Conversazione con Aldo Schiavone

Natura e destino

di Elisabetta Mirra, Guido Biancardi

L'astrofisica ci permette di guardare lontano nello spazio tornando indietro nel tempo. Fotoni fossili compongono una fotografia della nascita dell'Universo... siamo spettatori dell'inizio. E' l'immagine prodigiosa con cui si apre il suo saggio "Storia e destino". E' anche la sintesi più potente della tesi che lo attraversa: la scienza e la tecnica da questa derivata hanno posto l'umanità di fronte a possibilità senza precedenti. L'intelligenza umana ha compiuto uno scatto decisivo passando dalla curiosità conoscitiva, propria anche degli animali, al primato evolutivo del pensiero tecnologico, cioè della capacità di manipolare il mondo secondo un progetto. Ma oggi assistiamo ad un aumento vertiginoso della potenza tecnologica, in grado di incidere sugli "statuti primari" dell'esistenza, a partire dal nostro corpo: il controllo evolutivo passa dalla natura all'uomo.

Lei ha una visione ottimistica della tecnica, ma essa non è piuttosto strumento neutrale, utilizzato pro ma anche contro le nostre possibilità di sopravvivenza? A parte alcuni momenti critici,come la minaccia di un conflitto nucleare, finora ce la siamo cavata, ma abbiamo ridotto male il pianeta che ci ospita. La giovane e casuale apparizione della nostra specie sulla scena del mondo sembra a rischio se non sapremo sopravvivere alla mutazione tecnologica...

Sono d'accordo, la tecnica è uno strumento neutro, di per sé né positiva né negativa. E' anzitutto capacità di intervento sulla natura e non si da storia della specie umana senza manipolazione dell'ambiente, si pensi ai primi raccoglitori 3 milioni di anni fa, all'avvento dell'agricoltura, alla selezione degli animali domestici, veri e propri organismi geneticamente modificati... Fino agli antibiotici, che hanno rappresentato una più recente selezione della nostra specie. Quello che è cambiato è il potenziamento senza precedenti di questa capacità di trasformazione, fino a metterci in grado di incidere sugli equilibri fondamentali degli ecosistemi, sulla biosfera del pianeta. Dobbiamo prendere atto di questo potere. Non certo per reprimerlo, cancellarlo dalla storia e fantasticare un "ritorno indietro" dell'umanità, come molto dell'ecologismo fondamentalista della seconda metà del novecento ha sostenuto. Ma per andare avanti imparando a controllarlo. Gli ultimi decenni hanno visto una vera e propria aggressione verso il pianeta. Ma quando sul piano demografico la presenza dell'uomo era più leggera, le condizioni ecologiche negli spazi umani erano certamente peggiori. Avessimo una macchina del tempo giudicheremmo aberranti gli habitat urbani precedenti la rivoluzione industriale, non vi leggeremmo alcun idillio di un rapporto pacificato con la natura. E' vero che oggi la sovrappopolazione è un problema, ma la qualità degli spazi vitali è migliorata. La tecnica dunque ci ha anche insegnato, ci ha portato avanti. Dobbiamo solo imparare a bilanciarne l'attuale accumulo di potenza con una adeguata consapevolezza culturale. La nuova alleanza con la natura di cui lei parla non si trova nel passato, è un equilibrio dinamico, da rinnovare continuamente.

Quei fotoni fossili, che giungono a noi dal tempo e dallo spazio abissali,ci dicono anche altro: niente è mai stato fermo e uguale a se stesso, tutto cambia, tutto è relatività,persino la luce. La scienza scopre che l'universo e la vita sono storia, cioè serie incessanti di eventi di trasformazione. E noi stiamo diventando quella "storia naturale che abbraccia tutti gli spazi e tutti i tempi e non ha altri limiti se non l'universo" (Buffon). Cosa ha rappresentato per lei questa intuizione?

Mi ha dato una forte emozione. Credo sia stata la grande scoperta del ventesimo secolo. Eravamo così certi che la storia riguardasse solo gli uomini e le loro vicende, e che queste si svolgessero nel contesto di un Universo immobile. Convinti che la stessa storia della vita alle nostre spalle fosse solo una evoluzione graduale, attraverso una serie di piccoli mutamenti successivi, dalle scimmie all'homo sapiens sapiens. Una visione pacificata, tranquilla: fermo l'universo, lineare il percorso evolutivo fino all'uomo. Nel secolo appena trascorso ci siamo accorti che quest'immagine era sbagliata. L'universo non è uno scenario immobile intorno a noi ma si trasforma di continuo, nulla è dato una volta per tutte. Le stesse leggi naturali non hanno valore assoluto ma storico, sono valide in epoche definite, sia pure lunghe milioni o miliardi di anni. E sono probabilistiche, tendenziali, come ci dicono in modo diverso sia la relatività che la meccanica quantistica. D'altra parte la stessa storia della vita è dominata da interruzioni, da mutamenti imprevedibili, da salti di qualità. Quindi viviamo in un universo dinamico, dominato dalla irripetibilità e imprevedibilità degli eventi. La vicenda umana è solo una tessera di questo straordinario mosaico in movimento.

