Riavvicinare scienza e Islam

di Pervez Amirali Hoodbhoy

Per Maometto "la conoscenza va scovata anche fino in Cina". Ma per riportare la ricerca nel mondo islamico va superato fatalismo, autorità e frontiere politiche artificiali"

I leader musulmani di oggi, considerando che la forza militare e la crescita economica derivano dalla tecnologia, chiedono di frequente un rapido sviluppo scientifico e una società basata sulla conoscenza. Spesso tale richiesta è retorica, ma in alcuni paesi Islamici – tra i quali Qatar, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Malesia, Arabia Saudita, Iran e Nigeria – il patrocinio e il finanziamento pubblico alla scienza e all’istruzione sono cresciuti massivamente negli ultimi anni.

Singoli legislatori illuminati, come il Sultano ibn Muhammad Al-Qasimi di Sharjah, Hamad bin Khalifa Al Thani del Qatar e altri, hanno riservato a tali cause parte delle loro vaste ricchezze personali. Nessun leader islamico ha chiesto pubblicamente di separare la scienza dalla religione. La spinta all’allocazione delle risorse è abbastanza per stimolare la scienza? O sono necessari altri cambiamenti fondamentali? Alcuni studiosi del 19°secolo, come il pioniere della sociologia Max Weber, sostengono che l’Islam manchi di un “sistema di idee” critico adatto a sostenere una cultura scientifica basata sull’innovazione, le nuove esperienze, la quantificazione e la verifica empirica.

Il fatalismo e l’orientamento al passato, dicono tali studiosi, rendono difficile e persino indesiderabile il progresso. In un’epoca di crescente antagonismo tra mondo islamico e mondo occidentale, quale è quella presente, la maggior parte dei musulmani rigetta con rabbiosa indignazione addebiti di questo tipo. Essi sentono che queste accuse forniscono un’altra scusa all’Occidente per giustificare i continui assalti culturali e militari alle popolazioni musulmane. I musulmani si ribellano ogni volta che si allude all’idea per cui l’Islam e la scienza possano trovarsi in disaccordo o che esista qualche conflitto di fondo tra l’islam e la scienza che possa spiegare la lentezza del progresso. Il Corano, essendo la parola inalterata di Dio, non può essere in errore: i musulmani credono che, se un problema c’è, deve provenire da una propria incapacità ad interpretare e applicare in modo appropriato le istruzioni divine presenti nel Corano. Nel difendere la compatibilità tra scienza e Islam, i musulmani ricordano come l’Islam abbia sostenuto un’esuberante cultura intellettuale per tutto l’oscuro periodo del Medioevo europeo, perciò, per estensione, sarebbe anche capace di una moderna cultura scientifica. Il Premio Nobel pakistano per la fisica Abdus Salam sottolineerebbe agli ascoltatori che un ottavo del Corano consiste in un appello ai musulmani affinché cerchino i segni di Allah nell’universo, e quindi che la scienza è un dovere sia spirituale che temporale per i musulmani. Forse l’argomento più ampiamente utilizzato che si può sentire è che il Profeta Muhammad esortò i suoi seguaci a “scovare la conoscenza, anche fino in Cina”, che implica che un musulmano è vincolato a ricercare la conoscenza laica. La domanda fondamentale allora è: cosa occorre per restituire la scienza al mondo islamico? (...)

Il progresso scientifico richiede che fatti e ipotesi siano continuamente verificati, senza curarsi dell'autorità. Proprio qui è il problema: il metodo scientifico è alieno al pensiero religioso tradizionalista e non-riformato. Soltanto individui eccezionali riescono a sviluppare la forma mentis scientifica in una società dove l'autorità assoluta viene prima di tutto. (...) La scienza può prosperare di nuovo tra i Musulmani, ma solo attraverso la disponibilità ad accettare certi fondamentali cambiamenti di attitudine: una Weltanschuung che si libera dalla mano morta della tradizione, ripudia il fatalismo e la fede assoluta nell'autorità, accetta la legittimità della legge temporale, valorizza il rigore intellettuale e rispetta le libertà culturali e personali. (...) Nel lungo periodo, le frontiere politiche possono e devono essere trattate come artificiali, come dimostrato dal successo della creazione di una Unione europea. La pratica religiosa deve essere questione di scelta individuale, non imposta dallo Stato. L'umanesimo secolarista, basato sul senso comune e i principi della logica e della ragione, sono l'unica opzione percorribile per governare nel progresso.

Lunedì, 12 gennaio, 2009 - 15:36

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