Economia e limiti delle risorse

di Paolo Musumeci

Da svariati anni, sentiamo sulla bocca di politici, banchieri, opinionisti ecc. le parole sviluppo e crescita alle quali da poco è stato anche aggiunto l'epiteto sostenibile. Ma a quale definizione di economia corrisponde un così deciso accento sullo sviluppo? Per il Napoleoni, l'economia è la scienza che studia le azioni, in conseguenza della limitatezza dei mezzi disponibili, che gli uomini compiono per soddisfare i loro bisogni. Questa definizione fu in parte ripresa dal Robbins, che sottolineò che l'economia non riguarda tutte le scelte umane, ma soltanto quelle che implicano l'uso razionale di risorse scarse. Appare evidente come entrambi gli autori considerino la limitatezza delle risorse un fattore imprescindibile della scienza economica, eppure c'è chi persiste nel distacco tra la scienza economica, quale avrebbe dovuto essere, aggiornandosi coi risultati delle scienze ambientali e una ideologia che, prescindendo dalla scienza, trova più appigli nella fantascienza che nella realtà. Se è vero che, ormai da due secoli, lo sviluppo è stato tumultuoso e che tecnologia ed efficienza hanno sempre superato se stesse, non si dovrebbe dimenticare che tutto ciò è stato consentito da una disponibilità di energia straordinaria. Si è passati dalla legna al carbone, al petrolio, al gas, al nucleare in un crescendo che ha accecato anche gli studiosi, che solo di recente hanno cominciato a porsi il quesito se esiste una differenza tra un barile di petrolio, che si deve estrarre da un pozzo, trasportare, raffinare, distribuire, e la borsa di Mary Poppins. La realtà è che, se all'inizio dell'era del petrolio si estraevano 100 barili consumando l'equivalente energetico di uno, ora se ne estraggono circa 8. Continuare a credere che il petrolio è una pillola è un atto di fede che conferma la differenza tra scienza e ideologia. Ma, se alla domanda "cos'è l'economia?" si risponde evidenziando che, da tempo, essa comprendeva per definizione la scarsità, nasce ora la domanda: "cos'è l'efficienza?". Troviamo la definizione allocativa, per la quale l'efficienza si ottiene non è possibile migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di un altro, con la quale Pareto ci ricorda il limite di risorse. C'è poi la definizione tecnico- operativa, che afferma l'efficienza essere la condizione che si raggiunge quando il rapporto tra risorse consumate (input) e risultati ottenuti (output) raggiunge il massimo. Queste definizioni, se comprendessero anche parametri ambientali sarebbero accettabili, ma non è questa l'accezione in cui vengono considerate. Così abbiamo il risultato che, prendendo ad esempio la popolazione, sarà "efficienza" raggiungere il massimo numero di figli col minimo dei costi. Una cosa che si raggiunge passando il passeggino da un figlio all'altro, sempre che non sia di quelli usa e getta, inventati per aumentare i consumi, la spazzatura e gli inceneritori, in omaggio al PIL, indifferente a ciò che si fa, purché si faccia e si disfaccia, si "crei" sempre più, fino a distruggere il pianeta e con esso dei lavoratori, che avrebbero potuto dedicarsi più profittevolmente alla lettura della Divina Commedia o all'osservazione del bonobo. Siffatta efficienza non considera la possibilità che le risorse planetarie non rinnovabili che quei figli useranno, per abitudine, perché questo è lo stile di vita, potrebbero poi venire a mancare ai nipoti. Questo è il problema del mercato come teorizzato finora: che non è sufficiente che sia libero e cioè che esista la concorrenza e che esista la possibilità per tutti di intraprendere. Non è neppure sufficiente che i sindacati tutelino i lavoratori o che i giudici assicurino il rispetto dei contratti, tutti concetti peraltro più utopici che reali. Un simile mercato potrà solo condurre l'umanità al declino, perché nessuno dei fattori che intervengono in esso ha una visuale che si estenda al di là degli interessi degli stessi e, per di più, degli interessi immediati, poiché questi, quando parlano di lungo termine pensano, al più, agli ammortamenti, da raggiungere entro pochi lustri. Per convincersi della necessità di cambiare rotta basta chiedersi se uno qualsiasi degli operatori agirà mai in base alla valutazione che la popolazione della terra sarà di 9 miliardi intorno al 2050. Questi non potranno che rallegrarsi della possibilità di vendere più merci a più persone: ed è questo, infatti che sta accadendo, in attesa che "il mercato" cominci ad accorgersi che non è più in grado di produrre le merci richieste. Possiamo essere certi che, a questo punto del ragionamento, l'economista razionale ricorderà le curve di macroeconomia: uno shock da offerta aumentando i prezzi rallenterà la domanda. Ma fallirà completamente l'analisi in quanto il problema non saranno i prezzi alti ma gli scaffali vuoti. Se questa è la razionalità degli economisti, non è da meno quella dei consumatori, che pagano un perizoma il doppio di uno slip tre volte più grande, o soddisfano il proprio ego fallocentrico con auto enormi e veloci, poi impotenti nel traffico. Sulla razionalità degli imprenditori basterà ricordare che esistono studi serissimi che arrivano alla conclusione che, in pratica, le loro decisioni sono semplicemente casuali. Affidare il mondo al mercato, sperare nella razionalità di decisioni che non potranno mai essere pienamente informate, non può che portare all'esaurimento delle risorse, proprio per il meccanismo che ha consentito il benessere a un quinto dell'umanità, che ora lo vuole estendere alla Cina e all'India e che nulla può fare per gli altri disperati. Presto questo meccanismo nulla potrà più fare per nessuno. E' il concetto stesso di crescita dell'economia, della produzione e dei consumi che deve essere scardinato, non certo per amore di regimi che già hanno manifestato la loro inconsistenza, ma per una costante esterna, un vincolo, direbbero gli ingegneri, che non resta che accogliere. Con le attuali, e preziose, conoscenze scientifiche e la consapevolezza che è necessario utilizzare solo le risorse rinnovabili del pianeta, senza rammaricarsi che l'età del fuoco sia finita, è possibile aprirsi ad una crescita diversa, interiorizzata, spostata dal materiale al mentale e al conviviale. Ne cominciamo a intravedere alcuni percorsi, che principiano dal contenimento demografico, dalla produzione di energia con macchine eoliche di alta quota (Kitegen), dalla riduzione di una mobilità frenetica, dalla riduzione di consumi che rasentano la psicopatia, dalla ricostituzione delle foreste e dei mari, dalla revisione dei modi di abitare umani, dalla protezione dei terreni agricoli, dalla fine di progetti di opere titaniche, inadatte per un futuro che non potrà essere che di decrescita. Questa transizione è l'unica grande opera possibile, l'unica a cui occorre dedicarsi con la consapevolezza di non avere letteralmente alternativa. Siamo davanti ad una nuova frontiera, come sempre si tratterà del possibile contro il probabile, ma è necessario che la novità parta da una revisione del concetto di liberismo che inglobi i limiti della natura.

Martedì, 18 settembre, 2007 - 17:07

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