Comitato Acqualiberatutti dice "no"

Troppa diffidenza per il libero mercato

di Annalisa Chirico

Due no per voltare pagina, dare al Paese nuove fognature e impianti di depurazione, aprirsi alla concorrenza
 

I referendum sull’acqua descrivono bene il Paese nel quale viviamo. Un’atavica diffidenza verso il libero mercato (anche tra i capitani di ventura, nella migliore tradizione del capitalismo di stato). Il progressivo svuotamento di quell’istituto di consultazione democratica ridotto ormai a un appuntamento clandestino, oggetto di sistematico sabotaggio. Due sono i quesiti resistiti alla falce della Corte Costituzionale. Il primo abroga una norma del 2008, che prevede la possibilità che la gestione del servizio idrico sia affidata a soggetti privati o a società a capitale misto pubblico-privato selezionate sempre mediante gare ad evidenza pubblica. Il secondo quesito completa l’opera di ripubblicizzazione forzata dell’acqua con l’abrogazione di una norma del Codice dell’Ambiente, secondo cui la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell’“adeguatezza della remunerazione del capitale investito”.

L‘obiettivo dei referendari, che hanno raccolto migliaia di firme brandendo l’arma della disinformazione, è l’obbligatoria ripubblicizzazione del servizio idrico, il modello è qualche Paese del Sud America. Ci im-pongono la regola del carrozzone pubblico contro quei tentativi di apertura al mercato necessari per adempiere agli obblighi comunitari.
Il Comitato Acqualiberatutti si oppone a questo salto indietro nel tempo. In realtà non vi è alcuna privatizzazione dell’acqua, dato che il tanto vituperato Decreto Ronchi (certamente migliorabile) ribadisce la natura pubblica del bene acqua. La ripubblicizzazione obbligatoria del servizio idrico serve alla casta politica, che finora ha potuto lucrare, coltivare i suoi affari e le sue clientele brandendo l’arma dell’esclusiva pubblica.

Il Paese ha bisogno di massicci investimenti nel settore idrico per ridurre le perdite di reti colabrodo e ammodernare fognature e impianti di depurazione. Spese stimate in sessanta miliardi di euro. Lo stato non ce li ha e i referendari rispondono “più tasse”. Noi diciamo più investimenti e più mercato. Ognuno deve pagare per quel che consuma, e chi inquina paga.
Perché nel servizio idrico non può realizzarsi lo stesso processo di apertura alla concorrenza com’è avvenuto nel settore della telefonia o dell’energia elettrica? La politica e le istituzioni locali devono fare un passo indietro rispetto alla gestione ed uno avanti nell’indirizzo e controllo.
Il disastro attuale lo dobbiamo a un sistema iperstatale, in cui hanno spadroneggiato all’insegna della discrezionalità la burocrazia locale e i politici (spesso quelli trombati) piazzati nelle aziendine con affidamento inhouse. Per voltare pagina servono due NO.

Mercoledì, 6 aprile, 2011 - 13:46

Eccetto dove diversamente specificato i contenuti di questo sito
sono rilasciati sotto la licenza Creative Commons: Attribuzione della paternità

Licenza Creative Commons

cc Associazione Luca Coscioni, via di Torre Argentina, 76 - 00186 Roma, Italia.
Tel. 06 689 79 286, Fax. +39 06 23 32 72 48, Email info [at] lucacoscioni.it
Posta Certificata: associazionelucacoscioni [at] pec.it