Intervista con Michael Herzfeld, l'antropologo sulle tracce degli sfratti vaticani

intervista di Marco Valerio Lo Prete

Nel 1966 il filosofo Alfred Louch scrisse che l'antropologia era da intendere "semplicemente come un susseguirsi di racconti di viaggiatori". Una definizione riduttiva, come lo sono tutte le provocazioni, ma ad osservare l'agenda di Michael Herzfeld, uno dei più autorevoli antropologi contemporanei, viene da pensare che l'identikit dell'antropologo come viaggiatore non sia poi troppo fuori luogo. Professore di Antropologia Sociale ad Harvard, il celebre ateneo di Cambridge nel Massachussets, Herzfeld ha passato gli ultimi anni a fare il pendolare con Roma e Bangkok, dividendo il suo tempo tra ricerca sul campo, insegnamento e conferenze nelle università di mezzo mondo: in queste stesse ore è a San Francisco, poi tra una manciata di settimane sarà a Firenze per la presentazione ufficiale in Italia del suo ultimo lavoro.

Nel 1966 il filosofo Alfred Louch scrisse che l'antropologia era da intendere "semplicemente come un susseguirsi di racconti di viaggiatori". Una definizione riduttiva, come lo sono tutte le provocazioni, ma ad osservare l'agenda di Michael Herzfeld, uno dei più autorevoli antropologi contemporanei, viene da pensare che l'identikit dell'antropologo come viaggiatore non sia poi troppo fuori luogo. Professore di Antropologia Sociale ad Harvard, il celebre ateneo di Cambridge nel Massachussets, Herzfeld ha passato gli ultimi anni a fare il pendolare con Roma e Bangkok, dividendo il suo tempo tra ricerca sul campo, insegnamento e conferenze nelle università di mezzo mondo: in queste stesse ore è a San Francisco, poi tra una manciata di settimane sarà a Firenze per la presentazione ufficiale in Italia del suo ultimo lavoro.

L'ho incontrato durante una sua lecture all'università australiana di Melbourne. "Roma e Bangkok: una lettura antropologica dello sfratto". In due ore ha stregato l'uditorio di studenti e ricercatori internazionali, spaziando con la sua ricostruzione tra il centro storico romano ed i vicoli antistanti il palazzo reale di Bangkok. Racconta di una "speculazione selvaggia", di un "tacito accordo tra costruttori, Vaticano e Comune di Roma" e di "una stampa quantomeno ‘timida' nell'affrontare i nodi di fondo di un processo che sta stravolgendo il tessuto sociale del centro storico dell'Urbe". Segno dei tempi il fatto che per sentire tutto ciò si debba essere a 10.000 kilometri di distanza dal Campidoglio ed avere una discreta padronanza dell'inglese? Per scoprirlo riesco a fissare un appuntamento su Skype di lì a un paio di settimane.

Intervista di Marco Valerio Lo Prete

In un tuo libro della fine degli anni Ottanta hai scritto di essere "approdato all'antropologia attraverso il fascino" che su di te "esercitava la Grecia moderna". Cosa ti ha portato invece a comparare il rione Monti, a Roma, con un quartiere di Bangkok, in Tailandia?

Il passaggio dal mio primo campo di indagine antropologica, la Grecia, all'Italia, è in genere ciò che mi riesce più facile spiegare. Entrambi i Paesi sono nell'Europa meridionale, accomunati da molte cose. La più importante quella di rappresentare le due colonne su cui si è poggiata la civiltà classica ed in generale la culla dell'Europa contemporanea. Le differenze certo non mancano: la Grecia è un Paese che, sul piano ideologico, culturale e politico, esibisce una compattezza eclatante. L'uniformità della lingua, la resistenza che si oppone al riconoscimento delle minoranze, sono due conseguenze di ciò. In Italia invece domina la diversità. I dialetti parlati in centri abitati distanti solo qualche decina di chilometri l'uno dall'altro possono essere così diversi da risultare incomprensibili ai rispettivi abitanti. Quello che mi interessa è capire come tali differenze abbiano influito sulla società. Le analogie tra Grecia e Tailandia sono invece meno evidenti, eppure entrambi questi Paesi hanno avuto un rapporto peculiare con le potenze coloniali. Non hanno mai subito un controllo diretto, ma l'influenza politica ed economica di Regno Unito e Francia prima, e degli Stati Uniti poi, è stata importante. Ciò ha influito sulla loro percezione di se stessi nel mondo contemporaneo.

Nell'immaginario collettivo Monti, un quartiere centralissimo di una metropoli come Roma, non è proprio l'archetipo del campo di indagine di un antropologo. Sarà per quelle indelebili foto in bianco e nero di Malinowski alle Isole Trobrian ma, almeno nella percezione popolare, l'antropologia è legata ancora ad un certo "esoticismo".

