Per resistere al biopotere bisogna riconoscere la complessità della società

Quel sogno infantile che ci medicalizza la vita

di Maria Pamini

Miguel Benasayag (filosofo e psicoanalista argentino che dopo aver subito il carcere e la tortura per motivi politici vive da anni a Parigi) ritorna ad un tema che ha già più volte trattato in passato, quello del malessere della società occidentale, sempre più irrigidita e unidimensionale, questa volta, però, dal punto di vista della salute. La sua analisi utilizza il concetto di biopotere teorizzato e descritto da Michel Foucault, un potere che pone il corpo come territorio da colonizzare e che si serve della medicina per creare norme sociali. La sovranità del nuovo potere è definita non più dal suo diritto di far morire e di lasciar vivere bensì da quello di far vivere e di lasciar morire. Nascita e morte diventano quindi processi da gestire benché, in una società dove la medicalizzazione è divenuta, per il filosofo argentino, eccessiva, il controllo sia presente ormai in ogni fase della vita dell’uomo, un uomo fragile e minacciato che si percepisce costantemente come un malato potenziale, anche quando è in buona salute. A questa società produttivistica, in cui il valore di una persona è misurato in base alla sua capacità di produzione e al suo costo e ogni fragilità individuale deve essere eliminata, Benasayag contrappone una società che non accetta passivamente questo processo di normalizzazione, che accoglie la complessità e non bandisce il conflitto, spesso motore di crescita individuale e sociale. Il libro diventa più interessante quando l’autore prende in esame cinque esempi concreti per descrivere come il cosiddetto biopotere si presenta: l’handicap, il cancro, le cure palliative, la psicoanalisi e il morbo di Alzheimer sono tutti “territori dove per la medicina non si tratta di guarire o di tentare di guarire, ma in cui essa si articola con il biopotere e produce – lo voglia o no – norme sociali”. Il caso meglio approfondito è quello riguardante la crescita della domanda di terapie psicoanalitiche, anche tra i più giovani (un tema che aveva già evidenziato in quella che forse è la sua opera più nota in Italia, L’epoca delle passioni tristi, edita da Feltrinelli), e soprattutto della classificazione esatta dei diversi disagi psichici. Ciascuno di noi tende a riconoscersi nel modello della microimpresa, con una propria “politica del risultato”, per cui ogni sofferenza psichica viene vissuta come “un fallimento nella sua gestione piuttosto che come una condizione che esiste nella vita”. Resistere al biopotere, in questo caso, significa adottare quella che l’autore chiama la “clinica della situazione”, una clinica che aiuti i pazienti a riconoscere come tale il “sogno infantile di un mondo dove non cala mai il buio: un giorno eterno”. Secondo Benasayag è quindi necessario interrogarsi su quali siano i fondamenti su cui desideriamo si basi la nostra società, se sulla logica utilitaristica, che ha bisogno di un uomo delle competenze, oppure sullo sviluppo della complessità, che riscopre le qualità del singolo. L’esito non è scontato ma è auspicabile che le nuove possibilità create dalla tecnica e dalla medicina siano destinate a costruire “gli infiniti mondi possibili in questo mondo concreto”. 

Martedì, 10 agosto, 2010 - 18:09

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