Un tabù per i partiti

di Giulia Simi

 

Il principio di autodeterminazione del malato è l’unico che garantisca, contemporaneamente, il rispetto della persona malata e la professionalità del medico. Quest’ultimo, messo davanti a situazioni drammatiche, è costretto a operare in completa solitudine, stretto tra il timore di essere sottoposto a giudizio penale e la consapevolezza, maturata in scienza e coscienza, che si debba aiutare la persona a compiere una scelta liberamente e coscientemente fatta, ad esempio perché la malattia che lo affligge è irreversibile, senza più speranza di cure efficaci mentre le condizioni di sofferenza fisica e psichica a cui è sottoposto non sono più da lui sostenibili.

Il principio di autodeterminazione riconosce inoltre la possibilità per il malato di scegliere, anche se la scelta sarà quella di non esercitare il suo diritto alla cura.   Su questo argomento, la dichiarazione del prof. Umberto Veronesi è illuminante: “nessuno deve scegliere per noi  ha sottolineato l’oncologo, andando così dritto al cuore del problema dell’eutanasia.

L’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica sta portando avanti contemporaneamente alla battaglia sul testamento biologico, quella che consente la regolamentazione dell’eutanasia, sul modello olandese, belga e svizzero.  L’intenzione è di aprire  gli occhi dell’opinione pubblica di fronte al fenomeno dell’eutanasia clandestina di cui, già oggi, sono vittime i malati. Quest’ultimi spesso sono ridotti, in assenza di una regolamentazione, a essere oggetto e non soggetto della decisione del medico e dei familiari, come risulta da indagini realizzate anche in Italia. E’ più comodo far finta di non sapere , come è già stato per l’aborto, che esiste un’eutanasia di classe, perché solo chi ha sufficiente conoscenza e denaro potrà permettersi di scegliere liberamente come terminare la propria esistenza.

Per questo motivo, in seno all’Associazione, restiamo convinti della necessità di un indagine parlamentare sul fenomeno dell’eutanasia clandestina e dell’opportunità che questa scelta sia sostenuta da istituzioni autorevoli, per offrire al dibattito un contributo di conoscenza e chiarezza sulle decisioni di fine vita, permettendo ai cittadini, qualunque sia la loro posizione iniziale al riguardo, di attingere a dati scientifici attendibili, aggiornati e rilevati su scala nazionale.

La via migliore da percorrere ci pare quella seguita in Olanda dove, nel 1990 , fu istituita dal Governo, col consenso della Royal Ducht Medical Association, la Commissione Remmelinck, il cui lavoro mise in luce l’esistenza di una eutanasia illegale che coinvolgeva medici e parenti. Per l’opinione olandese fu un brusco risveglio, che innescò un dibattito duro, conclusosi con la regolamentazione dell’eutanasia. 

In Italia, la polemica su questi temi è talmente ideologica che spesso si confondono più piani: ad esempio si chiedono adeguata assistenza e cure palliative per i malati in gravi condizioni, ma poi si fa ben poco per garantire le risorse necessarie allo scopo. Ipocritamente, ci si “dimentica” che queste furono battaglie di Luca Coscioni e di Piergiorgio Welby, battaglie che l’Associazione continua a portare avanti con determinazione. Chiediamo alle istituzioni di attuare un regolamento che assicuri l’assistenza terapeutica per il malato e  le cure palliative, senza escludere per ciascuno la  possibilità di disporre del proprio corpo – come è stato per Piergiorgio –  perché è vero che la medicina cura sempre di più, ma non per questo guarisce di più. Come ha scritto Luca Coscioni: “vogliamo allontanare i fantasmi che ruotano intorno al termine eutanasia, vogliamo non essere vittime della eutanasia clandestina”.

 

Venerdì, 10 dicembre, 2010 - 18:53

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