Nell'immaginario popolare l'antropologia sociale sarebbe attenta solo ai popoli esotici. Ma in realtà questa immagine, molto parziale, è smentita dall'evoluzione che l'antropologia ha vissuto da almeno 30 o 40 anni. È vero però che l'Europa non è stata, per lungo tempo, un campo di ricerca privilegiato. La Grecia ha costituito una prima eccezione; è stata studiata, spesso anche perché considerata, almeno in parte, "esotica". Il mio professore, John Campbell, si occupò ad esempio dei Sarakatsani, un popolo di pastori transumanti in qualche modo simili ad alcuni gruppi africani già studiati in precedenza. Eppure già a cavallo della seconda Guerra Mondiale l'antropologia urbana si è iniziata a fare strada nei più importanti centri abitati, anche europei, ed oggi costituisce forse il campo di indagine più fecondo in materia.

Nel tuo libro che uscirà a marzo del prossimo anno, paragoni due realtà fisicamente distanti come quella di Monti a Roma e quella della comunità di Pom Mahakan a Bangkok, entrambe interessate da un'evoluzione legata ad un'ondata di sfratti…

Premetto che sono convinto dell'importanza, spesso, dello studio di casi apparentemente così emarginati ed eccentrici. Sono quelli che ci possono rivelare gli aspetti più nascosti delle macro-strutture dominanti. Roma per certi versi è la città più "emarginata" rispetto al resto del Paese, un fenomeno difficilmente comprensibile per un non-italiano. Ho seguito quindi in maniera piuttosto fedele la tradizione antropologica, applicando una vecchia tecnica ad una concezione moderna del compito antropologico. È vero, in entrambi i casi assistiamo a degli sfratti. Ma questi sono solo la manifestazione più evidente del fenomeno che volevo studiare, ovvero gli effetti della "ricostruzione" di luoghi detti "storici" sulla popolazione locale. La concezione del passato propria delle comunità locali è spesso molto diversa, al limite confliggente, rispetto a quella promossa ideologicamente dallo Stato. Ancora una volta ho iniziato a studiare questo fenomeno in Grecia, a partire da una piccola cittadina cretese i cui abitanti – facendo leva sulla stessa ideologia dello Stato – erano riusciti a difendere i loro interessi. In quel frangente coloro che volevano distruggere quelle case le etichettarono come "di origine turca", cioè – secondo l'ideologia ufficiale – appartenenti ad una tradizione non molto colta e per certi versi contrapposta a quella greca. Per tutta risposta gli abitanti locali iniziarono a rivendicare l'origine "veneziana" di quelle abitazioni. Con questa ricostruzione, propriamente "mitologica", salvarono le loro case. Ecco un esempio di come una comunità locale possa sfruttare la versione ufficiale del passato per scardinare una politica contrastante con i loro interessi. Da ciò sono arrivato a Roma e Bangkok; solo che qui, rispetto alla cittadina cretese, la proprietà della casa non è altrettanto diffusa; i contratti di affitto sono più comuni. In tutti e due i casi i prezzi di alcuni terreni e costruzioni di carattere cosiddetto "storico" sono lievitati. In Italia però il ruolo governativo non è stato decisivo quanto nel caso tailandese, dove si è ritenuto di dover sfrattare i Pom Mahakan in quanto comunità associata a povertà e problemi di droga e quindi considerata come un ostacolo sulla via della riqualificazione di un'area prossima al palazzo reale. A Roma invece, a seguito del processo di liberalizzazione del settore immobiliare, gli speculatori privati ed i gruppi religiosi – piuttosto che l'autorità statale – hanno fatto la parte del leone nel portare ad un rialzo impressionante dei valori dei palazzi di Monti.

Nel tuo libro parli di gruppi religiosi che sarebbero – sempre più –, come comuni speculatori, guidati dalla motivazione del profitto. Citi ad esempio il Vaticano nel caso degli abitanti di uno stabile in Via degli Ibernesi. La Banca di Roma, creatura di discendenza vaticana, è l'ente che richiede lo sfratto in quel caso…

Sì, anche se parlare di Vaticano in quanto tale comporta sempre una certa semplificazione. Sul terreno incontriamo in realtà vari gruppi e realtà distinte. Questo è tra l'altro uno dei modi in cui il Vaticano riesce ad avvantaggiarsi nella sua interazione con lo Stato laico. Per Roma ho visto dei graffiti con scritto: "Il Vaticano sfratta". Il punto è che, proprio in ragione della struttura amministrativa vaticana, il fenomeno è più difficile da individuare e contrastare. Ed anche per questo il Vaticano è riuscito a rimanere un potere economico importante all'interno dello Stato laico. È una conseguenza del principio della "sussidiarietà", secondo il quale ciò che può essere svolto con efficacia maggiore dalle comunità locali è meglio che sia lasciato ad esse piuttosto che demandato ad una struttura centrale e di livello gerarchico superiore. Mi è capitato di chiedere ad un prete molto in gamba perché non intervenisse in casi di sfratti che ponevano palesemente una questione morale: mi rispose che, secondo la dottrina cattolica, non aveva il diritto di ingerire nella zona di competenza e nel dibattito interno alla coscienza di un proprio fratello. Questa "struttura segmentaria" coincide per certi versi con la morfologia della società romana, o almeno quella del quartiere Monti.

