Prima ancora di Galileo, la filologia sfidò il dogma

Luciano Canfora

Filologia e Libertà

È una storia affascinante quella della libertà di pensiero attraverso il faticoso e contrastato dispiegarsi della libertà di critica sui testi che l’autorità e la tradizione hanno preservato. Il campo in cui primamente in età moderna tale libertà provò a dispiegarsi fu quello delle scritture dette appunto «sacre»: un aggettivo che di per sé scoraggia la critica. E l’antagonista tenace, quando minacciosamente repressivo, di tale libertà fu la Chiesa, furono le Chiese. Dal lungo processo di definizione di quel che poteva accettarsi come canonico a fronte del rigoglio di narrazioni biografiche sulla persona dell’iniziatore della setta (Gesù) alla «stretta» tridentina che sancì l’assoluta prevalenza della vulgata di Girolamo: «stretta» tridentina che, si potrebbe dire, cede imbarazzata il passo all’irresistibilità della critica testuale dopo circa quattro secoli, con l’enciclica Pio XII Divino afflante spiritu, del 30 settembre 1943, quando Pacelli, pur tramite cautele e contorsioni, alfine dichiarò legittimo l’esercizio della critica testuale sul corpus antico e neotestamentario. Il cammino fu molto accidentato e il riconoscimento di aver sbagliato non fu mai esplicito. Le parole pronunciate dal dotto e facondo pontefice furono: «Oggi dunque, poiché quest’arte [cioè la critica testuale] è giunta a tanta perfezione, è onorifico, benché non sempre facile, ufficio degli scritturisti procurare con ogni mezzo che quanto prima da parte cattolica si preparino edizione dei libri sacri, sì nei testi originali, e sì nelle antiche versioni, regolate secondo le dette norme». E subito precisava: «[edizioni] tali cioè che con una somma riverenza al sacro testo congiungano una rigorosa osservanza di tutte le leggi della critica». Precisazione sintomatica, oltre che imbarazzante. Per coglierne l’assurdità basta immaginarla applicata ad altri testi che abbiano anch’essi dato origine, via via nel tempo, a «scuole», seguaci, esegeti, ortodossi e non. Si pensi per esempio al corpus platonico e al suo più che millenario sviluppo, e ben si comprenderà l’effetto insensatamente contraddittorio dell’invito a coniugare «riverenza al sacro testo» e «rigorosa osservanza di tutte le leggi della critica».

O si dovrà pensare che un testo affidabile di Platone possano darlo soltanto dei platonici puri e graniticamente fedeli al «verbo» del maestro (ammesso comunque che tale verbo esista già preconfezionato, prima del necessario, lunghissimo, imprevedibile, lavoro critico). Ovviamente c’è un sofisma cui affidarsi per cercare di tamponare la contraddizione. Che cioè solo quei testi (sacri, com’è noto: quelli inclusi nel canone cattolico) contengono «la verità», in ogni loro parte; il che dovrebbe comportare che perfetta ricostruzione del testo e perfetta aderenza al verbo rivelato a rigore coincidano. Infatti è assioma che la verità si esprime in un unico modo. Ma è evidente la petitio principii. Solo dopo aver ricostruito il testo si dovrebbe approdare (eventualmente) a scoprire quale verità esso contenga, e, successivamente, alla conclusione che esso – ed esso soltanto – contiene la verità. Invece qui c’è, sottintesa, la pretesa aprioristica che lì (e non altrove) ci sia la verità. Una «verità» data e precostituita e testualmente compiuta già prima della ricostruzione del testo. Oltre alla petitio principii ci sono poi difficoltà di ordine storico. Quei testi infatti: a) sono stati spiegati in modi vari dalle differenti confessioni e sette staccatesi via via dal ceppo cattolico (il che di per sé dimostra che essi potenzialmente contengono diverse verità e non di rado in contrasto tra loro); b) sono stati accompagnati, nel corso della tradizione, da numerosi altri testi consimili ma non coincidenti con quelli proclamati «canonici». Alcuni e non altri, a un certo punto furono espulsi dal «canone». In tali condizioni, a maggior ragione, il richiamarsi a una prestabilita, unica, «verità» testuale racchiusa in quei libri appare immetodico. Ma forse è superfluo insistere su questo punto così vulnerabile. Esso è inevitabilmente presente fintanto che quei testi vengono gravati di un peso e di un significato superiore rispetto a quello di tutti gli altri. Una pretesa superiorità che automaticamente impaccia la libertà di critica (testuale). La condanna del modernismo e l’esplicita condanna della critica testuale […] Il carattere repressivo dell’azione di Leone XIII sul versante degli studi è colto molto bene, e schiettamente apprezzato, da Pio XII nel paragrafo dedicato alla Providentissimus [l’Enciclica Providentissimus Deus”) nella Divino afflante spiritu. Non va dimenticato che Pacelli scelse proprio il cinquantesimo anniversario della Providentissimus di Leone XIII (1893) per lanciare la sua enciclica (1943). Scrive dunque Pacelli che, nonostante l’estrema chiarezza dei deliberati del Concilio Vaticano, e in contrasto con essi, «alcuni autori cattolici non si peritarono di restringere la verità della Scrittura alle sole cose riguardanti la fede e i costumi» e di considerare quanto si legge nella Scrittura ad esempio nel campo della scienza o della storia come obiter dictum, «detto di sfuggita» e dunque senza connessione con le verità di fede. (Ovviamente per «storia» si può intendere tanta parte del racconto evangelico: quando Loisy parla dell’ «incarnazione» come di un «mito filosofico» non fa che procedere coerentemente in tale svincolamento della storia più o meno metaforica raccontata nei Vangeli della storia propriamente detta.) Ed è proprio questo il pericolo che – secondo Pacelli – «il nostro predecessore di immortale memoria Leone XIII» ha ravvisato nell’insegnamento che veniva impartito alla fine degli anni Ottanta e al principio dei novanta all’“Institut Catholique”.

