La recensione

"Lo scafandro e la farfalla": trionfo non trionfalista della libertà

di Gianfranco Cercone

Una storia vera, poi un libro, alla fine un film: l’uomo che supera il buio con la scrittura

La locandina del filmLa locandina del filmCi sono film che ci invitano a entrare nel mondo che descrivono, usando le lusinghe della seduzione. Un buon tramite, in questo caso, può essere un protagonista giovane, bello, ricco e fortunato, con il quale ci identifichiamo volentieri. Altri film, invece, più impopolari, usano, allo stesso scopo, la violenza. E il tramite può essere un protagonista con cui abbiamo perfino paura di identificarci. Mi sembra quest'ultimo il caso dello "Scafandro e la farfalla" di Schnabel.

Il film racconta il caso, realmente accaduto, di un redattore della rivista francese "Elle", che, in seguito a un ictus, si risveglia dal coma paralizzato dalla testa ai piedi. L'unica parte ancora mobile del suo corpo è un occhio; e sbattendo una palpebra, mentre gli viene recitato l'alfabeto, può compitare parole e frasi. Con l'allenamento, riuscirà addirittura a dettare un libro, quello che dà titolo al film. Il film è, idealmente, una lunga inquadratura "soggettiva" (così si chiamano, in gergo, le inquadrature nelle quali il punto di vista della macchina da presa coincide con quello di uno dei personaggi, cosicché la realtà ci si presenta come vista da costui). Idealmente; perché il film, a ben guardare, trasgredisce ripetutamente tale impostazione, tanto da mostrarci in più di un'occasione, oggettivamente, con crudezza, il volto dell'uomo sfigurato dalla paralisi dei muscoli facciali. Ciò non toglie che seguiamo la vicenda, come percorrendola insieme al protagonista, immersi nella sua interiorità. Contribuisce a questa sensazione, già il taglio del racconto.

Le prime immagini del film appaiono alla nostra vista, baluginanti, confuse, frammentarie, come sono supposte apparire al malato nel momento in cui si risveglia dal coma. E comprendiamo insieme a lui, un'informazione alla volta, traumaticamente, il suo stato di salute attuale: non può formulare con la voce i suoi pensieri, pur ben articolati dentro di sé; è paralizzato; è affetto da una sindrome rara e incurabile; eccetera... Dicevo della violenza che il film esercita sullo spettatore. Che non mi sento di imputare all'autore come una colpa, perché essa conosce due giustificazioni, o almeno due decisive attenuanti. In primo luogo, imita la violenza subita dal personaggio (e serve dunque a farcelo comprendere). Non parlo certo di violenza da parte del personale medico o degli amici o dei familiari, che appaiono quanto mai solleciti e comprensivi. E' una violenza metafisica, esercitata da una natura maligna, che può imprigionarci all'improvviso dentro un corpo divenuto inerte, oppressivo come uno scafandro, esposti alla durata di un tempo interminabile. In secondo luogo, se il film è violento, non è grossolano, non fa leva sui colpi bassi, ricerca e rende le sensazioni più sfumate del suo protagonista. Per esempio: l'uomo riceve nella sua camera all'ospedale la telefonata di una donna che ha amato tempo prima, che ancora lo ama, e che vuole parlare a lui da solo. L'infermiera (l'ortofonista) esce dalla camera, ma sbadatamente lascia la porta socchiusa. Ora, come non avvertire (senza che il film lo enfatizzi) lo spasimo di questa porta che, a causa di una corrente d'aria, si apre sempre di più, violando lo spazio privato dell'uomo, diffondendo forse nel corridoio dell'ospedale il pianto della donna al telefono, senza che egli possa minimamente intervenire o protestare?

Tuttavia, "Lo scafandro e la farfalla" non è soltanto un film tragico. L'uomo, come ho detto, compone un libro. E già questo, costituisce un trionfo della scrittura, che raggiunge e illumina il recesso buio di una malattia, che sembrava fatalmente negato alla comunicazione. Inoltre il libro, per i brani che ci vengono letti, è così saggio, ironico e leggero, che celebra un trionfo della libertà. Esprime un'anima che, in virtù della propria grazia, si sottrae alla pesantezza a cui vorrebbe condannarla il corpo. Un trionfo beninteso non trionfalistico, dai toni sommessi, ma non per questo meno incisivi.

Domenica, 20 aprile, 2008 - 19:22

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