Eutanasia clandestina: continua la sfida per le cellule

di Giulia Simi e Andrea Francioni

E' in corso una battaglia per realizzare indagini conoscitive nel maggior numero possibile di Regioni, in modo che i risultati, presi nel loro complesso, abbiano una valenza nazionale

Il tentativo ancora in corIso dell'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica di incardinare un'indagine conoscitiva sul fenomeno dell'eutanasia clandestina nel nostro Paese permette di fare alcune considerazioni sulla base dei primi riscontri ottenuti. L'iniziativa è partita al Congresso di Orvieto del dicembre 2005 e ha conosciuto momenti di forte mobilitazione con un appello indirizzato al Parlamento italiano lo scorso autunno al quale hanno aderito più di ventimila persone, prima fra tutte Piergiorgio Welby. L'esito di questo appello, che di fatto è stato ignorato dalle istituzioni, dà la misura di come anche la sinistra continui a evitare di confrontarsi con il problema dell'eutanasia, trasformando quello che dovrebbe essere un diritto in un privilegio di classe, riservato a chi ha risorse economiche e di conoscenza tali da essere libero di decidere sul proprio fine vita, in Italia o all'estero. Molti sanno cosa avviene in situazioni drammatiche nelle corsie degli ospedali e fra le mura domestiche. Molti sanno che nella clandestinità le decisioni di fine vita vengono prese dai medici e dai familiari, più che dai malati. Molti sanno che ci sono persone che vorrebbero porre fine alla propria vita, ma sono completamente disarmate, costrette, se hanno fortuna, ad affidarsi alla pietà di un medico, di un familiare, di un amico. Molti sanno, ma è un sapere clandestino; se ne parla nei corridoi degli ospedali, degli hospice, delle case di cura, lo confidano in via riservata medici o infermieri, se ne discute in cucina davanti a un tazza di caffé, mentre qualcuno rantola nella camera accanto. "So che è un segreto, perché lo sento sussurrare dappertutto", scriveva Congreve. Cosa fare perché questo segreto drammaticamente vissuto nella solitudine e nella clandestinità diventi consapevolezza pubblica? Restiamo convinti che sia necessaria una indagine conoscitiva, promossa da istituzioni autorevoli, al fine di offrire un contributo di chiarezza alla discussione sulle decisioni di fine vita e di dare la possibilità ai cittadini, qualunque sia la loro posizione, di attingere a dati scientifici attendibili, aggiornati e rilevati su scala nazionale. L'Associazione Luca Coscioni è ora impegnata a chiedere che siano le Regioni a realizzare l'indagine conoscitiva sull'eutanasia clandestina. In queste settimane, grazie all'impegno dei militanti delle Cellule Coscioni, la richiesta di indagine conoscitiva è stata o sarà sottoposta all'attenzione degli assessori regionali alla Sanità. L'idea è che indagini conoscitive siano realizzate nel maggior numero possibile di Regioni, in modo che i risultati, presi nel loro complesso, abbiano una valenza nazionale. A tal fine è importante che il lavoro scientifico e la rilevazione dei dati statistici sia coordinato da un'unica struttura in modo da ottenere dati omogenei e confrontabili. Il 12 aprile scorso Mina Welby, Antonio Bacchi, Giulia Simi e Andrea Francioni hanno avuto un primo incontro all'Assessorato alla Sanità della Toscana. La proposta di indagine conoscitiva è stata accolta con grande interesse ed è stato molto apprezzato il fatto che l'Associazione Luca Coscioni, nel farsi promotrice della richiesta, abbia chiarito che la realizzazione dell'indagine resta affidata alla responsabilità delle singole Regioni, e questo per evitare strumentalizzazioni politiche. Per quanto riguarda la Toscana, la procedura dovrebbe prevedere la consultazione in via preliminare della Commissione regionale di Bioetica, dell'Agenzia regionale di Sanità e dell'Ordine dei Medici al fine di acquisire elementi sulle modalità di realizzazione dell'indagine. Un altro passaggio importante è previsto il 4 maggio, quando Mina Welby, Tommaso Ciacca e Giulia Simi incontreranno l'assessore alla Sanità dell'Umbria, Maurizio Rosi. In questo caso la richiesta di indagine conoscitiva è stata sottoscritta anche dai dottori Fabio Conforti, responsabile delle cure palliative dell'ASL 3, e Paolo Catanzaro, presidente della sezione umbra della Società italiana di psiconcologia (SIPO). Altri contatti sono in via di definizione attraverso le Cellule Coscioni di Calabria, Basilicata, Campania, Liguria, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto e Trentino Alto-Adige. Restano ancora molti ostacoli da superare, di natura politica e culturale. Temiamo che la situazione a livello regionale non sia molto diversa da quella nazionale, e che anche sulle amministrazioni regionali di sinistra incomba la volontà di compromesso sui temi laici che sembra animare il costituendo Partito Democratico. Per altro verso, una parte consistente della classe medica continua a coltivare il pregiudizio verso l'uso della parola eutanasia, un pregiudizio che nasconde la volontà di non conoscere, la tolleranza dell'illegalità percepita come rimedio a un fenomeno con il quale non si vuole fare i conti. Non sarà facile, ma crediamo che, se una o due Regioni troveranno il coraggio di prendere l'iniziativa, ci sarà la possibilità concreta di allargare il fronte della battaglia. Andiamo avanti nella convinzione che la durata è la forma delle cose.

 

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Lunedì, 18 giugno, 2007 - 13:13

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