«Farò il mio dovere verso i giudici e verso il dottor Riccio»


Il Riformista
23/07/2007
di Alessandro Calvi

Nella casa della vedova, che dice: «Spero che venga fatta giustizia. Quella che merita tutta questa storia». Processo Welby. i ricordi della moglie Mina. Oggi testimonierà in tribunale. 

Non è cambiato nulla, soltanto il letto non è più quello di prima. Quella stanza che tutti gli italiani hanno conosciuto attraverso i telegiornali è ancora come era allora. «Non ho avuto ancora il tempo di pensarci se cambiare qualcosa, è rimasta così, forse senza neppure una ragione», racconta Mina Welby, volto combattivo incorniciato da una capigliatura bianca e addolcito da un sorriso sereno. Già, perché la stanza è quella nella quale visse, bloccato su un letto, Piergiorgio Welby che qui morì stremato dalla distrofia muscolare progressiva una sera di dicembre del 2006. Era quasi Natale. Per ciò che accadde nella notte tra il 20 e il 21 dicembre 2006 Mina Welby comparirà oggi di fronte al gup del Tribunale di Roma Zaira Secchi, chiamata come testimone nel procedimento aperto a carico di Mario Riccio, l`anestesista che quella notte sedò Welby e staccò il respiratore.

Antigone. «Penso soltanto di dover fare il mio dovere verso il Tribunale e verso Riccio», spiega la signora Mina pensando all`incontro con il giudice. «Spero che verrà fatta giustizia, quella giustizia che merita Riccio e che merita tutta questa storia. Spero che venga dato un giudizio giusto, appunto». E, richiamandosi alla legge degli uomini, la signora Welby appare quasi come una Antigone moderna che, pur credendo alla osservanza della legge divina, non smette di nutrire la speranza per la giustizia terrena. Piero Welby, infatti, non ebbe un funerale cristiano. Forse le sue battaglie fecero troppo rumore. Nessuno però fece polemiche. Una folla di amici si radunò per salutarlo di fronte alla chiesa nella quale quei funerali non potevano svolgersi, la chiesa di Don Bosco, proprio nei giardini che in seguito furono a lui intitolati. 

La finestra sul mondo. Quei giardini però non si vedono dalla finestra della camera nella quale i telegiornali hanno fatto entrare tutto il paese. E una porta finestra che si apre su un piccolo balconcino sul quale si accavallano piante e vasi che impediscono allo sguardo di spingersi oltre. «Era da lì che Piero poteva guardare il mondo - racconta la signora Welby - era su quella ringhiera - prosegue indicando il parapetto del balcone - che spargevo del mangime perché i passerotti venissero a mangiarlo. Piero amava la natura, finché abbiamo potuto siamo usciti, siamo anche andati a  pesca. Gli compravo le attrezzature più leggere perché lui potesse utilizzarle, le canne, i mulinelli. Poi però non ha potuto più fare neppure questo». Di quei passerotti è rimasta traccia in qualche fotografia appesa sulle pareti di quella stanza. Insieme a quelle fotografie ci sono i quadri di Welby, e poi i disegni e altre fotografie. Qualche autoritratto, qualche paesaggio. E, in mezzo a tutto ciò, anche un crocifisso. «Amava dipingere e fare fotografie, eravamo appassionati di paesaggi e macrofotografia», spiega ancora Mina Welby. Completano l`arredamento un grande armadio marrone, una vetrina colma di libri, dischi e appunti, e un piccolo tavolo sul quale è aperto il computer portatile con il quale Welby lavorava e manteneva i contatti con il mondo attraverso i forum che animava e il suo blog. È acceso, decine di cartelle raccolgono centinaia di files: articoli, pensieri e fotografie stipati ovunque in un apparente caos che in realtà era l`ordine con cui proprio Welby teneva tutto a portata di mouse. Ci sono anche il libri passati in formato digitale con lo scanner da Mina perché Piero potesse leggerli quando ormai non riusciva più a leggere i libri di carta. Sono soprattutto saggi su teologia e laicismo, e Severino è l`autore più rappresentato, seguito da Vattimo Giorello, Galasso, Natoli. Tra questi, anche l`ultimo libro iniziato a leggere prima di morire e mai finito. Paradossalmente e significativamente il suo titolo è Nascere». 

Tuscolano, Roma. In questa stanza, per quasi trent`anni, Mina ha dormito con Piergiorgio. Era la fine degli anni Settanta quando lo raggiunse qui. Due anni dopo si sposarono e, con i genitori di lui, rimasero a vivere in questo appartamento al sesto piano di un palazzo del Tuscolano, stretto tra il vecchio aeroporto di Centocelle e la piazza di Don Bosco, una scheggia di marmo bianco incastrata tra i palazzoni che accompagnano il Tuscolano verso il quartiere di Cinecittà: una vera e propria città a parte che, per numero di abitanti, e anche per densità, sarebbe tra le prime d`Italia se si distaccasse da Roma. Sono palazzi come cubi di cemento, lunghi parallelepipedi che formano un lungo e dritto canyon, trasformando la Tuscolana in un fiume che sfocia proprio all`altezza degli stabilimenti di Cínecittà, dove la città finisce e l`orizzonte si apre definitivamente verso i Castelli Romani ormai in vista. Qui, a Don Bosco, vicino a quelli che oggi si chiamano Giardini Welby, Nino Manfredi, detto Piede Amaro, si libera della valigia piena di soldi  alla fine de "L`audace colpo dei soliti ignoti". Questo è il quartiere del cinema, del chiasso, delle luci di cui però nulla più arrivava nella stanza, tutto attutito dalla barriera formata da quelle piante che a Welby servivano per ricordare il suo amore per la natura. Dietro quelle piante visse Welby, in una casa popolare sul muro della quale sono ancora dipinte le 11 magliette a grandezza quasi naturale dei giocatori della Roma che vinse l`ultimo scudetto. 

