Relazione/1

La valutazione nell'ambito della ricerca

di piergiorgio strata

La presentazione dei lavori della Commissione su ricerca e valutazione

Il Ministro Mussi, intervenuto nel consiglio generale dell’Associazione Coscioni, tenuto a Roma pochi mesi dopo la nascita del Governo Prodi, prese attivamente parte ai lavori, discusse con noi delle nostre proposte e si mostrò veramente impegnato a cambiare le cose di competenza del suo ministero. Avevamo apprezzato il suo immediato intervento a livello della Comunità europea, nel ritirare quel veto che il governo precedente aveva messo all’uso delle cellule embrionali congelate. Eravamo l’unico paese dei 15 ad aver votato contro l’uso delle cellule staminali congelate, quindi destinate alla distruzione. Poi l’abbiamo visto anche molto battagliero quando, nella prima stesura del documento di programmazione economica e finanziaria del 2007, vi fu una decurtazione del 10% dei fondi alla ricerca. Mussi disse testualmente: “Nessuno si aspetta miracoli e abbondanza, ma se l’Italia, in ricerca e formazione superiore, annuncia provvedimenti di de-finanziamento il mondo ride e noi piangiamo”.

Dopo questa fase di entusiasmo verso un ministro che prendeva così a cuore i problemi della ricerca abbiamo dovuto assistere praticamente a una completa paralisi. Praticamente sono trascorsi due anni in cui si sono bloccati i concorsi e il processo di valutazione delle Università e si è continuato col de-finanziamento, compreso l’ultimo atto del prelievo di tre milioni di euro dai fondi destinati alla ricerca per risolvere il problema dei camionisti. Si è così confermato un modello in cui in Italia la ricerca è la cosa meno importante. Un vecchio ritornello. Eppure ormai è dal 1945 che è nato il concetto di società della conoscenza, il concetto che investendo in ricerca si diventa ricchi e si combatte la povertà. Ma questo concetto che sta invadendo anche molti paesi asiatici, sembra che qui ancora non abbia attecchito. Allora noi come Associazione Coscioni abbiamo voluto non essere solo coloro che vogliono la libertà incondizionata di fare qualunque tipo di ricerca, perché l’etica è l’etica e anche noi siamo etici. La libertà di ricerca non consiste solo nel fare esperimenti: la libertà di ricerca include anche la libertà di fare un concorso e se sei bravo lo vinci.

La libertà di ricerca significa che se c’è un finanziamento e uno è più bravo ha diritto di essere finanziato, altrimenti non è libertà. La libertà di ricerca si ha quando c’è un mercato dove si sceglie e si è giudicati secondo il merito. Questi sono i temi che l’Associazione Coscioni già due anni fa aveva avanzato e sui quali torniamo oggi in questa tavola rotonda con la forza di un’associazione trasversale che annovera fra i suoi iscritti personalità di tutti gli schieramenti politici. Introduco il tema e le motivazioni della nostra scelta di un programma su ricerca e valutazione con particolare enfasi su quest’ultima. Perché proprio la valutazione? Perché riteniamo che sia il punto di partenza essenziale ed irrinunciabile di qualunque riforma. Partiamo da alcuni dati di fatto ed alcuni indici oggettivi.

Nell’aprile 2007 la Commissione europea ha pubblicato il libro verde, nel quale si faceva una riflessione sullo stato della ricerca europea paragonandola alla ricerca mondiale e richiamando l’accordo di Lisbona del 2000, con cui l’Europa si impegnava e raggiungere nel 2010 alcuni traguardi che in realtà nel 2007 sono ancora ben lontani. L’investimento in ricerca, che nel 2000 era dello 1,8% del PIL, dovrebbe raggiungere il 3% nel 2010, ma è oggi è ancora all’1,9. Il finanziamento dei privati, che negli USA è doppio rispetto al pubblico, in Europa è uguale. Il numero di ricercatori per mille abitanti doveva anche qui aumentare, ma non è aumentato. In questo libro verde si cercavano le cause di questo scarso progresso della ricerca europea e sono stati individuati essenzialmente due fattori principali: frammentazione e scarsa mobilità dei ricercatori. Per quanto riguarda il primo fattore mancano grandi infrastrutture che facilitino la collaborazione multi-disciplinare. Il secondo consiste nel fatto che il ricercatore europeo tende a muoversi poco, mentre il cammino ideale per un giovane che vuole avere una formazione scientifica è quello di lavorare in diversi laboratori nella fase iniziale della carriera proprio per allargare la propria cultura. Se noi andiamo a vedere la situazione italiana i nostri indici crollano. Infatti, l’investimento privato è il 20% rispetto al pubblico, quindi è minimo. In altre parole l’industria non investe. Se andiamo ad esaminare il numero di ricercatori per mille abitanti troviamo che è fra i più bassi tra i paesi europei ed anche al mondo. L’investimento in ricerca è di poco superiore all’1% del PIL (considerato come somma di investimento pubblico e privato). La mobilità dei nostri giovani non esiste. Si nasce in un posto e come in una catena di montaggio si spera che arrivi il proprio turno. Fare un’esperienza all’estero comporta il rischio di non rientrare più nel nostro paese. L’ingresso in ruolo nell’Università avviene con il reclutamento del ricercatore tramite un abominevole concorso locale dove a fronte di un cospicuo numero di candidati che fanno domanda soltanto 1-2 di loro affrontano l’esame e quasi sempre il vincitore è legato direttamente indirettamente ad un membro della commissione.

