Washington Post: é l'ora di legalizzarla

Peter Moskos, Stanford “Neill” Franklin - Washington Post 17 agosto 2009

Un poliziotto e un penalista, dopo aver lavorato per decenni nei quartieri più malfamati di Baltimore, spiegano perché il proibizionismo, e i reati che induce, fanno più morti delle droghe

I politici dicono di combattere questa guerra invincibile. Ma il proibizionismo sulle droghe è la causa di un traffico di droga pubblico, sregolato e spesso violento. E poliziotti meglio addetsrati e armi migliori non sono la risposta.

Dante Arthur, un agente di polizia di Baltimora sotto copertura, stava facendo quello che meglio gli riesce, arrestare gli spacciatori di droga, quando, in gennaio, si è avvicinato a un gruppo di sospetti. Quello che Arthur ignorava è che uno dei membri del gruppo sapeva, grazie ad un precedente arresto, che Arthur era un poliziotto. Arthur ha ricevuto due colpi di pistola in faccia. Nello scontro a fuoco che è seguito, il collega di Arthur ha sparato ad uno dei sospetti e, successivamente, altri tre sono stati arrestati. Da molti punti di vista, Dante Arthur è fortunato. È sopravvissuto. Nel paese muore in servizio quasi un agente al giorno. Troppo spesso una bara avvolta da una bandiera è seguita, per miglia, da scintillanti luci rosse e blu. Ancor più agenti vengono feriti, troppi combattendo la guerra contro la droga. Il proibizionismo sulle droghe è la causa di un traffico di droga pubblico, sregolato e spesso violento. Forse controintuitivamente, poliziotti meglio addestrati e armi migliori non sono la risposta. Quando spacciare droga in pubblico è conveniente, i quartieri divengono teatro di violenza. Per uno spacciatore di basso livello, operare nelle strade significa fare più soldi e avere meno rischi economici. Se arriva la polizia, e arriverà, lascerà qualche ragazzino a fare la guardia alla borsa con la droga mentre lo spacciatore si fa un giro attorno al palazzo. Ma se lo spacciatore lavora al chiuso, una sola retata, da parte della polizia come di rapinatori, può metterlo fuori gioco per sempre. Solo gli spacciatori virtualmente immuni dall’arresto (e ancor meno da una condanna) – studenti universitari, persone facoltose e quelli che non fanno mai affari con gli stranieri – possono spacciare al chiuso. Sei anni fa uno di noi ha scritto un articolo su questo giornale intitolato “Le vittime della Guerra alla Droga”.

Parlava di violenza, relazioni di comunità di livello mediocre, dell’aggressività eccessiva della polizia e degli scontri. Ma non menzionava un aspetto negativo molto importante: il più evidente e attuale pericolo della guerra alla droga per gli uomini e le donne in divisa. Chi fa uso di droga generalmente non è violento. Il più delle volte vuole semplicemente essere lasciato solo a godersi gli effetti. È lo spacciatore all’angolo delle strade che terrorizza i vicini e incoraggia i rivali agli scontri. Lo spaccio pubblico di droga crea un ambiente in cui le discussioni sui soldi o sul rispetto vengono risolte con le armi. Nelle zone ad alta criminalità, la polizia impiega la maggior parte del tempo a rispondere a chiamate di servizio su questioni di droga, mandar via gli spacciatore dagli angoli delle strade, rispondere a sparatorie e omicidi e fare una gran quantità di arresti per reati legati alla droga. Uno di noi (Franklin) era l’ufficiale in comando all’accademia di polizia quando Arthur (così come Moskos) si sono diplomati. Abbiamo appreso tutti le stesse lezioni. I poliziotti vengono addestrati sui cattivi del traffico di droga e viene data loro la conoscenza e gli strumenti per infliggere il maggior danno possibile alla comunità della droga. I politici ci dicono di combattere questa guerra invincibile. Solo dopo anni di esperienza diretta sull’inefficacia della politica sulla droga – e sull’impatto sproporzionato che la guerra alla droga ha sui giovani neri – noi e altri agenti di polizia abbiamo cominciato ad interrogarci sul sistema. Le Municipalità e gli Stati gestiscono le licenze dei venditori di tabacco e birra proprio per controllare dove, quando e a chi vengono vendute le droghe. Porre fine al proibizionismo salverebbe delle vite perché porrebbe i criminali fuori dal gioco. La regolamentazione degli alcolici non funziona perfettamente ma funziona a sufficienza. La prescrizione dei farmaci è regolamentata e pur esistendo un problema enorme di abuso, esiste almeno un sistema di distribuzione che coinvolge medici e farmacisti che lavorano senza violenza e senza un aumento della popolazione carceraria.

La regolamentazione delle droghe avrebbe un effetto simile: non una cura definitiva ma ottenere un miglioramento vasto dello status quo. La legalizzazione non creerebbe una condizione di “droga-libera-per-tutti”. Infatti, la regolamentazione è un freno al caos che già esiste. Se il proibizionismo diminuisse l’uso delle droghe e gli arresti agissero come deterrente, l’America non sarebbe il primo paese al mondo per uso di droghe illegali e per condanne per reati di droga. La fabbricazione e distribuzione di droga è troppo pericolosa per rimanere nelle mani di criminali. La distribuzione della droga deve avvenire sotto la responsabilità, combinata, di medici, del governo e di un mercato libero legale e regolamentato. Questo semplice passo eliminerebbe velocemente la maggior minaccia di violenza: gli spacciatori agli angoli delle strade. Noi esortiamo semplicemente il governo federale a farsi da parte. Che permetta alle città e ai singoli stati americani (e, già che ci siamo, agli altri paesi) di decidere ognuno la proprio politica sulla droga. Molti continuerebbero con il proibizionismo, ma alcuni proverebbero qualcosa di nuovo. La California e i suoi dispensari di marijuana terapeutica rappresentano un buon esempio, puro e semplice, che dimostra che se si legalizza la distribuzione di droga non casca il cielo. Avendo combattuto la guerra alla droga, noi sappiamo che porre fine a questa guerra è la cosa giusta da fare – per tutti noi, specialmente per i contribuenti. Sebbene i benefici economici delle legalizzazione della droga non sia la nostra maggior preoccupazione, essi sono comunque importanti. Nel referendum di luglio ad Oakland, in California, si è votato (quattro a uno) a favore di tassare la vendita di droga. L’economista di Harvard Jeffrey Miron stima che la fine della guerra alla droga porterebbe ad risparmiare 44 miliardi di dollari l’anno, con l’introito delle tasse che farebbe incassare 33 miliardi di dollari in più. Senza la guerra alla droga, i quartieri americani decimati avrebbero una possibilità di riprendersi. La gente che lavora potrebbe smettere di temere, i ragazzini abbandonati a se stessi non prenderebbero a modello i criminali, nelle nostre prigioni straripanti ci sarebbero solo veri criminali e – cosa per noi più importante – molti agenti di polizia non dovrebbero più morire.

Giovedì, 10 settembre, 2009 - 11:38

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