Probabilmente è una presa di coscienza nuova per noi occidentali, ma il concetto di perpetuo divenire e trasformarsi della vita esiste in altre culture da millenni. E' uno dei cardini del buddismo ad esempio, come anche i principi di interdipendenza e indeterminazione. Lei pone un'altra questione paradigmatica per l'occidente. Il racconto della Genesi, come anche del Timeo di Platone,sono il travestimento di un postulato antropocentrico che ha permeato la nostra cultura.Rispetto ad esso, a nostro avviso, l'ambientalismo politico ha tentato invano uno scarto, usando parole d'ordine come "protezione" e "conservazione"; e la scienza moderna che poteva cancellarlo non sembra averlo scalfito, anzi esso resta prevalente proprio nei laboratori di ricerca.Ora che la tecnica ha fatto guadagnare posizioni all'uomo, conferendogli un potere senza precedenti,non le sembra un rischio enorme il rilancio di quell'ideologia del dominio dell'uomo sulla natura che ha generato e legittimato i suoi comportamenti più distruttivi? Possiamo immaginare un modello alternativo di relazione uomo-pianeta che, senza limitare il progresso tecnologico e l'evoluzione, individui un criterio di riequilibrio dinamico col sistema?

Dobbiamo assolutamente concepire e costruire nuovi modelli di equilibrio, come dicevamo un'alleanza dinamica. Ho anche io delle riserve sull'idea di conservazione, che considero un concetto statico, difensivo e arretrato. Essa presuppone un arresto nel cammino dell'uomo, quando non una vera e propria marcia indietro dell'umanità, che ritraendosi lascerebbe la natura incontaminata, il Mato Grosso e l'oceano così come sono. Ma ciò non è possibile: il pianeta è ormai segnato dal marchio della presenza umana, stiamo modificando tutto, l'artificiale prodotto dall'uomo è ovunque e il processo inarrestabile. Il punto è che il prezzo non può essere la distruzione degli ecosistemi. Il problema non consiste nel limitare la nostra pervasività, ma nel trasformare la specie umana da dominatrice a responsabile e garante di nuovi equilibri ecologici globali, che includano tutte le forme di vita. Il nostro intervento sulla natura, ed io sono un interventista radicale, deve consistere nel farci carico dell'armonia complessiva del pianeta.

Per quanto accidentale,probabilistica, ogni biforcazione dell'evoluzione "naturale", dai protozoi ai dinosauri, dai primati all'homo sapiens-sapiens, lavorando su variazioni sempre più piccole, è stata favorevole alla nostra affermazione. In una evoluzione "autodeterminata" il punto è diventare creatori coscienti di nuova natura. Per il momento siamo stati miopi quando non incoscienti, certamente autolesionisti rispetto agli effetti del nostro agire sul pianeta.

L'espressione "creatori di natura" mi piace, la userei anche io. La tecnica amplia a dismisura la nostra capacità di creare "natura nuova". Presto la distinzione tra "naturale", spontaneamente determinato dalla natura, e "artificiale" cioè antropogenico verrà meno. Ci muoviamo verso una storia della vita completamente orientata non più dall'evoluzione ma dall'intelligenza. Il problema è proprio diventare creatori coscienti, consapevoli, responsabili.

Quali discipline ci soccorrono per governare l'accumulo di potenza e l'accelerazione generati dalla tecnica? Ci avviamo verso un futuro dominato da una casta di scienziati o di tecno- economisti?

Abbiamo bisogno di più politica e più etica, e di una corretta articolazione tra le due. La tecnica non cade dal cielo ma si determina entro rapporti di potere, è potere e lo crea, soprattutto nella forma in cui la sperimentiamo, cioè nel suo legame con il mercato. La tecnica dipende dal mercato per svilupparsi e a sua volta si proietta su di esso, secondo una spirale in costante espansione. Questo determina relazioni di potere sempre più forti ed "opache". Le grandi strutture della tecno-economia stanno già ridisegnando nella solitudine e quindi nel pericolo la forma civile e naturale del mondo. Il problema per l'occidente è proprio questo: sapremo elaborare strumenti di controllo politico, democratico ed etico tali da immettere trasparenza e responsabilità nel rapporto oscuro tra tecnica e mercato? Dobbiamo produrre etica della responsabilità, quella che definisco etica della specie, e una nuova etica della democrazia. E' la grande sfida cui siamo chiamati nei prossimi decenni, e confesso di non essere ottimista. Il rischio che corriamo non è rappresentato dalla potenza della tecnica ma dalla forma attuale del mondo, incapace di contenerla, elaborarla, non lasciarsene travolgere.

