune è una malattia delle cellule staminali, perché il sistema immunitario è generato dal midollo osseo, in quel particolare tipo di cellule che sono le cellule staminali del midollo osseo. Se ne sapessimo di più sulla biologia delle cellule staminali, potremmo probabilmente curare anche le malattie autoimmuni. Ecco questo è uno dei principali problemi. Infine, abbiamo bisogno di stabilire ampi consorzi. Bene, noi siamo ancora davvero al principio del processo e non sappiamo, innanzi tutto, se c'è una soluzione e, seconda cosa, - nel caso ci siano una o più soluzioni - quale sarà quella giusta. Nel 2001, durante un simposio, chiedemmo a un gruppo di esperti di votare sulle differenti probabilità: ebbene, Sir Roy Calne propose di scommettere, come avviene per le scommesse sui cavalli. Vedete, ora noi abbiamo varie possibilità: cellule di origine embrionale, prelevate da donatori cadaveri, dal midollo osseo ecc. Guardate il cavallo numero 14, il cavallo nero. In medicina dobbiamo tenere a mente che probabilmente alcuni problemi non hanno soluzione, ma questo non ci preclude di cercarla; pertanto non sappiamo se una soluzione esiste né se esiste la possibilità che ve ne sia una per una determinata malattia, tuttavia penso che abbiamo il dovere morale di cercare una soluzione, perfino se alla fine non dovessimo trovarne nessuna. Questa è una delle ragioni per cui abbiamo formato dei network. Abbiamo bisogno di reti. Nessuno risolverà i problemi da solo o da sola. Abbiamo formato ampi gruppi per risolvere le questioni e un anno fa abbiamo fondato lo European Stem Cell Network. Siete invitati a divenirne membri, perché in sostanza siamo un gruppo di scienziati che hanno stabilito una rete tra vari Paesi europei e vogliamo creare una piattaforma. Non è una società, intendo, non si tratta di denaro, non si tratta di potere, niente; è sostanzialmente una piattaforma aperta a persone che vogliono stabilire una collaborazione. E abbiamo bisogno di esperti in ambiti diversi. Abbiamo il sostegno del Ministero della Salute andaluso. Abbiamo costituito una piattaforma in cui è possibile e auspicabile la collaborazione di tutte quelle persone che sappiano come funzionano le banche di staminali, di aspetti legali o etici ecc., per risolvere problemi che, sappiamo, diventeranno molto complessi, non solo la standardizzazione; intendo: è molto più complesso, non si tratta solo dei problemi etici o legali che esistono ovunque, in alcuni Paesi più che in altri, ma ovunque. Abbiamo bisogno di scambiarci le informazioni e l'abbiamo imparato perché all'inizio le cellule staminali embrionali umane erano controllate da due grandi società che, in quanto tali, non si scambiavano le informazioni tra di loro e questo non è stato positivo per noi. Noi abbiamo bisogno di scambiare informazioni, abbiamo bisogno di collaborare, abbiamo bisogno di scambiarci i dati ecc. E questo andrà a vantaggio del paziente. I pazienti trarranno beneficio da questa strategia, non solo dalla promozione della ricerca sulle cellule staminali, ma anche dalla promozione delle terapie basate sulle cellule staminali. Sono stato fortunato a lavorare in Andalusia, la nostra regione nel sud della Spagna, che è impegnata sul fronte delle terapie basate sulle cellule staminali e della medicina rigenerativa. Questa è la ragione per cui trascorrerò il resto della mia vita scientifica al Centro Andaluso per la Biologia Molecolare e Medicina Rigenerativa (CABIMER, www.cabimer.es). L'indirizzo dell'European Stem Cell Network è www.europeanstemcell.net e vi invito ad essere parte attiva di questa rete.

Lunedì, 30 luglio, 2007 - 18:22

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