Un Parco d'Abruzzo in meno ogni anno

a cura di Maria Cristina Treu

La situazione italiana è drammatica: abbiamo a disposizione per la coltivazione meno di un campo di calcio a testa. Ma ogni anno si consuma più o meno una porzione di suolo libero equivalente al Parco d'Abruzzo.

In questa sede voglio toccare quattro punti. Il primo riguarda il cosiddetto piano-casa, l'intervento recente cui stiamo assistendo, con una successione di proposte che sembrano non essere mai quelle definitive. Mi sembra sia un intervento congiunturale, o per lo meno viene presentato come tale, in un momento in cui sono in discussione da tempo ormai quattro proposte di legge di riforma della legge urbanistica tuttora vigente, quella del 1942. È stata una legge fatta in un momento di disattenzione, perché si stava facendo dell'altro, però se andiamo a leggerla c'è tutto, persino i piani comprensoriali e i piani di aria vasta. E’ una legge di principi, e nella sua applicazione ci siamo resi conto che non avendo sanzioni poteva essere anche inefficace. Adesso ci ripropongono quattro leggi che sono molto vaghe, tra l'altro scritte male, molto letterarie, ripetute e ridondanti, non hanno né regole né punti fermi né sanzioni, ma forse il nostro Paese sopporta malissimo le regole, quindi probabilmente varrebbe la pena tenerci la legge del '42. Ricordo questo perché, a suo tempo, si parlava di piani di ricostruzione: era un decreto luogotenenziale fatto subito dopo la guerra, con il quale si sospese l'applicazione della legge urbanistica nazionale perché doveva riprendere l'edilizia e l'economia. Si fecero anche i famosi lavori a regia e tanto altro, e mi sembra di rivivere una situazione analoga: oggi si propone un intervento congiunturale, in realtà, chi può aumenti del 20 per cento la propria abitazione, ed intanto si blocca il dibattito parlamentare sulle quattro leggi. Su questo vorrei ricordare che in molte regioni che hanno ormai la terza legislazione urbanistica i premi ci sono e sono variamente declinati; inoltre molti comuni promuovono incrementi con i programmi integrati d'intervento – cioè con quegli interventi che vedono insieme pubblico e privato – in cui si arriva ad aumentare del 40 per cento la possibilità di intervenire, nell’ipotesi di un adeguamento dell’edificio a questioni di tipo energetico. A fronte di ciò, vale la pena ricordare anche esempi positivi, come alcuni interventi di ricostruzione di zone di Milano, che cercano di ricostituire dentro all'intervento di riqualificazione uno spezzone di tessuto di società, mescolando quindi famiglie di tutti i tipi, attività e residenza, servizi. Ci sono però anche delle questioni di cui dobbiamo preoccuparci, perché quando noi diamo l'autorizzazione ed il premio – con un duplice intento, da una parte la questione del risparmio energetico e dall’altra quella dell’edilizia destinata a chi ha difficoltà ad accedere ad abitazioni a un prezzo calmierato - lo diamo prima del risultato. E noi sappiamo che uno dei problemi delle nostre amministrazioni è proprio il controllo di quanto avviene dopo, perché noi non controlliamo e abbiamo anche difficoltà ad intervenire dopo, abbattendo la questione. Allora a cosa serve questo intervento di tipo congiunturale? A far tirare fuori un po’ di risparmi dalle tasche degli italiani e a ributtarlo in un settore dove per il quale già da tempo ci chiediamo: è veramente tutto bene quando va bene l'edilizia? Io sostengo che non è proprio così: è vero che l'edilizia attiva diciassette settori, però non è vero che poi ci manda avanti una direzione di innovazione, ma ci manda avanti in una direzione dell'alimentazione di arricchimento di alcuni oligopoli o di alcuni singoli. Quando io vedo che tutti, da Errani ad Alemanno, sono d'accordo su questo, io mi trovo come quando per far passare un piano regolatore, questo passa solo se, indipendentemente dall'amministrazione, si mette d'accordo con tutti gli altri aumentando le cubature. Noi stiamo vivendo un periodo in cui, se qualcosa avevamo ottenuto sul piano culturale, oggi con queste operazioni noi stiamo tornando indietro al dopoguerra, ma senza l'entusiasmo del dopoguerra di ricostruire una nazione, molto più stanchi e frustrati. L’edilizia può innovare moltissimo, perfino nel cemento e nel vetro, però non è con l'aumento del 20 per cento della villetta che abbiamo queste innovazioni. La seconda questione che vorrei toccare è la difesa delle aree agricole ed il consumo di suolo. Nell’ultima legge urbanistica della regione Lombardia siamo riusciti a far mettere un articolo che difende le aree agricole. Abbiamo sollevato la questione del consumo di suolo perché, secondo alcuni studi, ogni anno si consuma più o meno una porzione di suolo libero equivalente al Parco dell'Abruzzo; utilizziamo questo paragone perché parlare di metri quadrati di quantità, è un dato astratto e spesso non si riesce a capire. Secondo me il settore alimentare in questa crisi è uno dei settori su cui dovremmo puntare, non per diventare autarchici e autosufficienti, ma per avere una situazione in prospettiva migliore. Noi abbiamo a disposizione a testa meno di un campo di calcio piano da coltivare, quindi la situazione italiana è drammatica. Con l'Istituto Nazionale di Urbanistica stiamo cercando di attivare un Osservatorio Nazionale sul Consumo di Suolo. Un'avvertenza però: io non vorrei che sul consumo di suolo si facesse terrorismo dando dei numeri a caso perché poi le stime spesso sono sovradimensionate o sottodimensionate, ma corredando le stime quantitative con la qualità, cioè “dov'è il suolo”, perché tutto il suolo libero è importantissimo, ma non tutto il suolo libero ha le stesse funzioni. Il terzo punto: mentre gli aumenti e gli incrementi delle volumetrie sono dati per certi nel “piano casa”, l'individuazione degli ambiti paesaggistici da tutelare è un auspicio. Inoltre dobbiamo mettere in chiaro una questione: il piano casa deve partire da un sostegno di affitti, perché nelle regioni sta diminuendo tantissimo la possibilità di sostenere le famiglie che non riescono a pagare l'affitto. Questo perché le regioni hanno avuto un trasferimento dallo stato minore del previsto e in parte i comuni sopperiscono a ciò. Come secondo punto si può anche ipotizzare un’operazione di nuove costruzioni con la rottamazione di altre, come dovrebbe essere il caso per il Vesuvio, ma come anche sarebbe dovuto avvenire a Malpensa. In definitiva, costruiamo pure nuove città, però se vogliamo una ripresa che non sia congiunturale, che non sia un condono mascherato, che non sia foriera di contenziosi tra vicini, cerchiamo di mettere al primo posto scelte che vanno nella direzione non solo di togliere le aree vincolate paesaggisticamente, ma anche le aree a rischio, e cercando di fare un piano casa come ho cercato di dire e di mettere davanti alla responsabilità di chi non è al governo oggi, ma tace probabilmente per rincorrere il consenso, la questione di approvare una di quelle quattro leggi, oppure, come io sostengo, di avere il coraggio di dire: teniamoci la vecchia legge del 1942.

Martedì, 9 giugno, 2009 - 16:22

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