Raccontare la morte

di angiolo bandinelli

 "Hereafter" di Clint Eastwood

In un momento di grandi dibattiti sul fine vita, sull’eutanasia e sul testamento biologico, dimentichiamo sempre di chiederci cosa sia la morte, il morire in sé. C’è forse una ragione: come si può parlare della morte? Nessuno è in grado di parlarne per esperienza personale, la morte resta sempre una storia raccontata da altri. Ci ha provato a raccontarla, di recente, anche Clint Eastwood, con un film (“Hereafter”) che ha riscosso qualche successo ma anche molte critiche. Tre sono i protagonisti (uno di loro è un bambino) che fanno esperienza della morte, del morire. Due di essi in un modo molto particolare: uno infatti (una donna, per la precisione) torna nel mondo dei vivi dopo aver sperimentato – o così lei crede - il trapasso all’altra vita; il secondo è un sensitivo che ha la facoltà (un dono o piuttosto “una condanna”, come dice lui stesso) di entrare in contatto con i defunti. Il bambino soffre cosa sia il morire quando il fratello gemello viene travolto senza scampo in un incidente. Per il bambino, la morte è il senso di un vuoto irreparabile e insopportabile. Non credo che l’uomo possa ridursi all’immaginario di Eastwood: non basta un flash che riempie tutto lo schermo col suo bianco abbagliante percorso da larve umane per avvicinarci alla comprensione della morte, dell'(eventuale) al di là, come sembra succeda, nel film, alla donna. La morte resta un mistero. Un fatto, certo, ma anche un mistero. Nella gran disputa di questi giorni, di questo mistero non si parla. Lo ignoriamo, lo diamo, per così dire, per scontato. Non ci interessa. Quando l’avremo, potremo applaudire alla legge sul testamento biologico, sul fine vita e sull’eutanasia, oppure disapprovarla. Non avremo fatto un passo in più nella comprensione del fenomeno che dà origine alle nostre dispute. Se l’avete, potrete soddisfare la vostra curiosità andando a vedere “Hereafter”. E’ un prodotto hollywoodiano perfetto, lucido e levigato, terrificante nei primi venti minuti, godibile per il resto. Un regista dai mezzi tecnici raffinati, padrone della macchina da presa come pochi, sicuro del suo mestiere, ha provato a raccontarci come lui quel fenomeno vede e cerca di interpretare attraverso uno schema, un copione ambizioso. Ma anch'esso, alla fine, insoddisfacente.

 

Venerdì, 15 aprile, 2011 - 10:21

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