D 'Agostino: noi cattolici traditi Il testo del Comitato era diverso


Il Corriere della Sera
05/04/2007
di Angela Frenda

«E io che mi ero quasi scordato tutto». Francesco D'Agostino, giurista ed editorialista del quotidiano della Cei, Avvenire, usa toni ironici per spiegare quel che sta accadendo. Da presidente del Comitato nazionale di bioetica, nel 2003, riuscì a far approvare, dopo un lungo dibattito, un documento formale che invitava «il Parlamento italiano a legiferare sul testamento biologico». Era un passo avanti nel dialogo tra laici e cattolici, perché su molti aspetti era stata raggiunta una sintesi delle rispettive posizioni. «Sì — racconta D'Agostino- c' era stata una mediazione su molti punti. All'unanimità si era deciso, ad esempio, che il medico deve prendere in considerazione il testamento, ma non è vincolato a eseguirlo. Motivando però per iscritto la sua decisione. Era un modello intelligente: garantiva malato e medico. L'unica piccola eccezione c'era stata sul tema dei pazienti in coma persistente e in particolare sulla possibilità di inserire nel testamento biologico il rifiuto di alimentazione e idratazione: qui c'era dissenso. Per il resto, il nostro documento era un'ottima base di lavoro». Ma da ieri, con le parole del segretario della Cei, monsignor Betori, sul testamento biologico si assiste a un rinnovato scontro.

Un irrigidimento improvviso della Chiesa. «Naturale — spiega D'Agostino preoccupato—. Negli otto disegni di legge depositati in Parlamento, infatti, ci sono delle fughe in avanti rispetto al documento che avevamo approvato noi. Fughe, sinceramente, non previste». Tra i punti caldi, l'ex presidente del Comitato di bioetica ne individua tre: «Il primo: la figura del medico in molti disegni di legge viene vincolata a rispettare la volontà del paziente in modo quasi meccanico, il che è gravissimo perché umilia la deontologia professionale. Il secondo e più problematico: si vuole far rientrare l'alimentazione e l'idratazione tra le cure mediche e quindi sindacabili da parte del paziente. E l'ultima faccenda è che oramai sempre più spesso sono intrecciate le questioni legate al caso Welby a quelle del testamento biologico. E per me è chiaro che c'è un tentativo mediatico di confondere le idee perché, anche se ci fosse stato il testamento biologico, non avrebbe aiutato Welby. Purtroppo anche Ignazio Marino è cascato in questa trappola. ... E dunque capisco le preoccupazioni della Chiesa. Hanno ragione: il lavoro del Comitato non ha avuto dai laici l'adeguato riconoscimento. È stato tradito». Francesco d'Agostino è dispiaciuto. Dispiaciuto che il suo documento sia stato «disatteso. Io, che sono un ingenuo, ero convinto che avrebbero preso in considerazione il nostro testo. Insomma, sarebbero partiti da quello e lo avrebbero trasformato in legge. Nella certezza, così, di non avere grane, perché tutte le grandi famiglie ideologiche erano concordi sulla sintesi che avevamo raggiunto dopo una faticosissima mediazione». E invece? «Invece il Parlamento si è bloccato. Dopo le elezioni hanno riaperto il discorso e, con mia grande meraviglia, ho visto che il senatore Marino, invece di partire dal nostro testo, ha cominciato a fare una serie di audizioni senza dare al nostro lavoro alcun rilievo particolare. Marino ha organizzato un convegno sul tema al quale Casavola, attuale presidente del Comitato, è stato invitato solo come uditore, ma non per intervenire». È polemico, D'Agostino, anche su un'altra proposta: «Il senatore Ignazio Marino ha suggerito l'obbligatorietà del testamento biologico. Ma ciò sarebbe limitante della libertà di ognuno di noi». La soluzione che l'ex presidente del Comitato di bioetica suggerisce, a questo punto, è una sola: «Ripartire dalla nostra proposta, dal nostro documento. Che è ancora capace di rappresentare l'autentica mediazione. Altrimenti, vedo solo una grande confusione».

Giovedì, 5 aprile, 2007 - 11:06

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