Caso radicale e caso Italia

Pannella: "Noi radicali siamo resistenza di governo"

di Marco Pannella

Chiedo scusa ai compagni radicali che mi sentono ripetere, da quando sono radicali, quello che dico sempre. Non so se repetita iuvant o no; spero che però sia così, anche perché sono assolutamente convinto che non è senza speranza la situazione nella quale dibattiamo o ci dibattiamo. Intanto il Caso Italia è oggettivamente evocabile in questo modo: tutta la storiografia ufficiale, tutta la considerazione storica dell’Italia contemporanea – intendendo cioè gli ultimi 50- 60 anni - viene vista attraverso delle lenti deformanti. Viene vista, seppur da forze culturalmente, idealmente e storicamente contrapposte e nemiche, nello stesso modo. In quale modo?

L’Italia avrebbe i seri problemi che una democrazia non può non avere di fronte all’accelerazione della storia, della tecnologia, della scienza, del pensiero e della stessa configurazione dell’umanità, una umanità – sottolineo - che è cosa differente se composta da 2 miliardi di persone, 6 miliardi oppure – in prospettiva – da 8 o 10 miliardi di individui. Questa crescita esponenziale di una specie animale non può non entrare essa stessa in crisi e mandare in crisi il luogo che abita e che lo abita. Tutti, dicevo, concordano nel dire che la democrazia italiana ha dei grossi problemi; quasi tutti dicono che la colpa è dell’altra componente di quello che Giorgio Galli nominò ‘bipolarismo imperfetto’. Oggi poi si dice apertamente: invece della realtà bipartitica o tripartitica anglosassone, abbiamo una realtà bipolare che comporta quindi – in termini di soggetti partitici – una grossa pluralità di partiti. Oggi c’è il tentativo, interno a questo regime italiano, di provocare attraverso artifici organizzativi, leggi elettorali o meno, la riduzione a due o tre partiti. Tanto che adesso ho sentito anche loro parlare di evoluzione verso il bipartitismo. L’ho sentito dire da Prodi, poi pure da Berlusconi di sfuggita ed in qualche modo da Veltroni. […]
Il monopartitismo imperfetto
Questa però è una visione che non corrisponde alla realtà. Anche quanto detto da Valerio Zanone nella sua dotta relazione sulle varie partizioni che lui individua come appartenenti alla storia liberale, mi è sembrato mancare di una esplicita messa a confronto delle partizioni, delle peculiarità liberali diverse - che lui con molta precisione ha evocato - con i problemi dell’oggi per il mondo liberale e per chiunque altro. Il problema pubblico/privato, stato/mercato, liberalismo/ democrazia, liberalismo italiano come liberalismo tricolore od europeo, penso invece che la storia liberale è quella laica. […] Così tratteggiamo utilmente le radici e la causa di una realtà che fa, del pensiero che si alimenta e nutre della storia liberale e laica - in qualche misura, anzi in misura eccessiva - una storia di astrazioni, non più di idee. Non equivochiamo: la teoria è cosa molto concreta. Vi sono diversi modi di intenderla; io tendo a considerarla usando spesso le locuzioni “teoria di formiche”, “teoria di fatti”, piuttosto che una metafisica, teoricamente pur nobile ed importante. Quello che mi sembra oggi di configurare come il “caso Italia” è una realtà nella quale l’altra evocazione – secondo la quale la democrazia è orizzontale ed il liberalismo è verticale – non regge più come distinzione. Infatti, ad esempio, il termine “stato di diritto” non lo sento mai evocare, se non nelle litanie odierne dei democraticisti. Ma nella sua peculiarità, nel rapporto quindi tra storia, pensiero e diritto, no. Credo invece che la lettura di Giorgio Galli serva molto per conservare quello che manifestamente è in putrefazione. Già all’inizio degli anni ’60 con Angiolo Bandinelli e Gianfranco Spadaccia dicevamo: “Questo è mopartitismo imperfetto e non bipolarismo”. Ed oggi lo vediamo, con manifestazioni che diventano leggibili ed avvertibili soprattutto come l’anti-democrazia in cammino, tanto è vero che tutti ora, piuttosto che liberali, si dicono “democratici”. La nostra storia – ecco il “caso Italia” – è tale per cui vi sono degli atti, dei fatti e dei misfatti, che in altri luoghi, e sicuramente in altri tempi, per farli vi sarebbe stato bisogno di colonnelli, di generali e di carri armati. Tutto ciò al posto delle possibili riforme del diritto e della Costituzione. Tanto che per noi vale ancora la battuta crociana: “I problemi del nostro Paese sono quelli di un Paese che non ha conosciuto la Riforma ma conosce continuamente controriforme”.

