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Storia di un aborto italiano

a cura di Maria Pamini

Paola Strocchio, Non sarò mai più la stessa. Storia di un aborto, Edizioni Cosmopolis, 2009, pp. 115, euro 14,00

Questo libretto, edito da un piccolo editore di Torino, è il diario di una giovane ragazza, Paola, che davanti ad una gravidanza non desiderata decide di abortire. L’autrice affida a queste pagine il disordine dei suoi pensieri in una situazione che mai avrebbe immaginato di dover affrontare e soprattutto la solitudine che prova davanti ad una scelta presa in piena libertà e con una lucida consapevolezza, ma non per questo meno difficile e sofferta. Il libro testimonia quanto sia importante continuare a confrontarsi sull’aborto a oltre trent’anni dalla legge 194 perché, come sottolinea Silvio Viale nella prefazione ricca di dati e di spunti, “l’applicazione di una legge è sempre l’espressione dell’attenzione e dell’interesse che si ha su di essa”. Aver conquistato un diritto, infatti, non significa averlo reso automaticamente patrimonio comune. Ancora oggi, soprattutto tra le giovani generazioni, benché si diano per acquisiti i traguardi raggiunti in fatto di parità e diritti civili femminili, è difficile “considerare l’aborto come moralmente accettabile”. La dimensione morale dell’aborto esiste e non si può certo negare, ma è una dimensione che deve essere rigorosamente lasciata alla coscienza di ogni donna. Parlare di aborto, liberamente e pubblicamente, oggi è necessario anche perché è un diritto sempre più minacciato. Da quando l’obiezione di coscienza è diventata più un problema di convenienza che di coscienza la percentuale di ginecologi che si avvalgono di questa facoltà prevista dalla legge è salita ad una percentuale indecente, ben il 70% (ma in alcune regioni italiane questo dato aumenta, come in Basilicata dove supera l’80%). Paola ha dovuto affrontare un cammino doloroso per portare fino in fondo la sua scelta ma sicuramente per altre donne, magari immigrate o residenti in città particolarmente “obiettrici”, al calvario interiore si aggiunge anche quello, più freddo e impersonale, del servizio sanitario, non sempre in grado di garantire una piena applicazione della legge. “Non sono mai stata una femminista accesa. Non perché non creda nell’indipendenza e nei diritti delle donne, ci mancherebbe, ma semplicemente perché ho sempre ritenuto scontata la parità dei sessi. (…) Sono libera, grazie alla legge e alle tante battaglie combattute da migliaia di donne prima di me, di fare quello che voglio di mio figlio. Ma al tempo stesso sono libera di portarmi per sempre dietro, sempre dentro di me, quelle che saranno le conseguenze della mia decisione”.

Martedì, 9 giugno, 2009 - 18:21

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