FINANZIAMENTI ALLA RICERCA

Fare ricerca senza fare favori

di gilberto corbellini

Serve un censimento dei finanziatori e dei loro conflitti d’interesse

La denuncia di Paolo Pianco, Elena Cattaneo e Ranieri Cancedda del tentativo di appaltare senza alcuna valutazione obiettiva dei progetti 3 milioni di euro destinati alla ricerca sulle staminali e gestiti dell'Istituto Superiore di Sanità, ha consentito di aprire finalmente anche in Italia una discussione sul sistema della peer review e su come applicarlo per rendere più efficaci, efficienti e trasparenti le scelte che allocano i finanziamenti alla ricerca. Si tratta di un'occasione che va colta e tenuta viva, sollecitando e promuovendo una riflessione sui criteri indispensabili per una valutazione il più possibile obiettiva delle idee, dei risultati e delle politiche riguardanti la ricerca, l'innovazione e la formazione. Senza però perdersi appresso agli sterili criticismi di chi nega validità alla peer review immaginando che possa esistere un sistema migliore, e che quindi nichilisticamente preferisce il caos o il clientelismo, a un minimo di ordine e selezione su una base di merito. Parallelamente, si dovrebbero raccogliere esempi e situazioni che facciano capire che cosa succede in assenza di peer review, cioè quali sono state e continuano a essere le conseguenza del ritardo nell'uso di questo sistema. Partendo dall'alto, è noto che il Governo e il Parlamento, attraverso la legge finanziaria assegnano finanziamenti pubblici a università, enti di ricerca e ricercatori, utilizzando diverse modalità di valutazione. Nella finanziaria, per esempio, i fondi destinati a specifici enti vengono attribuiti non si sa bene su quali basi. O, meglio, si sa: si tratta di scambi di favori o di premi al fama, che prescindono da qualsiasi apprezzamento, cioè senza una valutazione obiettiva e trasparente della validità dei progetti o della attività di ricerca portate avanti da tali enti. Facciamo qualche esempio. Sulla base di quale tipo di valutazione si è deciso di assegnare 36 milioni di euro all'Istituto Gaslini di Genova, e 3 milioni di euro, rispettivamente, alla Fondazione EBRI e alla Fondazione CEINGE? Perché proprio quegli enti di ricerca? Probabilmente ci sono buonissime ragioni per queste scelte, ma queste dovrebbero essere rese trasparenti. Ci si può legittimamente chiedere, infatti, se l'accesso a questi finanziamenti è avvenuto attraverso una competizione tra più enti che avevano richiesto un sostegno economico direttamente attraverso la legge finanziaria o sulla base di scelte del tutto arbitrarie e legate solo a convenienze politiche. Ebbene, proprio il fatto che ci si possa fare queste domande mina la fiducia nel buon funzionamento di un sistema democratico, che dovrebbe essere governato attraverso scelte che sono nell'interesse generale. E, quando si tratta di finanziare la ricerca e la formazione l'interesse generale è che i soldi delle nostre tasse vengano investiti sulla base di criteri oggettivi di efficienza, efficacia e trasparenza per realizzare il meglio. E' anche sconfortante trovare nella legge finanziaria di un paese moderno - che già è un passaggio politico largamente discutibile dal punto di vista della funzionalità e per gli effetti che produce - un articolo come il 56-quater, che stanzia 5 milioni di euro per iniziative culturali volte a promuovere un "modello italiano di partecipazione informata del pubblico ai processi decisionali sull'emissione deliberata di organismi geneticamente modificati" destinati a "fondazioni e associazioni indipendenti che operano in campo scientifico per lo sviluppo di modelli sperimentali e partecipati di governance e government dell'innovazione biotecnologica". Non è azzardato pensare che i destinatari nascosti dalla nebbia linguistica del burocratese siano le fondazioni e associazioni che negli ultimi anni hanno fatto propaganda contro gli ogm, e che sono corresponsabili dell'estinzione della ricerca biotecnologica in campo vegetale in Italia. In questo caso è addirittura palese l'assegnazione di finanziamenti per attività che vengono presentate come rilevanti per lo sviluppo scientifico di un settore di frontiera, ma dove i criteri che si