Certamente dobbiamo imprimere un senso a questa indeterminatezza, che da le vertigini. Ma la sua etica della specie non rischia di ridursi a mero limite del cambiamento antropogenico?

Difficile a dirsi. Ma il punto è che dobbiamo finalmente iniziare a misurarci con questa sfida e risolvere i problemi che pone. Per esempio cosa vuol dire quando parliamo di eguaglianza e della sua difesa in termini di specie? O di difesa della diversità? Cosa intendiamo per etica della vita?

Il pianeta non può essere solo il laboratorio della nostra capacità trasformatrice.Come vede il futuro della nostra relazione con le altre specie?

Certamente l'etica sposterà le proprie frontiere fino a ricomprendere tutto il vivente. Non dobbiamo ritirarci dalla biosfera, ma essere in grado di costruire equilibri ecologici nei quali la vita di tutti gli altri esseri e il loro futuro diventi affare nostro. Una grande responsabilità oggettiva che ci tocca perché, immaginando una stessa linea di partenza, siamo certamente la specie che ha corso di più sulla pista dell'evoluzione, ma sempre in quanto parte di un continuum evolutivo: ce l'abbiamo fatta grazie alla combinatoria di un sistema estremamente articolato di forme di vita, abbiamo vinto la lotta dell'esistenza con il contributo e quindi in nome di tutti gli altri organismi viventi. Per cui la vita dell'ultimo squalo dell'oceano, di ogni tigre o albero è ora affare nostro, ci riguarda direttamente. Dobbiamo sentirci responsabili di ogni specie, di ogni singolo essere, pensare, agire e vincere nuove sfide anche per loro. Credo che in futuro essere vegetariani sarà la norma.

Lei sottolinea come la politica sia in affanno: la vita le sfugge, non riesce a toccare temi essenziali. Dovrebbe "fare un passo indietro" e nello stesso tempo "essere capace di pensiero anticipatore":può spiegare questa apparente contraddizione?

Nel ventesimo secolo abbiamo avuto troppa politica e troppo poca. Abbiamo immaginato che dominasse su tutto, che fosse in grado di costruire l'uomo nuovo. Tutte le esperienze totalitarie, il nazismo, il fascismo, il comunismo, contengono questa idea totalitaria, onnipotente della politica. Una ubriacatura collettiva iniziata con la rivoluzione francese e durata due secoli, fino alla caduta del muro di Berlino. L'uomo nuovo invece lo sta costruendo la scienza. In questo senso la politica deve ridimensionarsi, accettare di occuparsi di nuovi equilibri, nuove compatibilità di una vita costruita altrove. Nello stesso tempo deve fare un passo in avanti, anticipare il futuro del mondo, fissare mete, essere progettuale, stabilire protocolli di controllo, immettere trasparenza, gestire il mutamento. Non è certamente un ruolo minore. Ma di nuovo confesso di essere pessimista, poiché credo che gli strumenti, le forme che oggi possiede siano assolutamente inadeguati, ovunque nel mondo. La nostra civiltà non ha ancora elaborato idee della politica e della democrazia in grado di venire a capo della sfida posta dalla tecnica. Se non sarà in grado di farlo rapidamente si aprirà un'età oscura.

Noi siamo il risultato di una filogenesi violenta, ma anche fautori di una ontogenesi non violenta. Può la nonviolenza gandhiana essere un principio guida nella sfida che si pone? Facciamo della fantascienza e supponiamo di poter condizionare in tal senso l'evoluzione non solo culturale della nostra specie:si tratterebbe di un tratto vincente?

Direi che si tratta di un principio assoluto. Nella nostra specie la selezione naturale ha sempre privilegiato l'aggressività. Se così non fosse stato non ce l'avremmo fatta, è stato un tratto funzionale per la sopravvivenza e lo sviluppo. Il punto è che non ne abbiamo più bisogno, così come della cultura che lo ha alimentato. Abbiamo bisogno invece di selezionare immaginazione, intuizione, proiezione sul futuro, talento, inventiva, innovazione. Una modifica del nostro patrimonio genetico è fantascienza, a cui arriveremo, ma certamente una profonda evoluzione culturale è oggi tanto difficile quanto urgente. Fino al ventesimo secolo ogni paese occidentale ha avuto la sua guerra in cui scaricare tutta la violenza delle giovani generazioni. Che sperimentavano il battesimo delle armi e la conseguente produzione di adrenalina, perdendo la vita in tremende, disumane carneficine. Nella nostra parte del mondo tutto questo è finito. Non esistono più grandi collettori istituzionali dell'aggressività umana: le guerre, lo scontro di classe. Ma la carica accumulata non può improvvisamente scomparire. In assenza di una grande rielaborazione culturale il risultato è il balbettio selvaggio degli stadi e della microcriminalità.