Questo ingresso non meritocratico di reclutamento introduce persone che peseranno per decenni sui bilanci delle Università. Abbiamo già trattato della frammentazione con la proliferazione di sedi universitarie e di corsi decentrati in piccole unità. A Londra nel 2013 sorgerà un grandissimo centro di biomedicina che ospiterà tutta la ricerca nel campo delle scienze della vita dell’area londinese, che vede così la chiusura, con relativo trasferimento, del grande e prestigioso centro di Mill Hill. In questo modo si vuole procedere lungo la strada di favorire quella ricerca di tipo transnazionale che vede biologi e clinici lavorare fianco a fianco. Ancora un esempio di de-frammentazione, questa volta in USA: allo NIH di Bethesda è quasi terminata la realizzazione di un unico edificio di 65.000 mq dedicato allo studio multidisciplinare del cervello e costruito sulla demolizione di tre distinti edifici. Ora può essere utile vedere come i ricercatori italiani si piazzano nel contesto internazionale. Riporto due dati. Il primo riguarda il programma lanciato in Europa dal Consiglio europeo della Ricerca che per la prima volta riguarda la ricerca detta curiosity driven con un bando riservato ai giovani. Hanno presentato domanda 9.000 persone. L’Italia è stata la prima in termini di partecipazione. La cosa bella è che anche nella valutazione finale, che ha premiato 300 persone su 9 mila, quindi solo il 3%, l’Italia è arrivata seconda. Quindi arrivare secondi in Europa come merito dimostra che il nostro paese ha degli ottimi cervelli.

Andiamo ora a vedere dove i vincitori italiani hanno scelto di andare a spendere i loro finanziamenti. Il risultato è che quasi la metà di loro hanno scelto un paese straniero. In altre parole costoro hanno preso meritatamente i soldi dalla Comunità europea come italiani, ma li spenderanno fuori perché le nostre strutture non sono appetibili. Per usare una metafora che ho già citato, abbiamo ottimi piloti, ma mancano le macchine per gareggiare e la ricerca è altamente competitiva. Per lo stesso motivo abbiamo tantissimi italiani eccellenti all’estero che non rientrano nonostante gli stanziamenti specifici contro il brain drain. Un secondo dato riguarda le borse di studio post-dottorato distribuite dallo Human Frontier Science Program nel campo delle scienze della vita, un’organizzazione mondiale fondata a livello del G7. Il giovane ricercatore deve spendere la borsa per un’esperienza all’estero. In questo anno su 688 domande soltanto 4 giovani chiedevano di venire in Italia e nessuno di essi ha ottenuto la borsa. Questo conferma la scarsa appetibilità del sistema di ricerca italiano. Quali sono allora i rimedi? La proposta è quella che avevamo già avanzato due anni fa direttamente al Ministro Mussi quando era qui con noi. Ci vuole una seria valutazione con forte premiazione del merito, perché l’autonomia universitaria senza valutazione non può funzionare. Bisogna valutare le università, i centri di ricerca e premiarli ampiamente se fanno bene, altrimenti trasformarli in Università d’insegnamento. Il modello di valutazione inglese, RAE, potrebbe essere preso come modello. In questo modo reclutare ricercatori di valore diventa necessità. Quindi il punto critico è la valutazione, da qui dobbiamo partire.

*Professore ordinario di Neurofisiologia all’università di Torino, co-Presidente dell’Associazione Coscioni

Mercoledì, 9 aprile, 2008 - 17:33

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