Intervista ad Angelo Guarraggio

Ipotesi per l’università

La riforma Berlinguer non è la causa di tutti i mali del sistema universitario. La meritocrazia, invece, è la strada da percorrere per ottenere maggiore giustizia sociale

Iniziamo da una riflessione,che percorre il vostro pamphlet (“Ipotesi per l’università”),sulle “finalità”, gli obiettivi del sistema universitario. Secondo voi quest’ultimo dovrebbe avere il ruolo di grande mixer sociale ed essere dispensatore di competenze e flessibilità.Potreste approfondire questa che è, potremmo dire, la prima delle vostre “ipotesi sull’università”? Noi crediamo che tutto il sistema educativo, a partire dalla prima elementare fino all'università, abbia in effetti questo ruolo di mixer sociale, nel senso che i ragazzi via via più adulti entrano nel sistema educativo ovviamente targati da alcune diseguaglianze sociali, perché nascono in determinate famiglie, perché vengono da determinati strati sociali e compito della scuola, ed in particolare dell'università, è quello di ridurre queste diseguaglianze sociali, facendo emergere quelli che, pur a partire da background più sfavorevoli e sfavoriti, hanno i meriti per emergere. In questo modo si prepara per il paese una classe dirigente che non risente del fatto che il ragazzo è nato in una certa famiglia o meno, ma che “risente” dei meriti e delle capacità dei ragazzi. In questo senso lo Stato, tramite l'università, ci sembra debba premiare ed individuare i ragazzi migliori, quelli che hanno maggiori competenze e flessibilità intellettuali per occupare posti di responsabilità nel loro immediato futuro. Certo,infatti come punto dolente che individuate nella situazione odierna c'è quello della bassa qualità degli studi oggi.Un prodotto di bassa qualità,cioè l’università intesa come un “atto dovuto”, sposta il momento della selezione altrove,in un mercato del lavoro che in Italia è spesso poco trasparente e meritocratico. Far rientrare la meritocrazia nelle università vuol dire quindi far sì che lo stato garantisca uguaglianza di condizioni di partenza,uguaglianza sociale? E allora la meritocrazia, non più parola vuota e che riempie la bocca di opinionisti ed accademici, come la si fa rientrare nelle aule e nei laboratori? Alzando il livello e la qualità degli studi universitari, nel senso che ora, un po' paradossalmente, tutti vanno all'università -. anche se non è vero - e questo di per sé non è affatto un qualcosa di negativo, e tutti si laureano, tutti con 110 e lode – ancora una volta, mi sto esprimendo in termini paradossali -. Questo fatto fa sì che poi, non essendo tantissimi i posti migliori in quanto a stipendio, a responsabilità e a status sociale, la selezione la si fa su tutti i laureati. A operare la selezione poi non sono più lo stato o lo studio, o anche la fatica di studiare, ma per esempio il caso, la fortuna, le conoscenze familiari, oppure l'azienda, e non sempre con criteri che mi pare rispettino il bene collettivo. “La situazione dell’università italiana è inquietante”, dite. Questo al di là delle varie leggi:la legge Casati del 1859, la legge Gentile del 1923,poi le modifiche prospettate dal Ministro Gui ed i provvedimenti urgenti del 1968,infine Ruperti.Di fronte ad una università che – accorgimenti legislativi a parte - diviene sempre più di massa, si può giudicare fosse necessaria ed ineludibile la riforma del 3+2? Noi diciamo in effetti che la situazione è inquietante; altri colleghi, studiosi, opinionisti e giornalisti, si sono espressi anche in maniera più dura, più decisa nei confronti di quella che è detta “riforma del 3+2” o “riforma Berlinguer”. Noi non crediamo sia un male assoluto e che tutti i mali derivino da essa. È stata una riforma importante nella storia dell'università del paese; come lei ricordava infatti c'è stata la legge Casati, c'è stata la riforma Gentile ancora agli inizi degli anni '20, e poi sostanzialmente nulla di organico fino al '68, ed anche allora, nonostante la liberalizzazione degli studi universitari, non assistiamo a nessuna legge organica. Precedentemente ci sono stati vari provvedimenti: sono stati introdotti i dipartimenti, sono stati introdotti i dottorati, si è creato il Ministero dell'Università ma, ecco, la riforma Berlinguer è in fondo la prima che ambisce ad essere una riforma organica del mondo universitario. Quali gli obiettivi che, secondo lei, gli ideatori della riforma si erano prefissati? Gli obiettivi sono secondo me sacrosanti. Il primo è quello di portare più ragazzi a fare l'università e questo è un bene, soprattutto se si confrontano le statistiche italiane – soprattutto di dieci anni fa – con quelle degli altri paesi europei. Secondo obiettivo è quello di aumentare la produttività del sistema; prima della riforma Berlinguer, su tre ragazzi che entravano in università, solo uno si