Solo noi medici uniche vittime?

di Dario Manfellotto

La soluzione per un miglior sistema sanitario risiede nell’alleanza tra medico e paziente, e non in sistemi di giudizio in cui il paziente può sparare a zero sui medici.

Non sono d’accordo con la proposta di Crivellini, pur stimandolo molto, e spiego perché: credo che il suo sia un metodo abbastanza difficile da gestire. C’è una lunga tradizione nei paesi di lingua inglese, protestanti, anglosassoni, sulla valutazione di rating ma tale sistema riguarda un po’ di tutte le categorie. Allora mi chiedo perché in Italia noi non dobbiamo fare la valutazione di giornalisti, senatori, magistrati, industriali. Perché soltanto noi poveri medici, pur avendo enormi responsabilità, dobbiamo essere sottoposti a questo tipo di valutazione?

Considero due punti. Il primo: se da un lato sono d’accordo nel presentare la mia carriera, il mio curriculum su internet senza alcun problema, dall’altro lato non ritengo opportuno dare al paziente la possibilità di commentare il mio operato e darmi della brava persona o della carogna, laddove non si ritenesse soddisfatto. Vi racconto in trenta secondi un episodio: mi trovavo ad un pranzo romano e accanto me seduta c’era seduta una signora che mi disse <ah, noi ci conosciamo, io portai da te una mia paziente, tu le dicesti che era depressa, invece aveva un cancro ed è morta>. Io sono rimasto turbatissimo tutta la serata. Tornato a casa ho controllato al computer la sua cartella clinica dove avevo segnato tutti i dati e l’anamnesi: storia di cancro nota che la signora mi aveva raccontato:cancro trattato seguito in ambiente oncologico.

Era venuta per un secondo parere, aveva una anemia e uno stato depressivo reattivo alla malattia. Io le dissi che era stata seguita bene dai suoi oncologici, e che poteva ritornare da loro. Queste cose che aveva accompagnato la paziente non le sapeva. Un altro caso: una amica dottoressa, di medicina generale, visita una ragazza che dice di avere un dolore alla spalla e chiede una risonanza ma la dottoressa dice che non c’è necessità della risonanza. La ragazza va allora al pronto soccorso dove le dicono che se voleva poteva fare la risonanza. La ragazza torna dalla dottoressa e le fa presente che al pronto soccorso le avevano fatto la risonanza. Morale della favola: lettera all’ordine dei medici contro la dottoressa che non ha prescritto la risonanza.

L’ordine, come prassi, istruisce la pratica, che comunque la stabilito che la dottoressa non aveva commesso alcun errore. Nel modello di Crivellini queste persone potrebbero esprimere un giudizio negativo sul sito dove sarebbe rimasto sotto gli occhi di tutti! Il secondo: la comunicazione medica deve essere virtuosa e passare attraverso le tre fasi: informazione, divulgazione, educazione. Noi medici, come gli operatori sanitari, utilizziamo tutti questi passaggi; è quello che si chiama “empowerment del paziente”, che significa dare potere al paziente. È un bene o un male? Mi chiedo se questo sia giusto. I pazienti, che come l’Oms vedono la malattia non solo come assenza di salute, vogliono e devono sapere: diagnosi, prognosi, prospettive, diritti e anche possibilità di un secondo parere medico, come necessario è l’incontro con i familiari.

 E noi medici, come prescrive il codice deontologico, è tenuto a dare informazioni con terminologia adeguata. L’informazione dunque porta alla salute. Tuttavia l’Italia non va benissimo come nazione divulgatrice di informazione. Secondo l’Euro Health Consumer Index, ovvero il dato che rappresenta la salute percepita, il nostro paese è sedicesimo, e il primo indicatore, per stilare tale classifica, riguarda l’informazione. Pertanto occorre prestare grande attenzione mentre si fa informazione sanitaria. Anche i media fanno empowerment ma molto spesso in modo sbagliato. Dunque la soluzione che credo essere la migliore alberga nella vera alleanza tra medico e paziente senza che l’uno veda l’altro come la sua controparte.

Mercoledì, 8 luglio, 2009 - 12:51

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