Sebastiano senza un giusto welfare

di Giuseppina Derossi

Mi chiamo Giuseppina Derossi e sono di Trieste. Sono mamma di Sebastiano, bambino di 2 anni e mezzo affetto da Atrofia Muscolare Spinale di primo tipo. Forse ricorderete la nostra storia raccontata su Agenda Coscioni proprio un anno fa. Come avevo già segnalato l'anno scorso la mia azienda (la classica multinazionale con sede a Milano) mi aveva intimato di fare un part time. Non ho accettato perché avendo un mutuo e 4 bambini (Sebastiano è il quarto) e potendo usufruire della riduzione dell'orario di lavoro (grazie alle legge 104) non ne vedevo la convenienza economica. Dopo un paio di mesi, però, rinunciai ai benefici della 104 perché ero chiamata anche sul cellulare privato fuori orario di lavoro e mi veniva detto continuamente che la mia riduzione oraria non permetteva all’azienda di organizzarsi. Stanca di subire avevo ceduto tornando alle 8 ore e usando al minimo il congedo: ho preso 43 giorni in tutto il 2008, con Sebastiano a cui hanno applicato la peg e mio marito operato al cuore in contemporanea. A settembre, poi, ho avuto un infortunio sul lavoro e tre mesi di INAIL tra gesso e terapie prima di tornare al lavoro a fine dicembre. Purtroppo sono passata anche attraverso una triste esperienza: era iniziata una nuova gravidanza e la bambina che aspettavo è risultata affetta da SMA1. Così, con tanta sofferenza, nel gennaio 2009 ho dovuto affrontare l'interruzione di gravidanza. Dopo solo 3 giorni dal mio ricovero sono tornata subito a lavorare, e da febbraio sono cominciati i problemi più pesanti, prima con una "pagellina" sull'anno passato, poi con una convocazione a Milano il 5 marzo. Qui mi hanno detto che, poiché ho chiesto di nuovo la riduzione oraria a 6 ore da febbraio ad ottobre (quando Sebastiano farà 3 anni), ho messo ancora in difficoltà l’azienda. Dovendo fare dei tagli per una riorganizzazione, mi hanno detto di andarmene con un incentivo altrimenti mi avrebbero licenziata. Non ho ceduto ai loro soldi, non ho firmato. Ho lottato con l'azienda sanitaria per ottenere l'assistenza domiciliare proprio per tornare a lavorare e credo di essere l'unica in Italia ad avere ottenuto un infermiere 32 ore la settimana, cosa che mi permette, o meglio mi permetteva, di lavorare senza mai tirarmi indietro, trasferte comprese, senza lamentarmi per il carico di lavoro. Ho detto no perché nonostante la fatica che comporta accudire un bambino malato, dopo avere scelto di accettarlo e amarlo con tutti i suoi limiti, dopo aver lottato per evitare una tracheotomia che ci veniva suggerita come la soluzione di tutti i problemi (di chi? Dei medici? E la qualità di vita di mio figlio dove finiva?), dopo averlo portato in una notte in 4 ore da Trieste fino al Gaslini di Genova, con mio marito che guidava come un matto e io col bambino tra le braccia e un saturimetro in allarme continuo, ho detto no perché mi sarebbe sembrato che mi sarei arresa e non potevo farlo. Martedì 24 marzo sono stata licenziata in tronco, ma almeno nessuno ha comprato il mio silenzio per l'ennesima ingiustizia nei confronti di un disabile e della sua famiglia. Mi domando che senso abbia una legge come la 104 visto che a me non è mai stata data l'occasione di poterne fruire serenamente, una legge che dovrebbe tutelare invece espone ancora di più di fronte al datore di lavoro. Hanno discriminato me e, come si è espressa già la Corte europea, hanno discriminato mio figlio tramite me. Ora la vita non sarà facile per noi, con lo stipendio di mio marito intorno ai 1300 euro al mese (lui è fisico e la fisica non paga), un mutuo e 4 bambini di cui uno disabile grave. Nessuno ci aiuterà, questo è certo. Intanto ho fatto impugnare il mio licenziamento da un avvocato, spero che la giustizia faccia il suo corso. Lo spero. E' vero, disabilità è uguale a povertà.

Martedì, 9 giugno, 2009 - 18:45

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