Fa piacere pensare che Gandhi possa sempre dire la sua.Oltre alla politica e all'etica,lei esprime l'esigenza assoluta di una spiritualità più forte. Qual è dunque il ruolo delle religioni?

La naturalizzazione della morale, compresa la supposta "natura umana", è stata spesso strumento di conservazione. La natura non è palcoscenico dell'immutabile, le sue leggi sono intrinseche alle trasformazioni evolutive, e quasi sempre probabilistiche e tendenziali. Eppure essa viene sottratta al cambiamento, per farla prescrittiva, normativa, per limitare quando non impedire il mutamento possibile. Oggi dovendo ritirarsi dalla fisica e dalla cosmologia, la teologia si arrocca sulla biologia, sulla vita e sul controllo di due fasi chiave: la nascita e la morte (mentre ingegneria genetica e strutture extrabiologiche promettono di superarle). Occorre invece trovare il divino nell'accrescersi delle facoltà dell'umano, nella trasformazione, nell'intelligenza. Un Dio d'amore potrebbe restare accanto ad un uomo finalmente padrone della propria forma biologica. Tutte e tre le religioni monoteiste devono inoltre affrontare un passaggio fondamentale. Nate in un intreccio inscindibile con la politica, il loro futuro sta invece nella separazione da quest'ultima. Le religioni dovrebbero rinunciare al potere per fare posto all'uomo ed effettuare un forte reinvestimento nel sacro, abbiamo bisogno di meno dogmi e più profezia. Io non sono credente, ma certamente cristiano in senso crociano. Gesù disse "date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio". Dobbiamo dare un significato radicale a questo insegnamento, a questa distinzione netta, e dire che la scienza e la politica sono di Cesare, di Dio è l'amore e la sua testimonianza. Il cristianesimo è amore.

L'uomo nuovo deve quindi in ogni modo contrastare la forza del passato e guardare avanti verso l'ignoto, oltre un limite che non è protezione o frontiera invalicabile ma sfida e ingaggio responsabile. Anche lei come storico è trascinato al di là dei confini della sua specializzazione. Chi sono i compagni di viaggio con i quali si sente in buona compagnia?

C'è stato un autore che ha avuto una grande influenza su di me, il grande paleontologo Stephen Jay Gould, che ho conosciuto personalmente. E' stato un uomo straordinario e uno dei protagonisti di quella che chiamo "storicizzazione della vita". "La vita è solo storia" è una sua bellissima espressione. E' vero che la specializzazione cieca rischia di condurci alla rovina. Una volta proposi di invitarlo ad un convegno di colleghi, mi risposero di no. Io non esito a definirlo il più grande storico del ventesimo secolo.

Rievochiamo infine l'immagine potente con cui abbiamo cominciato. Siamo diventati capaci di guardare nell'abisso; ma esso guarda noi e pone la sua domanda: spettatori dell'inizio, saremo anche attori della fine?

E' una domanda molto bella. Certo il pensiero mi ha sfiorato. Sì, è possibile.

*In uscita sul prossimo numero di Diritto e Libertà

C'è un dipinto di Klee intitolato "Angelus novus".Mostra un angelo che sembra pronto ad allontanarsi da qualcosa che sta fissando. I suoi occhi sono grandi, la bocca aperta, le ali distese. Così deve apparire l'angelo della storia. Il viso rivolto al passato,dove a noi appare una catena di eventi egli vede una sola catastrofe che continuamente accumula macerie su macerie, scagliandole ai suoi piedi.L'angelo vorrebbe restare, risvegliare i morti, ricostruire ciò che è stato spezzato. Ma un vento di tempesta soffia dal Paradiso ed è preso nelle sue ali; così forte che egli non può più chiuderle.Lo trasporta irresistibilmente verso quel futuro cui volge le spalle,mentre il cumulo dei detriti di fronte a lui sale fino al cielo.Quello che chiamiamo progresso è questa tempesta. (Trad. da W.Benjamin,"On the concept of History")

Giovedì, 10 luglio, 2008 - 17:22

Eccetto dove diversamente specificato i contenuti di questo sito
sono rilasciati sotto la licenza Creative Commons: Attribuzione della paternità

Licenza Creative Commons

cc Associazione Luca Coscioni, via di Torre Argentina, 76 - 00186 Roma, Italia.
Tel. 06 689 79 286, Fax. +39 06 23 32 72 48, Email info [at] lucacoscioni.it
Posta Certificata: associazionelucacoscioni [at] pec.it