intende far valere sono di natura politica piuttosto che scientifica. E chissà quanti casi analoghi da 1, 2 o 3 milioni di euro si trovano nascosti sotto varie forme, ma sempre come elemosine di favore, nell'ultima finanziaria. Come praticamente succede in tutte le finanziare, indipendentemente da chi governa. Quello che accade ai livelli alti della politica e delle istituzioni, cioè che i soldi delle nostre tasse vengano distribuiti senza alcuna apparente logica di efficienza ed efficacia, ma prevalentemente come scambi di favori e quindi sulla base di impliciti ricatti, si ripercuote in forme più o meno esplicite ai livelli più periferici. Vale a dire che non sono affatto chiari i criteri attraverso cui, in Italia, vengono create e funzionano le commissioni e i comitati che a livello dei diversi ministeri decidono a chi distribuire i finanziamenti destinati a diversi ambiti della ricerca scientifica e tecnologica. Quello che è sotto gli occhi di tutti è che: in primo luogo possono far parte di queste commissioni e comitati, spesso nella posizione apicale, ricercatori che hanno un interesse diretto e anche consistente nel settore della ricerca e quindi presentano dei loro progetti o hanno delle aspettative sul piano delle scelte di indirizzo in quell'ambito; in secondo luogo non esistono criteri definiti per fare in modo che le decisioni di queste commissioni o comitati siano efficienti e efficaci, cioè oggettivamente valutate e validate, nonché trasparenti. Basta scorrere i nomi dei componenti delle svariate commissioni del Ministero della Salute o del Ministero dell'Università e della Ricerca, o del Ministero delle Politiche Agricole e si possono trovare persone che in alcuni casi da decenni controllano vaste aree della ricerca scientifica e medica, ovvero persone che hanno direttamente qualche interesse o sono legate a qualcuno che ha qualche interesse nel campo specifico. Nelle democrazie più mature e nei paesi scientificamente avanzati queste situazioni non sarebbero mai consentire, o quantomeno sarebbero contrastate a monte e comunque monitorate, in quanto le élite politiche e professionali hanno ben chiaro che se non si cercano di prevenire i conflitti di interesse e se non si applicano dei sistemi di peer review quando si tratta di decidere come spendere i soldi pubblici, si rischia di minare la fiducia sociale. Per essere espliciti, come ci si può aspettare che si sviluppi una sana competizione tra ricercatori in un determinato settore, soprattutto a livello di libera critica dei rispettivi progetti di ricerca, se nelle commissioni e nei comitati che decidono i finanziamenti per la ricerca siedono gli stessi ricercatori che presentano i progetti, e da cui comunque dipende l'assegnazione di finanziamenti a tutta la comunità degli specialisti: è naturale che si determinino dei rapporti di compromesso, sulla base del principio sociobiologico dell'altruismo reciproco. Io ti faccio un favore e tu me lo restituisci. La denuncia dei conflitti di interesse, e la prevenzione dei danni che i conflitti di interesse producono, manipolando o inquinando i risultati dei processi di peer review, sarebbe un'iniziativa sacrosanta da mettere in campo. Si tratterebbe, in pratica, di censire tutte le commissioni e i comitati che assegnano finanziamenti, verificando se i componenti di quelle commissioni hanno dei conflitti di interesse, se i finanziamenti della commissione vanno a enti in cui lavorano gli stessi membri della commissione o direttamente a qualche componente. Inoltre, si tratterebbe di verificare in che modo vengono effettuate le valutazioni, ovvero se le procedure di peer review che si dichiara di utilizzare rispondono ai requisiti internazionalmente previsti per una peer review valida. La prevenzione dei conflitti di interesse e la trasparenze delle regole utilizzate per la valutazione della ricerca servono a evitare l'instaurarsi di forme di ricatto e gli scambi di favori che danneggiano la qualità della ricerca e minano la fiducia sociale nel sistema di creazione delle élite e di produzione delle conoscenza essenziali per governare le economie avanzate.

Venerdì, 4 gennaio, 2008 - 16:20

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