Un mondo giusto avrebbe riconosciuto la tua lotta

di Carmen Sorrentino e Simonetta Dezi

“Non è solo colpa di Berlusconi, c’è anche l’apatia generalizzante delle persone che tutto permette”

 Il 22 novembre del 2002 il premio Nobel Josè Saramago incontrò a Siena il leader radicale Luca Coscioni. Nella cittadinina toscana Rita Bernardini, deputata radicale, presentava la prima edizione del libro di Luca, “Il Maratoneta” e lo scrittore portoghese era lì per un convegno. Giulia Simi, vicesegretario dell’Associazione Coscioni, pensò che si sarebbero potuti incontrare e si adoperò per realizzare questa possibilità. E così è stato. All’Hotel Continental. Un incontro che lasciò un segno in entrambi.

Saramago aveva già sostenuto Luca nel 2001 firmando un appello insieme a 50 premi Nobel per sostenere la sua candidatura alle elezioni politiche italiane. Ma la prima volta che si strinsero la mano e si guardarono negli occhi fu quel giorno a Siena. Luca gli consegnò il suo libro. E in seguito il poeta accettò di scrivere l’introduzione ad una nuova edizione. Subito dopo Saramago parlò di “momento molto emozionante per il coraggio e la forza con il quale Luca sta affrontando la sua battaglia, ma anche nel vedere che intorno a lui ci sono tante persone che cercano di aiutarlo”. E aggiunse: “È importante che gli studi sulle cellule staminali siano sempre di più all'ordine del giorno dell'opinione pubblica, per rendere più visibile una situazione di proibizione che alcuni vogliono occultare”.
E Luca si rivolse a lui dicendo: “La tua presenza mi dà forza, quella forza che è fondamentale per condurre una battaglia, i cui frutti non saranno vissuti da noi, ma probabilmente dalla prossima generazione. Per questo bisogna guardare lontano”. In occasione di questo numero di Agenda Coscioni ci siamo nuovamente messi in contatto con Saramago che, in nome dell´amicizia che lo lega a Luca, ha accettato di rispondere ad alcune domande.
 
Sono passati nove anni dalla lettera che ha scritto per Luca in cui ci autorizzava a disporre del suo nome: “Purché la luce della ragione e del rispetto umano possa illuminare i tetri spiriti di coloro che si credono ancora e per sempre padroni del nostro destino”. Pensa che sia cambiato qualcosa da allora ?
Non molto credo. Se noi vivessimo in un mondo giusto, capace di non confondere ciò che è bene con ciò che è male, la lotta coraggiosa di Luca sarebbe sfociata in un movimento sociale forse inarrestabile. Non è colpa esclusivamente di Berlusconi: c’è anche l’apatia generalizzata delle persone, che tutto permette, soprattutto se è negativo.
 
In quella lettera scriveva inoltre: “Attendevamo da molto tempo che si facesse giorno, eravamo sfiancati dall´attesa, ma ad un tratto il coraggio di un uomo reso muto da una malattia terribile ci ha restituito una nuova forza”. A suo avviso quella forza è stata persa senza ottenere risultati?
Senza risultati, no. Voi lo sapete meglio di me, ma a mio avviso, le aspettative sono rimaste al di sotto di quello che sembrava legittimo prevedere.
 
La figura di Obama può rappresentare oggi un cambiamento. Nel suo libro “Il quaderno” lei lo definisce uno “Tsunami benevolo che tutto trascina separando il grano dal loglio e la paglia dal grano”. Pensa che per la ricerca scientifica cambierà qualcosa?
La crisi economica è qui per durare e se io non mi inganno troppo, la ricerca scientifica patirà un ritardo importante.
 
Sempre ne “Il quaderno” lei dice: “Molte rivoluzioni si sono perse per eccesso di pazienza”. E ancora scrive di preferire l´impazienza alla speranza. E´ stata forse quell’impazienza di Luca, quel suo ripetere di non aver tempo che lo ha coinvolto nella sua battaglia?
Luca aveva ragione, il tempo se ne va, il sentimento di frustrazione divora gli spiriti migliori. In ogni caso, superiamo le nostre debolezze e continuiamo a lottare.
 
Si parla sempre di speranza da dare ai malati, ma leggo che per lei speranza è parola da non usare. Preferisce parlare di giustizia. Una terra dove, lei ci suggerisce, la speranza potrebbe non servire. Secondo lei di cosa hanno bisogno i malati?
Per quanto possibile, naturalmente, cercare la loro guarigione. È vero che io non amo la parola speranza, così come mi piace poco la parola utopia, ma non ci si può permettere di far perdere quel confine che resta alle persone malate: l´aspettativa.
 
“Dal corpo dei malati al cuore della politica” rappresenta il nostro filo rosso, ma è anche una frase carica di significati. Ci rivolgiamo al poeta: gliene viene in mente un´altra?
Con la vita, sempre. 
Venerdì, 26 Febbraio, 2010 - 13:27

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