Qual è il movente che spiegherebbe la strategia immobiliare vaticana?

Il movente comune a Vaticano e speculatori privati è di tipo economico ma è riconducibile ad un fenomeno globale per il quale si è creata una domanda per questo tipo di abitazioni "storiche". Piccole case, antiche e spesso dalla disposizione interna poco pratica, che però assumono un valore sproporzionatamente maggiore rispetto ad abitazioni anche solo leggermente più periferiche. Questo atteggiamento è legato ad un cambiamento culturale, a ciò che ho definito "la gerarchia sociale dei valori". Ciò avviene in molti Paesi e credo che pure a Roma ci sia un accordo tacito tra enti ecclesiastici proprietari di molti immobili, Comune ed alcune società per far salire ulteriormente i prezzi degli immobili. Si vuole cambiare volto ad una porzione di città, rendendola esclusivamente a misura di gente ricca e culla di un turismo molto costoso.

Nella tua ricostruzione degli eventi fai riferimento anche al ruolo dei mezzi di informazione. Affermi ad esempio che proprio nel momento in cui inizia il confronto più serrato tra gli inquilini di Via degli Ibernesi e la Banca di Roma, con il coinvolgimento di alcuni politici locali, i giornali sembrano perdere interesse nella vicenda.

Questo è un aspetto fondamentale. Oggi sono i giornalisti, non gli antropologi, ad essere i veri appassionati di "esoticismo". I giornali si interessano tutt'al più di alcuni aspetti pittoreschi e sensazionalistici della vicenda, ma dimenticano che questi sfratti smantellano un pezzo intero di una società basata su vincoli personali ed antichi. Gli assetti editoriali spiegano in parte questa disattenzione dei giornali. Ma molto è dovuto, credo, ad una tendenza generale: i giornali sono sempre più volti esclusivamente ad aumentare le loro vendite. In questo senso spero che la mia ricerca, ed il libro che seguirà, possano essere utili per fare chiarezza e lanciare un messaggio alla gente. D'altronde le vendite non sono la mia prima preoccupazione; un lavoro accademico come il mio, una volta che avrà venduto poche migliaia di copie, sarà già considerato un successo dalla mia casa editrice negli Stati Uniti.

I documenti delle Nazioni Unite, quando si parla di Diritto allo Sviluppo, invocano "una libera e significativa partecipazione nello sviluppo e nella equa distribuzione dei benefici che ne derivano". Credi che in questo senso le vicende del rione Monti, o di Bangkok, dimostrino che il diritto allo sviluppo è a rischio?

Sia chiaro, io non mi oppongo ad ogni cambiamento sociale. Dico solo che la logica stessa del liberalismo vorrebbe che fossero gli individui in prima persona a scegliere quale cambiamento. Qui invece sono degli interessi economici di terzi a guidare il tutto. Molta della gente che soffre di questi mutamenti coatti non è poverissima; ma, sottolineo, questo non vuol dire che la loro sofferenza sia minore rispetto a quella di altri gruppi sociali.

Rispondendo ad uno studente subito dopo la tua lezione a Melbourne, hai spiegato come – cito a braccio – "l'impegno nel sostenere una causa non costituisce un ostacolo sulla strada che porta ad un giudizio oggettivo". È stato vero anche nel caso della tua ricerca sul rione Monti?

Quando iniziai la mia carriera di antropologo mi dissi che c'erano tre cose che non avrei mai fatto: non avrei mai lavorato al di fuori della Grecia, non avrei mai girato un film e – soprattutto – non sarei mai diventato un attivista coinvolto nei fenomeni che di volta in volta mi sarei trovato a studiare. Oggi, dopo aver girato un lungometraggio sulla vicenda del Rione Monti, dopo aver partecipato ad alcune manifestazioni in loco, ho tradito d'un colpo tutti questi propositi. Ma credo che lo abbia fatto attraverso un processo di maturazione, anche professionale. In particolare prima ero mosso da un ideale positivistico, secondo il quale un qualsiasi grado di coinvolgimento sul campo avrebbe nuociuto all'oggettività della mia analisi scientifica. Oggi ho cambiato idea. Se non fossi stato personalmente coinvolto nelle vicende dello stabile di via degli Ibernesi, non avrei mai avuto accesso a tutte le informazioni di cui ora dispongo. Le categorie dell'"oggettivo" e del "soggettivo" sono profondamente connaturate alla storia dell'intelletto europeo. Spesso, quando applicate in particolare alla disciplina antropologica, sono spia di un sentire parrocchiale, che sottintende una presunta superiorità di una disciplina – e di un mondo – che guarda agli altri in maniera "oggettiva". In questi anni ho voluto ribaltare questo punto di vista: per le ragioni che ho espresso, sono certo che se avessi insistito nell'usare questa dicotomia tra "oggettivo" e "soggettivo" nel mio studio di Roma e Bangkok, avrei sicuramente finito per distorcere la verità scientifica e, quindi, il vissuto delle persone.

Sabato, 27 dicembre, 2008 - 16:37

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