Referendum in Italia riconquistare un diritto

di Gianfranco Spadaccia

 a due mesi dal voto referendario occorre combattere contro le campagne astensionistiche e aprire un dialogo sulle diverse posizioni in condizioni di parità

Riuscirà l’istituto del referendum a risorgere dalle sue ceneri con la prova del 12 giugno e ad irrompere di nuovo sulla scena politica, ridando voce a un elettorato sfiduciato e lontano dalla politica e sconvolgendo come era avvenuto in passato equilibri che sembravano intoccabili? Anche questa volta sembrava impossibile. I tre referendum promossi dall’Italia dei Valori sembravano una delle trovate populistiche e a volte un po’ demagogiche di Antonio Di Pietro, preoccupato non tanto della riuscita dell’iniziativa quanto di procurarsi un’arma di propaganda pre-elettorale. E invece, una tragedia che ci riguarda tutti in ogni parte del mondo rende di nuovo straordinariamente attuale la questione della sicurezza della scelta nucleare e rende possibile pensare che si possa superare di nuovo quella soglia del 50% che le campagne astensionistiche avevano impedito da molto tempo di raggiungere ai referendum precedenti.
Il 12 giugno diventa, dunque, anche per noi una prova importante. Così come diventa una prova referendaria importante quella intorno ai referendum milanesi promossi da radicali, verdi, comitati civici, associazioni ambientaliste, ammessi dal comitato dei garanti e di cui deve essere ancora fissata la data.
Avevano fatto di tutto ma proprio di tutto per ammazzare questo istituto, che i padri costituenti hanno voluto come prova d’appello al popolo nei confronti di leggi approvate dal Parlamento. L’attribuzione ai cittadini di un’altra scheda referendaria accanto a quelle per l’elezione delle assemblee legislative doveva costituire un elemento di democrazia diretta, integrativo e correttivo dell’impianto della democrazia parlamentare e fortemente innovativo rispetto al quadro delle costituzionalismo democratico europeo, con l’eccezione della Svizzera. Anche l’esempio elvetico non fu tuttavia seguito passivamente dal costituente che concepì il referendum solo come abrogativo e quindi come un voto popolare su una legge vigente, destinato a confermarla o a bocciarla.
I partiti hanno sempre guardato con profonda diffidenza a questo istituto con un comune riflesso partitocratico che coinvolgeva destra e sinistra, DC e PCI, governi e opposizioni (quasi a dire “le leggi sono affare nostro”). Cominciarono con il rinviarne a tempo indeterminato la legge di attuazione. La legge fu approvata ventitré anni dopo la promulgazione della Costituzione solo grazie a una fortunata circostanza: l’approvazione della legge Fortuna - Baslini sul divorzio da parte del Parlamento indusse la Chiesa a fare pressione sulla DC e gli altri partiti perché le fosse lasciata almeno la possibilità di chiederne l’abrogazione con il referendum. Furono però introdotti già allora una serie di ostacoli e di limiti: doppio vaglio da parte della Cassazione e della Corte Costituzionale, impossibilità di celebrare il referendum nello stesso anno delle elezioni politiche (quasi che le leggi messe in discussione, soprattutto quelle che riguardavano la vita dei cittadini, non riguardassero la politica e questa dovesse esserne messa al riparo), superamento di un quorum del 50% per la validità della prova referendaria.
Dopo la vittoria laica del referendum sul divorzio, cominciò una vera e propria strategia ostruzionistica rivolta ad impedire lo svolgimento del voto popolare. Furono usate tutte le armi. Dapprima si ricorse a leggi approvate in tutta fretta che abrogavano in Parlamento quelle sottoposte a referendum. Poi quando i partiti si trovarono in difficoltà o erano chiaramente impossibilitati a intervenire, ci pensò la Corte Costituzionale, un altro istituto innovativo della nostra Costituzione che ha avuto per un lungo periodo (e a volte lo ha tuttora) con la sua giurisprudenza un effetto positivo sulla nostra legislazione, A causa tuttavia del metodo di elezione che condizionò la scelta dei suoi componenti, a partire dagli anni ’80 anche la Corte divenne espressione degli equilibri partitocratici e tolse le castagne dal fuoco ai partiti, travolgendo i limiti posti dall’art.75 della Costituzione ed eliminando ogni certezza e coerenza interpretativa nelle sue sentenze sulla ammissibilità dei referendum. Infine quando non bastò più neppure la Corte, intervennero le campagne astensionistiche, prima quelle berlusconiane degli anni ‘90 contro i referendum radicali, poi quella della CEI del Card. Ruini contro i referendum abrogativi della legge 40.
Neanche questa volta sarà facile. Dovremo batterci e batterci duramente perché il confronto si svolga a viso aperto e in condizioni di parità fra le diverse posizioni. Dovremo batterci perché il diritto all’informazione dei cittadini non sia sequestrato dal governo e da qualche comitato di comodo come “Forum nucleare” (tanto per fare un esempio). Siamo parti interessate. Sconfiggere in questa circostanza l’astensione, riconquistare questo diritto elettorale potrebbe riaprire anche la possibilità di sottoporre a referendum l’ignobile legge contro il testamento biologico che il Parlamento si accinge ad approvare.

 

Mercoledì, 6 aprile, 2011 - 14:18

1 commento

La Costituente, i referendum e le contraddizioni di Pannella.

Dalla seconda guerra mondiale, la più grande tragedia dell'umanità, nacquero i due anni di lavoro della Costituente:

si discuteva, ci si confrontava, si lavorava nella libertà di QUELLA SEDE...

La forma appunto della partecipazione.

Combattuta da subito e successivamente in ogni modo come nell'articolo di Spadaccia.

Mi ha colpito recentemente Pannella in un'intervista (ALLA SEDE DEL PARTITO) rilasciata a Rainews 24 contraddirsi con dichiarazioni precedenti circa le responsabilità passate e presenti dei cittadini rispetto alla partitocrazia.

Prima: "Si sono lasciati abbindolare". 

Nella recente intervista non più.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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