20 dicembre. Qui la sera del 20 dicembre 2006 si presentò un gruppo di persone, chiamate e volute da lui. Tra loro ci sono Marco Pannella, Marco Cappato e un medico, Mario Riccio. La decisione di morire Welby l`aveva presa due giorni prima. Disse «Voglio la mia morte, non voglio più questa macchina». E aggiunse: «La sera, dopo i pacchi». Per "pacchi" intendeva dire la trasmissione televisiva Affari tuoi. «Ormai in televisione lui guardava soltanto programmi leggeri, futili, che mai avevamo visto - dice ancora Mina Welby -. Invece ormai voleva soltanto evadere». Quella sera, verso le 19 Piero Welby apre per l`ultima volta il computer, risponde alle ultime e-mail e fa un giro sui forum ai quali partecipava senza però dire a nessuno che sarebbe stato il suo addio. Neppure la madre lo sapeva. Venne informata quella sera stessa anche se qualcosa aveva capito. Chiese: «Perché oggi in casa c`è tutta questa gente?». Le risposero: «Oggi Piergiorgio se ne va». Lei lo accettò. Salutò il figlio per l`ultima volta poi volle andare in un`altra stanza. Accanto al letto di Welby rimasero la sorella Carla, la moglie Mina, Marco Pannella e Marco Cappato. «Piero volle che mettessi un disco, chiese Vivaldi che però io non trovai - racconta Mina - e allora mi chiese Bob Dylan. Era l`ultimo disco che gli avevo regalato qualche tempo prima. Misi la prima canzone senza neppure badare al titolo. Poi scoprii che era Tonight I`ll be staying here with you». «Lui - ricorda - era sereno. Se ne è andato così. Io gli tenevo la mano, gli sono stata accanto fino all`ultimo battito. Fu sedato e contemporaneamente staccato dal respiratore mentre già andava addormentandosi. Poco prima gli avevo chiesto se era proprio sicuro. Lui disse soltanto: si». La morte arrivò alle 23.40 circa.

Un'altra vita. Il giorno dopo iniziò un`altra vita nella quale però Mina Welby decise di proseguire la strada iniziata da Piero. I carabinieri e la polizia furono molto gentili e dimostrarono una sensibilità umana non comune. Nemmeno mezz`ora dopo averla rivestita, però, la salma venne sequestrata. «Io - ricorda Mina - lo sapevo ma per la madre di Piero fu una cosa terribile. Gliela dovettero portare via sotto gli occhi a lei che ancora se lo accarezzava. Per le mamme i figli sono sempre  piccoli. Per me invece lui era ancora vivo. E' rimasto vivo ancora adesso». Una volta, tempo prima, Mina disse a Piero che, morto lui, lei avrebbe lasciato Roma. Lui le fece un occhiolino e accennò un sorriso. Poi, un`ora dopo, le disse: «Però, il Calibano deve andare avanti». «Per me - spiega Mina - quello fu quasi come un testamento. Da Roma infatti non sono andata via e presto la mia collaborazione nell`associazione Luca Coscioni di cui fu co-presidente». E  non è andata via neppure dalla casa dove vissero per anni e dove continua a vivere con la madre di Piero. «All`inizio ero sfinita», prosegue il ricordo. «Quel 20 dicembre ha cambiato la mia vita, quella interiore e quella quotidiana. Oggi comincio ad avere il tempo di pensare anche a cose più pratiche», spiega guardandosi intorno, indicando l`armadio che contiene ancora i vestiti di Piero.

Un uomo politico. «Siamo stati felici - dice - me lo disse ancora pochi giorni prima di morire. Sono serena, è accaduto ciò che doveva accadere anche se quel momento, quei giorni furono terribili. Lui è stato il vero regista della sua vita da uomo politico ed è stato il regista della sua morte. Oggi mi manca. Però ciò che è avvenuto è avvenuto serenamente e non tornerei indietro». Nella lettera che inviò al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Piergiorgio Welby invocò una vita dignitosa. «Io amo la vita - scrisse -. Morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita, è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio ... è li, squadernato davanti  a medici, assistenti, parenti (...). Starà pensando, Presidente, che sto invocando per me una "morte dignitosa". No, non si tratta di questo. (...). La morte non può essere "dignitosa"; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili». Eppure ascoltando il racconto che di quella notte fa Mina Welby, Piergiorgio Welby ebbe non soltanto una vita ma anche una morte dignitosa. In questo, probabilmente, Welby si era sbagliato. Se questa morte sia avvenuta anche in accordo con la legge degli uomini, questo lo decideranno i giudici.

Lunedì, 23 luglio, 2007 - 09:57

commenti

Il calibano andrà avanti

per non far scendere il silenzio sui tanti Welby per cui Piergiorgio ha lottato da leader radicale. Giuseppe Candido

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