INTERVISTA A GIACOMO LEOPARDI

Un documentario racconta la SLA

di Maria Pamini

 Marco Leopardi, film maker e socio di una società di produzione di documentari, Terra, con sede a Roma, è l’autore del film Io, Luca Coscioni (2005), tratto dal libro Il maratoneta. Com’è nata l’idea di girare un film sulla vita di Luca Coscioni? Mia moglie Sabrina, che ha la stessa malattia di Luca, aveva sentito parlare molto di lui, come di una persona combattiva e determinata. Desiderava conoscerlo così l’accompagnai ad Orvieto, dove Luca viveva, perché si conoscessero. Il primo incontro fu particolarmente difficile, faticavano a comprendersi, non erano abituati, come lo eravamo io e Maria Antonietta [la moglie di Luca], a decodificarsi. Una delle prime cose che Luca ha fatto è stata mostrarci una foto di qualche tempo prima dove lui partecipava ad una maratona. Voleva farci vedere come fosse prima della malattia. Anch’io vengo dall’agonismo sportivo e quindi si è subito creata un’intesa, perché il mondo dell’atletica crea delle affinità. L’idea del film è nata in modo molto naturale. Fare documentari è il mio lavoro e da tempo desideravo raccontare il mondo della malattia, della Sla, ma coinvolgere Sabrina mi sembrava entrare troppo prepotentemente nella mia sfera privata. Luca era già un personaggio pubblico e anzi aveva bisogno di maggiore visibilità per portare avanti le sue battaglie politiche. Pensai di poterlo aiutare e di dare un contributo concreto al suo impegno. Fino ad allora Luca si era fatto conoscere solo attraverso internet e la carta stampata ed era importante che diventasse anche un volto noto. Cosa ti colpì di Luca? Come interpretava la sua vita. Non smetteva mai di combattere e ha cancellato con la forza di un cazzotto l’atteggiamento pietista con cui ci si rivolge abitualmente ai malati. Luca non si piangeva mai addosso, aveva forza e dignità e ha dimostrato che si può pensare al futuro pur essendo gravemente malati. Inoltre è stato tra i primi che ha usato la tecnologia per comunicare con il mondo attorno a sé, per uscire dall’immobilità a cui lo costringeva la Sla, facendo capire come l’aspetto psicologico e motivazionale del malato è importante quanto le cure che gli vengono prescritte. Come si sono svolte le riprese? Le riprese si sono articolate lungo un intero anno. La sfida lanciata da Luca e Maria Antonietta è stata quella di mostrarsi anche nella loro quotidianità. Questo mi ha spinto a girare scene anche molto private, loro che dormivano insieme, per esempio. Per il resto, molte scene sono tratte da convegni e congressi a cui Luca ha partecipato e dai suoi filmini di famiglia. Secondo te quanto Luca e le sue lotte sono entrati a far parte della memoria del nostro Paese? Purtroppo molto poco. Quando mi capita di parlare di lui nel migliore dei casi le persone ricordano solo che era un uomo molto malato, senza però sapere nulla delle sue idee, delle sue sfide. Il mio grande dispiacere è proprio quello di essere riuscito solo in parte, con il mio lavoro, a farlo conoscere di più, a rafforzare il suo ricordo. 

Venerdì, 26 Febbraio, 2010 - 14:18

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