E perciò – prosegue – Leone XIII «con l’enciclica Providentissimus Deus inflisse a quegli errori la meritata condanna e regolò con prescrizioni e norme sapientissime lo studio dei libri divini». Quali potessero essere tali «norme sapientissime» si ricava da un testo leonino di poco successivo: la constitutio De usu editionum acatholicarum Sacrae Scripturae (25 gennaio 1897): «Le edizioni del testo originale e delle antiche versioni cattoliche della Sacra Scrittura» scrive Papa Pecci «anche della Chiesa Orientale, se pubblicate da acattolici (ab acatholicis), di qualsiasi confessione, quantunque edite in modo fedele e integro, sono permesse soltanto a coloro che si dedicano agli studi teologici o biblici purché nella introduzione e nelle note non siano impugnati i dogmi cattolici». E più oltre: «Se si permette l’uso dei Libri sacri in lingua volgare passim sine discrimine (“qua e là senza fare distinzioni”), è evidente che, a causa della temerarietà degli uomini, ne deriva più danno che utilità. Pertanto tutte le versioni in lingua volgare, anche quelle preparate da cattolici, si proibiscano nel modo più assoluto, a meno che non siano state approvate dalla sede apostolica o edite sotto la vigilanza dei vescovi e corredate a note desunte dai Santi padri». «Sono proibite tutte le versioni dei sacri Libri, preparate in qualunque lingua volgare da acattolici di qualunque confessione».

Ma con la scomparsa di Leone XIII (20 luglio 1903), la situazione poté solo peggiorare. Il suo successore, Pio X (1903-1914), non solo fu imposto al conclave dall’imperatore d’Austria in odio al candidato (quasi vincente), il cardinale Rampolla, filo francese e fortemente sostenuto dalla Francia, ma si trovò a fronteggiare ben presto la rottura con la Francia, che nel 1905 diede forma alla «séparation» tra Stato e Chiesa. Per intanto il modernismo – che nella cerchia Duchesse, Loisy, d’Hulst aveva avuto la sua genesi o, almeno l’apporto più rilevante – giungeva a un punto di rottura con la gerarchia soprattutto in ragione del diffondersi anche in Italia e del crescente prestigio scientifico conseguito anche fuori del mondo cattolico. Prestigio dovuto ai risultati del la- Si dà grande e universale risalto, giustamente, allo scontro che contrappose la Chiesa cattolica alla Nuova Scienza galileiana.Si vede in quello scontro l’inizio della frattura tra una fede che vuole dogmaticamente imporsi e una scienza che rivendica il diritto a una laica libertà di ricerca.Nonostante le ritrattazioni compiute dal soglio papale, quello scontro non solo non è ancora placato ma sembra anzi drammaticamente rinfocolarsi, oggi,sui temi detti “eticamente sensibili”.Stranamente,però, viene totalmente ignorato un altro scontro tra scienza e fede che è invece persino più dirompente che non quello che vide di fronte Galilei e il cardinal Bellarmino.Si tratta dello scontro tra la fede, anzi la chiesa (se non addirittura “le” chiese,perché anche quelle protestanti vi furono coinvolte) e la critica filologica, la scienza - nata circa un secolo prima di quella galileiana - che lavora alla restituzione quanto più possibile fedele degli antichi documenti e testi letterari,spesso giunti a noi infarciti di errori,infiltrazioni, ecc., che ne hanno corrotto il dettato originario. La filologia nasce come scienza, circa alla metà del cinquecento, proprio per reintegrare al possibile i grandi testi sacri della Bibbia e del Nuovo Testamento che una lettura attenta e ferrata veniva riconoscendo come anch’essi alterati e inquinati dall’imperizia o anche dalla malizia dell’uomo.La ricerca, fatta in nome della verità storica e fattuale,venne subito avversata dalla chiesa, o meglio dalle chiese, tutte ugualmente timorose che l’indagine filologico-storica potesse mettere in dubbio i racconti su cui la fede si fonda,a partire ovviamente da quelli relativi alla vita e morte di Gesù. Le chiese compresero che,una volta incrinata l’assoluta certezza che quei racconti fossero fedeli alla verità storica e fattuale,poteva crollare l’intero edificio fideistico.

