Figlio con gli embrioni dell' ex: i giudici le negano il permesso


Avvenire
11/04/2007
di Elisabetta Del Soldato

Sono finite per sempre, lo hanno sancito ieri pomeriggio i giudici della "Grande Camera" della Corte europea di Strasburgo, le speranze di Natalie Evans, una donna inglese di 35 anni, di diventare mamma. Divenuta sterile dopo la lotta contro il cancro, la Evans aveva sperato di poter usare gli embrioni che lei e il suo partner, Howard Johnston, avevano prodotto in vitro nel 2001, prima che lei si sottoponesse a chemioterapia. Ma poco dopo i due si erano separati e Johnston aveva deciso di ritirare il consenso e di chiedere alla clinica che aveva in cura gli embrioni, in tutto sei, di distruggerli. Ma la Evans non si è mai arresa: ha portato il suo caso prima nei tribunali britannici, dove l'uso degli embrioni senza il consenso del partner le è stato bandito anche in appello, 11 fidanzato e poi alla Corte di Strasburgo che ieri ha della donna, varato il verdetto finale.

La rimasta sterile, legge britannica richiede infatti il consenso di ne ha chiesto la entrambi l'uomo e la distruzione donna e permette a entrambi di ritirare il dopo che erano consenso fino a poco stati congelati prima che gli embrioni in attesa vengano trasferiti nel grembo materno. Quando dell'impianto la Corte d'appello britannica ha informato la Evans che non avrebbe potuto portare il suo caso alla Camera dei Lords, questa ha pensato di rivolgersi al tribunale europeo per i diritti umani il quale, un anno fa, le ha dato torto per la prima volta. Ieri Strasburgo permesso ha ribadito il no dimostrando che la posizione sostenuta dagli avvocati della Evans, cioè che il partner non può ritirare il consenso dopo averlo dato, non ha alcun valore legale. «Sono assolutamente distrutta ha detto ieri pomeriggio uscendo dall'aula del tribunale europeo . E molto difficile per me accettare che gli embrioni saranno ora distrutti». Molto sollevata invece la reazione dell'ex partner il quale ha fatto sapere di essere molto felice del verdetto perché finalmente «ha vinto il buon senso».

Alla Evans fu diagnosticato un tumore alle ovaie nel 2001. Poco dopo lei e Johnston decisero di far congelare sei embrioni fecondati artificialmente prima che la donna si sottoponesse al trattamenti per combattere il male per usarli più tardi quando si sarebbe rimessa. Ma nel 2002 arriva la separazione: lui scrive alla clinica di distruggere li embrioni; lei, nel 2003, si rivolge all'Alta Corte chiedendo di poter usare gli embrioni senza il permesso di Johnston. Uulitmo appello fatto alla Corte di Strasburgo secondo tre articoli della Convenzione europea dei Diritti Umani rappresentava la sua ultima possibilità: e ieri tredici giudici su diciassette hanno dichiarato che non c'è stata violazione del diritto alla vita sottolineando invece l'importanza del diritto al rispetto per la vita privata e familiare e il divieto alla discriminazione. «Ovviamente sono dispiaciuto per lei ha continuato l'ex partner ma sento di avere il diritto di scegliere quando, se e con chi avere un figlio». E l'unica decisione sensata che i giudici potevano prendere, ha rimarcato Allan Pacey, direttore della British Fertility Society, e la legge britannica è chiara su questo: «Avere un figlio è una responsabilità comune».

Mercoledì, 11 aprile, 2007 - 10:17

Eccetto dove diversamente specificato i contenuti di questo sito
sono rilasciati sotto la licenza Creative Commons: Attribuzione della paternità

Licenza Creative Commons

cc Associazione Luca Coscioni, via di Torre Argentina, 76 - 00186 Roma, Italia.
Tel. 06 689 79 286, Fax. +39 06 23 32 72 48, Email info [at] lucacoscioni.it
Posta Certificata: associazionelucacoscioni [at] pec.it