Dal "non possumus" al "vade retro"

di Alessandro Litta Modigliani

La vicenda emblematica di Suor Letizia e della mostra d’arte sull’omosessualità a Milano

Marco Pannella ripete spesso che la verità a volte è a tal punto "lampante", che letteralmente ci acceca. Fino a qualche anno fa, l'anticlericalismo dei Radicali poteva apparire un retaggio d'altri tempi, il riflesso abitudinario e un po' ostinato di uno slogan nostalgico e ripetitivo: "come il divorzio, come l'aborto". Oggi chi può negare l'esistenza di una nuova ondata di oscurantismo religioso, la sua portata devastante, le sue conseguenze liberticide? I segnali sono sempre più forti, chiari, inequivocabili. Bisogna essere davvero sordi e ciechi, per non sentire e non vedere. Ingenui, per non capire. Ipocriti, per far finta di nulla. La vicenda della mostra "Vade retro", rassegna d'arte sull'omosessualità, promossa a Milano dall'assessore alla cultura Vittorio Sgarbi e inopinatamente annullata, non è che l'ultimo, emblematico esempio delle minacce che incombono. Tutti conoscono Sgarbi e i suoi eccessi di disinvoltura. Il suo egocentrismo raggiunge presto e spesso punte di autentica patologia. Ma Sgarbi è anche un critico d'arte di prim'ordine, abile nel coniugare felicemente vasta cultura e capacità divulgativa. Egli è anche, irriducibilmente, un laico, capace proprio per questo di aperture culturali inaspettate ai centri sociali, ai writers, al mondo marginalizzato degli artisti bohèmien e dei creativi underground. Nasce così l'idea di una mostra dedicata all'omosessualità, dal titolo felicemente ambiguo: "Vade retro". Su questo terreno, però, Sgarbi entra subito e pesantemente in conflitto con la maggioranza e la giunta di centro-destra. Lo scontro politico in corso nel paese su coppie di fatto, eutanasia, fecondazione assistita eccetera, vedono il potere vaticano attratto da tentazioni revansciste contro le nuove domande di libertà e laicità . Il successo del cosiddetto "family day" induce i clericali a osare. Come ha scritto felicemente Maria Laura Rodotà, il dibattito nazionale sui Dico "ha dato la stura ai pirla", e Milano - che ha dato origine al termine - in questa gara non può essere seconda a nessuno. La mostra non è stata ancora inaugurata e subito scoppiano le polemiche. Alcune opere sarebbero "volgari" (ma va ?), altre "blasfeme". Una chiama in causa il Papa, un'altra Sircana. Il catalogo, già presentato alla stampa, viene ritirato: dev'essere corretto (cioè censurato) e ristampato. La mostra contiene immagini troppo "esplicite" e perciò viene vietata ai minori di 18 anni. Ma anche questo non basta: la giunta decide che alcune opere incriminate devono essere rimosse, o almeno coperte con un drappo nero. Di fronte alla eventualità di una censura preventiva, gli organizzatori gettano la spugna e annunciano l'annullamento della mostra. "Milano non merita provocazioni sterili, che contrabbandano per arte quello che arte non è - dice Letizia Moratti - I cittadini non possono essere offesi da immagini blasfeme, religiose o di minori poste in un contesto quasi pornografico (notate il "quasi", vi prego). Vanno tutelati i valori delle famiglia e della religione". Sgarbi strepita, bolla il sindaco con l'appellativo di "Suor Letizia", si appella a Berlusconi, anzi, ancora più in alto: a Maria Vittoria Brambilla in persona. Inutilmente. Persino gli interventi dei pezzi da novanta della cosiddetta Casa delle libertà non valgono a rovesciare la decisione della giunta Moratti. "Purtroppo siamo di fronte a ignoranza conclamata, generale e specifica - accusa l'assessore, che respinge tutte le riflessioni "etiche, estetiche e politiche" del sindaco - Non è del politico, e neppure del critico, giudicare l'arte in relazione a presunti valori. E comunque la mostra non feriva i valori di nessuno". Naturalmente se Berlusconi e Brambilla sostengono Sgarbi, non manca chi fa da sponda alla Moratti "da sinistra". Daniela Benelli, assessore alla Cultura della Provincia di Milano, diessina liberal e partitodemocraticista convinta, non esita a schierarsi con la concorrenza, nel patetico tentativo di non alinearsi i consensi dei benpensanti. "Questa mostra era fatta più per lo scandalo che per l'interesse artistico - sentenzia la compagna Benelli - E' un'operazione inutile e dannosa anche alla causa degli omosessuali". E' il Partito democratico, bellezza! Un allineamento così non si vedeva dai tempi del Cremlino. Sgarbi sembra quasi un radicale. Accusa la Moratti di morbosità e di censura, dice che Milano ha fatto una pessima figura e che è più vicina a Teheran che a Londra, versione aggiornata del nostro "No Vatican No Taliban". Intanto resta al suo posto. Tacciono i presunti laici del Polo, i liberali e i socialisti di Forza Italia in Consiglio comunale e in Giunta. Vedremo se la mostra sarà ospitata in altre città. Si parla di Napoli, ma la Jervolino fa subito sapere che prima ci deve pensare bene: mica sarà da meno della Moratti, no? Quest'ultima può partire tranquillamente per il solito week-end a San Patrignano. Un proibizionismo tira l'altro. La vicenda è grave, ma soprattutto è triste. Triste che ancora una volta il tema della omosessualità sia stato cacciato dall'ambito della normalità quotidiana e relegato fra i tabù. Triste che l'arte sia punita e mortificata dall'estetica di Stato, dal conformismo dei moralisti, dalle imposizioni della politica politicante. Ancora più triste, e allarmante, è che a sostegno di tutto ciò vengano addotte, senza troppi pudori, motivazioni religiose. Come se Dio e la fede fossero, a priori, valori coattivamente e indiscutibilmente validi per tutti, e non invece prodotti dalla coscienza di ogni singolo individuo, degni di considerazione esattamente al pari di tutti gli altri. Questo è il reale significato delle "radici cristiane": si torna alla "Religione di Stato" prevista dal Concordato originario, quello che Craxi si era illuso di poter riformare. Solo che il Duce in cambio aveva ottenuto l'allontanamento di Sturzo e l'esclusione dei cattolici dalla vita politica. Ora invece pare che il Vaticano voglia prendersi tutto il piatto. L'obiettivo è il potere "teocentrico", pare, non direttamente teocratico. Infatti lo esercitano i "veri laici", cioè quelli che riconoscono le posizioni egemoniche della Chiesa. Gli altri vanno emarginati in quanto "laicisti", ridicola violenza al vocabolario della lingua italiana, l'ennesima dopo tutte quelle, ben più sanguinose e drammatiche, dei secoli passati. E' in questo contesto che il capo (ex comunista) di uno Stato che dovrebbe essere laico e liberale, si rivolge al capo della maggiore confessione religiosa del paese, chiedendogli di "aiutarci a trovare valori condivisi". A giudicare dalla risposta di Suor Letizia da Milano, siamo passati dal "Non possumus" al "Vade retro". Questa volta senza doppi sensi. Noi però manteniamo intatta la nostra fiducia nell'aspirazione alla libertà e alla felicità, innata negli individui. Forti degli esempi che ci hanno dato Luca Coscioni e Piergiorgio Welby, ci attrezziamo allo scontro. "Non prevalebunt".

Martedì, 31 luglio, 2007 - 16:52

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