Ricerca e mercato

Meritocrazia per fuggire dal modello URSS

di piergiorgio strata

Nell'ambito di questo convegno, dedicato alla libertà di ricerca, ho scelto di parlare della libertà nell'accesso alla carriera scientifica. Vorrei spiegare come senza un mercato dei cervelli non si possa avere libertà di ricerca e competitività con gli altri Paesi. Vorrei ora prendere in considerazione la situazione del mercato dei cervelli in vari Paesi partendo da un articolo del Premio Nobel Arthur Kornberg pubblicato sulla rivista Science. In questo articolo egli racconta di una sua esperienza del lontano 1959 quando, come membro di una delegazione americana di cinque biochimici, si recò nell'Unione Sovietica per uno scambio di programmi fra le Accademie nazionali dei due Paesi. Dopo un mese di visita per osservare l'organizzazione della ricerca nelle principali istituzioni scientifiche sovietiche, il Ministro della Ricerca russo chiese alla delegazione americana un parere sull'organizzazione nell'Unione Sovietica. Ecco la risposta americana: "Il vostro sistema è diverso dal nostro. Voi assegnate i vostri finanziamenti ad un Direttore di Ricerca o di un Istituto. Noi li assegniamo ai singoli ricercatori. Ogni ricercatore che fa domanda è giudicato in competizione con altri ricercatori ed il giudizio è espresso da colleghi alla pari (peer review) che non fanno parte dell'istituzione di coloro che fanno domanda di finanziamento. Il vincitore non ha capi ai quali rendere conto, ma diventa il padrone di se stesso". Il Ministro russo rispose che erano gli americani ad essere diversi dai russi, perché questi ultimi agivano come il Giappone ed i Paesi europei. Quello americano è il modello della vera libertà del ricercatore. Questi, dopo aver vinto una competizione rigorosamente meritocratica, è libero di eseguire la ricerca che ha programmato, senza dipendere dal Direttore del Dipartimento, dal Rettore, dalle politiche dell'Università e da qualunque altro fattore. Deve solo lavorare, rendicontare e ottenere un altro finanziamento. Il sistema comporta che le Università vanno a cercare attivamente i ricercatori più dotati che arricchiscono l'Università di fondi e di prestigio scientifico. Vorrei ora fare alcuni esempi di quanto succede in Europa. La tendenza è quella di imitare il sistema americano. Il concetto è che all'inizio bisogna creare una fascia di accesso alla ricerca da parte di tutti, un vivaio, come si fa anche per i calciatori. Da questo vivaio si reclutano i migliori che devono entrare nel sistema. In Svezia, ad esempio, vi è un periodo di quattro più due anni di precariato per imparare a fare ricerca. Durante questo stesso periodo e non necessariamente alla fine si può entrare in ruolo. In Germania, dove il sistema è uguale al nostro e dove ci sono tre fasce di carriera che si chiamano "assistente", come era una volta da noi, "associato" e "professore", queste tre fasce sono state mantenute. Tuttavia, si è creata una carriera parallela dove vi è un periodo di precariato e da qui, anche in età giovanissima, perché non c'è bisogno di aspettare venti anni, si apre la posizione di "professore giovane". Tale posizione viene data a colui che ha dimostrato di avere autonomia e capacità di auto-gestirsi e di ottenere fondi. Non importa se l'individuo ha venticinque anni, quaranta o cinquanta. Successivamente, in base al merito, si diventa "professore". In Italia abbiamo un sistema di tre livelli di carriera che corrispondono a "ricercatore", "professore associato" e "professore". Questa organizzazione è stata attuata con la legge 382 del 1980 ed è stata concepita per fornire un posto stabile a tutti e tre i livelli. Il primo livello è stato concepito con lo scopo di imparare a fare ricerca, ma la carriera, di fatto era assicurata a tutti, anche a coloro che non avevano imparato a fare ricerca in maniera autonoma. La carriera era assicurata dal fatto che ciascun livello prevedeva un organico di 15.000 unità per ogni livello. Con questo "cilindro" si poteva salire verso le fasce superiori, come in ascensore, a mano a mano che qualcuno usciva dall'alto. In altre parole si è creata una catena di montaggio, con un processo automatico interno per ascendere. Con altri benefici ope legis sono poi entrate altre persone, come ad esempio i medici che frequentavano certi reparti ospedalieri convenzionati con l'Università. La legge attuale, con i concorsi locali, ha poi favorito le promozioni interne rispetto al reclutamento di nuovi ricercatori. In questo modo oggi abbiamo non più un cilindro, ma una piramide rovesciata. L'altra grande minaccia alla libertà nell'accesso alla carriera scientifica riguarda i concorsi. Per indurre a scelte meritocratiche è urgente introdurre e rendere efficiente il sistema di valutazione, senza il quale l'autonomia universitaria non può funzionare. Se il sistema funzionasse bene i concorsi si potrebbero abolire. Oggi la legge prevede che debba vincere il migliore sulla base dei titoli acquisiti. Di fatto, anche quando ciò avviene, cosa che non capita spesso, il vincitore fa parte di una setta ristrettissima che appartiene a determinati circoli, escludendo tutti coloro che sono fuori dal sistema, che sono all'estero, che appartengono ad altri ruoli. Infine bisogna sottolineare che anche la legge che finanziava il rientro dei cervelli non ha prodotto gli effetti che ci si aspettava. Infatti gli italiani eccellenti che si trovano all'estero, specialmente negli Stati Uniti, non sono rientrati. Questi "eccellenti" hanno delle infrastrutture e dei finanziamenti che non trovano in Italia. I ricercatori migliori lavorano innanzitutto dove si può produrre. Se vogliamo che ritornino è necessario cambiare profondamente le nostre infrastrutture e renderle più efficienti.

Lunedì, 13 ottobre, 2008 - 15:20

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