Come si vede,la nuova filologia colpiva,o minacciava di colpire a fondo dogmi e credenze, assai più che non la critica galileiana alle verità teologico-tradizionaliste che la fede pretendeva di imporre sulle questioni scientifiche. Ha ricostruito le vicende della nascita della critica filologica e del suo scontro con la chiesa e le chiese,da par suo, la filologia sfidò il dogma PAGINA3 17 UNA SCIENZA RADICALE voro critico e storico dei suoi principali esponenti, Loisy soprattutto. Basti considerare il successo dei suoi scritti, a partire dalla traduzione, direttamente dall’ebraico, del libro di Giobbe (1892) fino ai Miti babilonesi e i primi capitoli della Genesi (1901), al Quarto Vangelo (1903) e al monumentale saggio sui Sinottici (1907): sembra quasi una sfida, e fu preludio allo scatenamento della condanna frontale da parte di Pio X con la enciclica Pascendi dominici gregis (8 settembre 1907). Il tono non è più quello composto e da studioso che discute con studiosi (tono che Leone XIII nella Providentissimus aveva cercato di mantenere) ma duro, apologetico, a tratti persino scomposto. Va però anche detto, beninteso alla luce di una impostazione graniticamente dogmatica, che la Pascendi dominici gregis va al fondo delle questioni e affronta di petto i fondamenti stessi della critica testuale, ravvisando con appassionato allarme, in essa, non solo una disciplina eversiva ma forse il tassello più eversivo dell’intera «macchina» storico-critica del modernismo. Il bersaglio principale, nonché punto di partenza della confutazione, è la estensione (per Pio X inaccettabile) all’ambito delle origini cristiane della visione storica e del concetto stesso (di per sé sospetto) di evoluzione. Per esser chiaro ed esprimere con tutta la possibile durezza il rifiuto di una tale nozione, Pio X proclama di essere ben saldamente ancorato alla presa di posizione di Pio IX, risalente alla Qui pluriuso del novembre 1864, contro la nozione stessa di «umano progresso». «Per detto o per fatto dei modernisti » si legge alla fine della parte terza, «nulla vi deve essere di stabile, nulla di immutato nella Chiesa.

Nella qual sentenza non mancarono ad essi dei precursori, quelli cioè dei quali il nostro predecessore Pio IX già scriveva: Questi nemici della divina rivelazione, che estollono con altissime lodi l’umano progresso, vorrebbero, con temerario e sacrilego ardimento, introdurlo nella cattolica religione, quasi che la stessa religione fosse opera non di Dio ma degli uomini o un qualche ritrovato filosofico che con mezzi umani possa essere perfezionato [corsivo mio]» Partendo da questa premessa, è agevole al battagliero pontefice mettere sotto accusa il modo di procedere scientifico e storiografico dei dotti modernisti. Al principio della requisitoria Pio X suddivide i ruoli che il modernista- tipo riesce a incarnare: «Ogni modernista compendia in sé molteplici personaggi: filosofo, credente, teologo, storico, critico, apologista, riformatore; e cerca di descrivere come ciascuno di questi ruoli prepari e sorregga l’altro. Così la parte quarta (Storia e critica del modernismo) si apre con le parole: «Ormai, dopo aver osservato nei seguaci del modernismo il filosofo, il credente, il teologo, resta che osservare parimenti lo storico, il critico, l’apologista ». «Come poi la storia riceve dalla filosofia le sue conclusioni, così la critica le ha a sua volta dalla storia. E come lo storico separa, nei soggetti della «storia biblica », quanto è appannaggio della fede (e perciò non mette conto discuterne) da quanto è materia di indagine storica (in cui l’elemento fideistico non deve interferire), così anche «il critico, seguendo gli indizi dati dallo storico, di tutti i documenti ne fa due parti»: una parte «la assegna alla storia reale, il restante lo confina alla storia della fede […] giacché queste due storie distinguono diligentemente i modernisti e alla storia della fede – ciò che è ben da notarsi – contrappongono la storia reale in quanto reale». E l’esempio dolente è, ovviamente, quello della figura di Gesù:

«Un doppio Cristo, l’uno reale, l’altro che veramente non mai esisté ma appartiene alla fede; l’uno che visse in un determinato luogo e tempo, l’altro che solo s’incontra nelle pie meditazioni della fede». L’altro principio filosofico che interferisce – denuncia l’enciclica – nella ricerca dei modernisti è il concetto di evoluzione, che li porta a scandagliare storicamente il progressivo formarsi della raccolta di testi detti «sacri». E sappiamo quanto la nozione di evoluzione, equiparata a quella di progresso, venga malvista, nella scia dei fulmini di Pio IX, anche da Pio X. Risultato del lavoro dei modernisti è che i «monumenti» vengono «disposti per età, sceverando quelli che riguardano le origini […] da quelli che appartengono al suo svolgimento», e anche questi vengono a loro volta disposti (ordinati) «secondo il succedersi dei tempi» […]. I brani sono tratti da Luciano Canfora, “Filologia e libertà. La più eversiva delle discipline, l’indipendenza di pensiero e il diritto alla verità”(Mondadori).

Lunedì, 14 settembre, 2009 - 12:14

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