Senza diritti, nessuna trasparenza

di Pietro Vittorio Barbieri

Il sistema sanitario rischia l’involuzione a causa di un modo di operare obsoleto e superficiale. Ma c’è speranza dopo la Convenzione Onu sui diritti per le persone disabili.

Non c’è solo un paradigma nazionale rappresentato dalla Costituzione e dalle leggi poi discese. Ma vi è una grande innovazione che è la Convenzione Onu sui diritti per le persone con disabilità che ci invita a fare due o tre passaggi: innanzitutto sapere quali sono le cause di discriminazione; il tema non è di poco conto perché si allaccia in maniera molto forte alla questione del consenso informato all’interno del sistema sanitario.

Il sistema non sa più vedere le situazioni nelle quali discrimina le persone, nelle quali ingabbia risposte preconfezionate. In tutte le versioni dell’erogazione degli ausili si pensa solo a come spendere soldi tra Stato, regioni e aziende che distribuiscono i dispositivi. Ci si perde in questo meandro. E si creano risposte, in realtà, non adeguate al bisogno e che seguono altre logiche. Non si utilizzano strumenti che esistono nel nostro paese, come il budget di salute, sperimentati anche, e che continuano ad essere una nicchia nel sistema. Una criticità la vedrei anche nella sanità del territorio che soffre maggiormente della spinta a creare posti letto, a generare una quantità enorme di prestazioni residenziali. Abbiamo, in alcune regioni in particolare, una sperequazione enorme tra il numero dei medici e la popolazione, in rapporto ad altri paesi europei.

E quindi non riusciamo a liberare un sistema da un vincolo enorme, che non riesce a muoversi liberamente, ad agire nel territorio e utilizzare come orientatore della spesa il fabbisogno dei cittadini e non il bisogno occupazionale di categorie non certo emarginate. Questo elemento dell’orientatore di spesa guida la programmazione sanitaria, sia nazionale che territoriale: nel momento in cui c’è un tot da garantire attraverso dei livelli, evidentemente questo tot viene indirizzato alla categoria con più interessi, con la conseguente penalizzazione di altre che si focalizzano più sui bisogni. Come esempio prendiamo i terapisti che non trovano occupazione e la riabilitazione quindi: essa è un tema fondamentale, per tutta l’area della non autosufficienza, dell’uscita da percorsi che sanitarizzano, è un problema crescente che fa da ponte tra ospedale e territorio. Oggi si soffre di una presenza enorme di medici e di uno scarso impatto di figure professionali necessarie, al punto che persino attività diurne necessitano di una governance medica.

Il tema dunque è sulle scelte che si fanno: la trasparenza non sarà paradigma di un sistema quando l’interpretazione del sistema è altra, che non mette al centro la persona disabile e i suoi diritti. Il sistema paga lo scotto di non rendere competente i professionisti che ne fanno parte, e le loro competenze. Qui cominciano due vie di fuga: una verso il privato, l’altra verso l’estero all’inseguimento della guarigione o lidi sconosciuti molte volti finanziati dallo stesso sistema. È chiaro che questo che abbiamo ora è un sistema sanitario che rischia una involuzione. Noi stiamo lavorando sulla qualificazione del sistema ma alcuni paradigmi vanno modificati comunque: primo chi è l’orientare della spesa, secondo l’applicazione automatica dei meccanismi della sanità ospedaliera sul territorio, ad esempio gli accreditamenti, le funzioni del sistema sanitario. Non bisogna pertanto pensare solo ad un potenziamento del sistema sanitario ma anche ad alcuni suoi cambiamenti.

Mercoledì, 8 luglio, 2009 - 13:11

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