Le speranze per la pillola abortiva

RU486 presto in commercio in Italia

di Valentina Leone

A fine mese, proibizionisti permettendo, la pillola sarà in vendita anche da noi, così da scongiurare gravosi viaggi all’estero per donne che vogliono solo esercitare il loro diritto di disporre liberamente del loro corpo.

Margherita, Francesca, Chiara, Agnese ovvero il Paese che domanda a gran voce un suo diritto: quello di abortire senza doversi sottoporre allo stress fisico e psicologico di un intervento chirurgico, il diritto di disporre del proprio corpo liberamente. La maggior parte di loro ha meno di venticinque anni, scrivono disperate e spaventate perché già conoscono le lunghe trafile a cui l’Italietta proibizionista e clericale le costringerà. RU486:una breve combinazione di lettere e numeri dietro cui si celano seicento giorni di lotte, falsi proclami, smentite, promesse, bagliori di speranza e, soprattutto, viaggi attraverso la sanità italiana e le sue obiezioni e abiezioni di coscienza, viaggi di donne che per un aborto sono costrette ad affrontare centinaia di chilometri, in una vera e propria corsa contro il tempo e contro un Caronte che le vorrebbe traghettare altrove, dove interventi chirurgici clandestini e filosofia del “sottobanco” regnano sovrani.

Mifepristone, questo il nome completo: uno steroide sintetico che ,entro i primi due mesi di gravidanza,causa l’aborto chimico. Non prevede l’ospedalizzazione della donna, l’uso di anestesie e non comporta i rischi che normalmente prevede l’aspirazione. Troppo rispettoso del corpo della donna e della sua sofferenza , per i movimenti pro – life che da quasi un biennio cercano, spesso riuscendoci, di ostacolare la sua messa in commercio nell’Italia genuflessa al Vaticano e ai suoi diktat. Alcune strutture sanitarie avviano, nonostante l’ostruzionismo, la sperimentazione del farmaco: Trento, Pontedera e Bologna le principali. Ospedali di cui spesso non si sa nulla, comunque troppo pochi per accogliere un bacino di richieste che coinvolge tutto il Paese; destinazioni che diventano mete di pellegrinaggio laico per chi non ha più voglia e non può martoriare il proprio corpo con un intervento chirurgico e desidererebbe solo veder soddisfatta una richiesta che non è un capriccio bensì un diritto.

Seicento giorni infangati dall’intervento recidivo e insistente di sottosegretari e ultimi arrivati della fantapolitica: note ministeriali, ostruzionismo più o meno esplicito nei confronti dell’ AIFA, organo competente alla gestione dell’iter di commercializzazione del farmaco. Mesi in cui molti ospedali hanno cessato la sperimentazione, lasciando tre o quattro strutture al massimo a dover soddisfare le continue richieste provenienti da tutta Italia; e, nel mezzo, le storie che quotidianamente hanno riempito il nostro indirizzo email: ragazze di vent’anni che, per questioni economiche e anche di tempo (spesso ci si accorge di essere incinta quasi allo scadere del limite massimo per l’aborto farmacologico), erano chiaramente impossibilitate a spostarsi dalla Sicilia o dalla Calabria fino all’Emilia Romagna o al Trentino; donne che non hanno mai smesso di chiederci cosa ne era stato di quel farmaco che per molte di loro è ben più di un composto chimico poiché è, soprattutto, un antidoto alla sterilità delle quattro mura ospedaliere, a quell’asettica crudeltà che a volte costringe nello stesso spazio vitale partorienti e madri mancate, gioie infinite e profonda sofferenza.

Dicevamo, un bagliore di speranza: entro fine mese, Roccella e colleghi permettendo, verrà dato il via libera alla commercializzazione della RU486: noi, che in questi seicento giorni di lordure politiche sulla pelle delle donne non abbiamo mai smesso di lottare, parlare, ascoltare, speriamo vivamente che le storie di Margherita, Francesca, Chiara e Agnese rimangano un mero passaggio di questa vicenda destinata a chiudersi felicemente. E che questi nomi, puramente inventati ma con alle spalle storie vere e purtroppo dolorose, ci ricordino le stragi di democrazia e legalità che vengono perpetrate direttamente dai banchi del nostro Parlamento, il quale dovrebbe essere, invece, sede naturale di garanzia del rispetto delle libertà e diritti altrui.

 

Mercoledì, 8 luglio, 2009 - 16:04

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