laureava. Questo da un lato ovviamente comportava per lo Stato una grossa spesa ma, oltre a ciò, si può immaginare che quelli che non riuscivano a laurearsi accumulassero dentro di sé frustrazioni e problemi psicologici, rischiando di sentirsi dei “falliti”. Il terzo obiettivo è quello di ridurre la durata degli studi universitari, perché anche quel ragazzo su tre che arrivava alla laurea, ci metteva mediamente, a fronte di una durata del corso di quattro anni, intorno ai sette anni. Quarto obiettivo che la riforma si poneva era quello di “modernizzare” il sistema universitario, che voleva dire fondamentalmente avvicinarlo alle esigenze del mondo produttivo che spesso lamentava il fatto che i ragazzi fanno l'università, ci mettono molto tempo e, quando arrivano in azienda, sono da “riformare da capo”. Lamentavano insomma la grossa frattura tra una università vecchia e la produzione che invece aveva bisogno di competenze e flessibilità diverse. Quindi diciamo che nel vostro testo,da una parte vi distanziate da chi annovera la riforma tra le “catastrofi del paese”, dall'altro vedete il problema nel modo in cui questa è stata attuata... Esatto, il problema consiste proprio in come è stata attuata la riforma, in come si è venuta mischiando con alcune correnti culturali che giravano nel paese. Tutto ciò ha prodotto effetti negativi. Questo è un punto interessante in chiave di “libertà di ricerca”, anche per spiegare la concezione che il paese ha della ricerca, dello studio.Cosa ci ha portato, per usare le vostre parole,a divenire un paese che “non ama eccessivamente né la scienza,né la tecnologia” e che quindi mira più che altro a risparmiare sulla ricerca? E' un atteggiamento che viene da lontano, dalla storia di questo paese. Si può anche sostenere sia dovuto alla presenza di una forte cultura cattolica. Per noi matematici si ricorda sempre l'inizio del XX secolo, quando un periodo molto fecondo per la matematica italiana, venne in parte ridimensionato da Croce e Gentile. Penso ad esempio alla polemica di Benedetto Croce con Federico Enriques, allora Presidente della Società Filosofica italiana. Questo amare poco la scienza e la tecnologia è un processo che viene da lontano e fa parte della cultura di questo paese, e si pone come uno degli ostacoli che dobbiamo superare. A queste ragioni più di stampo culturale si associano e si aggiungono anche ragioni che fanno riferimento alla struttura produttiva italiana, nel senso che spesso le nostre aziende hanno preferito nella storia del '900 la scorciatoia, la via più breve, quella che consiste nel basarsi su produzioni con basso contenuto tecnologico e, laddove avevano bisogno di conoscenze tecnologiche, di acquistare i brevetti all'estero. E' chiaro che nell'immediato questo, che costituisce anche una delle chiavi del successo economico italiano in determinate aree e settori, lo si paga nel lungo periodo, quando entrano nel mercato altri paesi, ovviamente penso a quelli orientali, che hanno forza lavoro a minor costo. A questo punto quelle produzioni che hanno basso contenuto tecnologico devono adesso subire la concorrenza di cinesi ed indiani, ed è inutile lamentarsi. Una scorciatoia, dunque, perché nell'immediato paga di più comprare i brevetti all'estero che non formare una classe di ricercatori. Ma prima o poi, come si dice, i nodi vengono al pettine e adesso, con la concorrenza dei paesi asiatici e con un mercato più aperto dei ricercatori, stiamo pagando gli errori fatti. Io le citavo prima storie lontane d'inizio secolo, ma ci sono anche quelle più recenti, quando all'inizio degli anni '60 - penso al caso Mattei, penso al caso Ippolito, penso al nucleare - forse in Italia sarebbe stato possibile pensare ad una diversa politica tout court, e ad una diversa politica della ricerca in particolare. Un’ultima domanda.Nel vostro libro “Ipotesi per l'università” non proponete una nuova riforma, piuttosto suggerite alcune ipotesi.Ce n'è una che vi sta in particolare a cuore? In due parole: l'università adesso si è aperta e si è allargata; il numero degli iscritti è aumentato; va all'università anche chi vuole fare solo un corso triennale in discipline che fino a poco tempo fa non erano tipicamente universitarie; vi sono università maggiormente professionalizzanti… Tutto questo va bene. Ma è necessario venga anche conservata, e non solo dopo i primi tre anni quando il ragazzo ha già 21, 22 o 23 anni e pensa già ad altre cose, la possibilità di avviarsi a studi seri anche di natura teorica, per ragazzi che sin dall'inizio pensano – essendo naturalmente ciascuno libero di cambiare idea in un senso o nell'altro - all'università anche come comunità di ricerca, dove i docenti non facciano solo didattica, ma contemporaneamente ricerca.

Martedì, 15 maggio, 2007 - 16:29

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