Contro il declino

Conversazione con Strata, Greco e Termini (I parte)

Di quale declino stiamo parlando con riferimento all'Italia?

Termini.

Il declino è essenzialmente economico, soprattutto alla luce della performance degli altri Paesi europei. Il nostro Paese ha avuto una crescita economica inferiore. 20 anni fa il reddito pro-capite era superiore alla media europea, oggi è inferiore. Il tasso di occupazione lascia 10 punti alla media europea. Gli stipendi sono più bassi del 10-15% rispetto alla media europea. Il nostro paese peggiora pure nel campo dell'efficienza energetica, con conseguenze negative sull'ambiente. Un declino non solo economico, e qui risulta chiaro il legame con la ricerca scientifica. Siamo l'unico Paese che, da almeno 40-50 anni, ha seguito un modello di sviluppo economico non fondato sulla ricerca scientifica. Un modello che nell'epoca dell'economia della conoscenza non funziona più.

Ecco come si legano ricerca ed economia in un'era che voi chiamate "dell'economia della conoscenza". Cosa si intende con questa espressione?

Greco. Economia della conoscenza è quell'economia in cui si producono dei beni nei quali il volume di conoscenza scientifica aggiunto è sempre maggiore. In tutto il mondo è cosi e gli investimenti in ricerca e sviluppo, infatti, crescono a ritmi enormi. In tutto il mondo si investono 1.120 miliardi di dollari, pari al 2,1% della ricchezza mondiale. Tra le pochissime realtà che non corrono come gli altri paesi, ma che anzi sono ferme, c'è quella italiana. Gli attori responsabili per questo stallo possono essere due,oltre a quello che definite "contesto": lo Stato o l'impresa.Dov'è il problema oggi?

Termini. Il problema riguarda tutti gli attori. L'ostacolo maggiore è che non si riesce a farli dialogare in modo efficiente. Inoltre non c'è coscienza delle interrelazioni strettissime tra la ricerca scientifica ed il problema dello sviluppo produttivo. Occorre convertire il modello produttivo del paese, il che significa avere innovazione vera, di prodotto, puntando di più sui beni che contengono ricerca scientifica al loro interno. Per fare questo serve un dialogo tra mondo produttivo e mondo dell'università. Noi proponiamo di spingere verso la creazione di laboratori congiunti - tra università, enti di ricerca e imprese - con facilitazioni statali (es. defiscalizzazione) premiando i comportamenti innovativi. Ci vuole un investimento, anche culturale, per favorire chi realmente cerca di cambiare modello produttivo. La stessa cosa dovrebbe valere anche per gli enti di ricerca: dovrebbero essere premiate le attività in cui ci si mette in gioco, avviando un dialogo col mondo produttivo. Nel lungo periodo un prodotto sarà altamente competitivo solo se riusciremo a investire su idee scientifiche di avanguardia, se svilupperemo cioè tutta la filiera che va dalla ricerca di base fino a quella più vicina alla realizzazione di prodotti specifici.

Strata. Vorrei porre alcuni quesiti. Perché in Europa il finanziamento privato è uguale a quello pubblico, e nell'Italia è la metà? Inoltre la ricerca di base in Italia è poco attraente per una mancanza di strutture in cui si possa lavorare in modo decoroso, c'è troppa frammentazione. Coloro che vogliono tornare non possono non tanto per questioni salariali, ma anche perché non hanno le strutture adeguate. Abbiamo ottimi piloti ma abbiamo le macchine per correre.Vale la pena quindi per l'industria collaborare con un'università cosi malconcia? Per attirare i privati, però, si devono innanzitutto cambiare le infrastrutture per la ricerca, ed introdurre un serio sistema di valutazione.

Greco. E' vero, in Italia gli investimenti pubblici in R&S sono in media il 15% in meno rispetto ad altri Paesi. Il privato è attorno al 60-80% in meno rispetto alla realtà europea. Ci sono innanzitutto cause storiche, ovvero la scelta del modello di sviluppo non basato sulla ricerca: si è contato essenzialmente sul basso costo relativo del lavoro e sulla svalutazione competitiva della lira. Ma ora entrambi questi vantaggi sono venuti a mancare. Ergo siamo costretti ad entrate nel mercato dei beni ad alta tecnologia e qui la nostra industria fa molta fatica. Questo non deriva solo dal fatto che le nostre università funzionino male: quando i nostri ricercatori sono messi in grado di lavorare sono bravi come gli altri. Manca piuttosto una capacità del sistema produttivo italiano di specializzarsi nell'alta tecnologia e manca una politica economica che spinga verso l'high tech, che non nasce spontaneamente dal mercato, ma dalle decisione del governo. Negli USA, ad esempio, si è iniziato con il progetto della grande conquista dello spazio.

Termini. Con il nostro libro avanziamo una "modesta" proposta: un grande progetto di rilancio della ricerca scientifica può essere l'unico modo per invertire il declino economico. Iniziamo noi, classe accademica, a fare autocritica. Però la struttura complessiva dell'università italiana e degli enti di ricerca deve essere rivoluzionata, a partire dall'assegnazione dei fondi. Uno scandalo che non sia stato sempre utilizzato, per tutti i fondi, il metodo della peer review.

approfondisci Ascolta l'intervista in versione integrale al seguente link: www.radioradicale.it/scheda/ 242920  

Venerdì, 4 gennaio, 2008 - 17:20

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