La ricerca  LA PARABOLA DEL CENTRO PRESIEDUTO DALLA MONTALCINI

Un Nobel può fare male alla ricerca?

Nature lancia l’allarme per il commissariamento dello European Brain Research Institute (Ebri) deciso dalla Presidente Montalcini. I protagonisti della vicenda dicono la loro 

Roma. Il 22 aprile del 2009 Rita Levi-Montalcini compieva 100 anni. Nature, l’autorevole rivista scientifica britannica, proprio in quei giorni dedicò un ampio servizio alla scienziata italiana, celebrando la donna che nel 1986 vinse il Premio Nobel per la Medicina. Anche quest’anno la rivista Nature è tornata a parlare di Rita Levi-Montalcini. Questa volta non per celebrare la centunesima candelina spenta dalla Senatrice a vita, ma per stigmatizzare, con un editoriale apparso a gennaio, alcune delle sue scelte: “Le azioni autocratiche della fondatrice di un istituto potrebbero distruggere un centro di eccellenza per la ricerca sul cervello”. La “fondatrice” in questione è appunto la Montalcini, mentre “l’istituto” che rischia di essere affondato è l’Ebri, lo European Brain Research Institute. Per capire le ragioni dell’allarme lanciato da Nature bisogna iniziare dal 2001.

Cos’è l’Ebri? “Nel settembre 2001 – si legge sul sito dello stesso istituto - il premio Nobel Rita Levi-Montalcini propone, al Workshop di Confindustria a Cernobbio, l’opportunità strategica per l’Italia di creare un istituto di ricerca internazionale per lo studio del cervello, denominato con l’acronimo di EBRI (European Brain Research Institute)”. L’entusiasmo è tanto, e così nel maggio 2002 viene costituita la Fondazione no profit EBRI e ne è definito lo Statuto. Vengono nominati i componenti di un Consiglio Scientifico Internazionale che vanta la presenza di tre premi Nobel. Lo stesso Consiglio scientifico che da novembre, sostiene la rivista Nature, la Levi Montalcini si è adoperata attivamente per far dimettere. Pochi giorni dopo l’editoriale infatti, a inizio febbraio vengono formalizzate le dimissioni del Consiglio presieduto dal Premio Nobel Torsten Wiesel. Si dimette anche il direttore scientifico dell’Ebri, il professore Piergiorgio Strata che è anche co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni.

Lo sconcerto nella comunità scientifica italiana è evidente. Il 17 febbraio scorso la professoressa Elena Cattaneo, dell’Università di Milano, firma un articolo di fondo sulla prima pagina dell’inserto Tutto Scienze del quotidiano La Stampa; il titolo: “Spiegateci la crisi dell’Ebri”. Una settimana dopo, sempre sulle colonne della La Stampa, è Pietro Calissano ad abbozzare una risposta: “Mi sento in dovere ed autorizzato a rispondere a queste domande, in quanto vice-presidente della stessa fondazione scientifica”. Maggiori indiziati, secondo il docente dell’Università di Tor Vergata, sarebbero “l’aumento dei costi per salari e spese condominiali”, alcune vertenze sulla proprietà dello stabile che ospita l’Ebri e l’atteggiamento di alcuni membri del Consiglio che, “preoccupati della situazione, hanno invitato Rita Levi Montalcini a considerare addirittura la chiusura definitiva dell’Ebri”. Da qui, oltre che “dal crescente disaccordo interno al Cda”, la decisione della Presidente di chiedere al prefetto di nominare un commissario, “il quale provvedesse alla riorganizzazione e al rilancio scientifico di livello internazionale”.

Ma la versione di Calissano non convince tutti. Piergiorgio Strata, intervenendo anche lui su La Stampa il 14 aprile, replica così: “L’Ebri non era andato in crisi per l’aumento delle spese di condominio, cifra trascurabile, e neppure dei salari che ho ridotto di 3 unità, ma perché è sempre stata piena di debiti”. Poi “la richiesta di restituzione dei locali da parte del padrone di casa era un problema superato da una sentenza del tribunale già nell’ottobre scorso. […] Inoltre, l’affermazione che alcuni membri del consiglio d’amministrazione, preoccupati della situazione, abbiano invitato Rita Levi Montalcini a considerare la chiusura dell’Ebri è fuorviante”. Se non altro perché una decisione del genere spetterebbe proprio al Consiglio e non alla Presidente. Ma soprattutto il professor Strata fa alcuni rilievi già avanzati sia da Nature che dalla professoressa Elena Cattaneo e che più di altri dovrebbero preoccupare chiunque abbia a cuore la ricerca in Italia: “Nella richiesta di commissariamento si legge, tra l’altro, che i membri del Cda non hanno la “benché minima capacità amministrativa e gestionale e che la necessità dell’uso della lingua inglese per la presenza di stranieri rende farraginoso il dialogo ed è contrario all’efficienza”.

In nome dell’efficienza, insomma, si dimissionano i premi Nobel. Quantomeno strano per un’istituzione che nella sua “ragione sociale” ha la ricerca, da effettuare su scala europea. E infatti Strata afferma: “Credo invece che la decisione di chiedere il commissariamento sia nata per risolvere uno scollamento profondo tra me e il Consiglio scientifico da una parte e la presidenza (presidente e vicepresidente) dall’altra”. Scollamento a proposito di cosa? Probabile che a qualcuno non andasse giù il processo di reclutamento internazionale dei ricercatori perseguito dal direttore scientifico; un processo selettivo del quale forse si sentì “vittima” lo stesso Calissano, che “chiese di essere assunto per dirigere un laboratorio. Una richiesta legittima – conclude Strata – che sarebbe stata presa in considerazione in occasione di un bando che finora non era possibile emanare. Le regole dovevano valere per tutti”. Calissano si è allora rivolto al Cda, e la stessa Presidente Montalcini avrebbe fatto pressioni per una sua assunzione, ma il Consiglio scientifico e Strata non hanno mai avallato nessuna deroga. Risultato: in nome di interessi privatistici e con la scusa che troppi cervelli internazionali intralciano “l’efficienza” dell’istituto, si è deciso di commissariare l'Ebri. Ma se la situazione resta quella attuale, all’Italia potrebbe venire a mancare un centro di ricerca di livello internazionale, in un panorama scientifico nazionale che già è abbastanza inaridito.

 

Giovedì, 20 maggio, 2010 - 13:04

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