E’ assolutamente vero: abbiamo una pletora di controriforme che però hanno smesso perfino di essere formali. E così dal “caso Italia” passo al “caso radicale”. Noi innanzitutto non siamo mai stati dei feticisti della legalità e della Costituzione. Noi comprendiamo essere a volte necessario violare ufficialmente la legalità per aiutare la città a mutare la legge, o l’interpretazione della stessa, che si ritengono pessime. Noi su questo non siamo dei lettori di stampo “eticista” nel nostro rispetto della parola e dello scritto della legge. La prima cosa, che potrebbe sorprendere qualcuno che non mi ha ascoltato troppo spesso, è che noi abbiamo combattuto esplicitamente per denunciare il fatto che i codici fascisti – i codici Rocco – sono stati imposti all’Italia per otto anni dal regime fascista e poi per decenni da tutti i partiti dell’unità nazionale. Da tutti se si considera la rapida scomparsa dell’eccezione costituita dal Partito D’Azione con la sua intuizione semplice ma fondamentale, secondo la quale se si doveva costruire una nuova Costituzione, la nuova legalità sarebbe dovuta partire dal principio secondo cui quella precedente era abolita, se non nei punti che specificamente venissero confermati. Ma la tesi della Costituente fu un’altra: “tranne quello che si abolisce, il resto continua a vivere come legge”. Noi tentammo di porre questo problema in modo esplicito. Nessuno pareva accorgersene, dopo che il Partito D’Azione era stato fatto fuori secondo una linea di condotta tradizionale del Partito Comunista Italiano, che era nella sostanza quella della Terza Internazionale, ovvero “Pas d’ennemi à droite”. Non ci sono nemici a destra, ma gli unici nemici sono a sinistra. E quindi si fanno gli storici accordi a Berlino tra Ribbentrop e Molotov, tra Hitler e Stalin, negli stessi giorni in cui si mandano i sicari ad assassinare Trotzky. Questo all’indomani delle purghe di tutto l’apparato rivoluzionario bolscevico.

Tra l’altro una delle peculiarità ‘semantiche’ del Partito Radicale è stata quella, oltre al fatto di mantenere la dizione “partito”, di mantenere anche l’uso del termine “compagno”, proprio con la motivazione che non potevamo lasciare un termine così bello – compagno di vita, compagno di scuola, di armi… - agli assassini dei compagni. Noi abbiamo questa Costituzione democratica, con un “pensiero unico” per cui: la democrazia è il rispetto della Costituzione repubblicana, della Costituzione democratica ed il nemico al governo è in genere incriminato perché non rispetta la democrazia. A fronte di ciò invece la DC, il PCI, assieme e con tutto quello che gli ha girato attorno, per trent’anni non hanno voluto toccare i codici Rocco. Non hanno voluto dare per vent’anni al popolo italiano la seconda scheda elettorale che la Costituzione gli consegna: quella referendaria. Per il referendum dovemmo aspettare che tale scheda referendaria fosse consegnata alla Chiesa, convinta che potesse così annullare la legislazione sul divorzio. Ma prima di ciò, per 20 anni, tutto questo non apparteneva al dibattito politico, se non nel momento in cui noi radicali lo provavamo a mettere all’ordine del giorno. Alla fine degli anni ’70 come radicali ricordammo che non potevamo più chiamare “fascista” il codice Rocco, perché ormai risultava imposto dal fascismo degli antifascisti.
La nonviolenza, arma dei poveri
In queste condizioni noi siamo arrivati ed arriviamo a raggiungere il sentimento del Paese, attraverso anche lo specifico della nonviolenza che è arma dei poveri. All’inizio degli anni ’70 ricordavo, ai compagni che si volevano armare, ai compagni della violenza: “Il potere potrà avere sempre più armi violente, mentre la nudità, le mani senza bottino, sono forza del numero”. Ricordiamoci che una delle impressioni, previsioni, più esplicite di Marx era quella secondo cui nella democrazia britannica in cui nasceva l’industrialismo, e non certo in Russia, si poteva sperare nascesse la rivoluzione socialista. Perché? Perché lì ad un certo punto ci fu una esplosione quando, nell’ambito della lotta sociale, i lavoratori della società della prima rivoluzione industriale incrociarono le braccia.

Non dimentichiamolo, fu un momento fondamentale. La seconda cosa che fece il movimento operaio fu quella di comprendere che fosse necessario avere esplicitamente il connotato politico. Il sindacato, dunque, come costitutivo del partito del lavoro; da qui la discussione sulle doppie tessere e tutto il resto. Questi sono tutti sviluppi di quegli anni che noi abbiamo tenuto molto presenti, a partire dal nostro Statuto di Bologna, poi confermato alla fine degli anni ’60 a Firenze, che prevedeva quella forma di partito e che era un punto di riferimento laburista più che liberale. Perché guardavamo alla realtà, alla teoria della prassi, a come si potesse in quel momento – tenendo presente la contemporaneità sociale, politica, giuridica e tecnologica – avere una forma di partito in vista di un sistema bipartitico. Vie di mezzo non ce n’erano. Già allora ricordavamo che la Terza Repubblica Francese, vissuta mezzo secolo o poco più, fu votata con un solo voto di maggioranza. Oggi invece la teoria ufficiale vorrebbe che le cose importanti debbano essere “consensuali”. È una bestemmia per quel che riguarda il fatto democratico, perché sulle cose importanti contrapponi scelte importanti, opposte e contrapposte. In questo è la democrazia, nel vedere quanto la scelta che compi con un voto di maggioranza poi regga. Mentre oggi si pensa di più in conformità con la tesi di Berlinguer che, all’indomani del colpo di Stato in Cile, disse che non si poteva decidere con un solo voto di maggioranza.
Berlusconi? Più che “il primo del nuovo” è “l'ultimo del vecchio”
Da allora inizia questa storia della consociazione, della “unità nazionale”. Per sopravvivere il monopartitismo imperfetto comincia a cercare degli alibi, quasi teorici. Sono gli anni in cui l’unità nazionale – un termine che apparteneva esso stesso alla destra, magari fascista – entra in vigore, contro di noi. Sono gli anni del Caso Moro. Abbiamo allora un’altra caratteristica del caso Italia. Coloro che oggi si scandalizzano o ritengono in buona fede che il governo Berlusconi sia pericoloso perché sta realizzando massacri contro la costituzione, sono poveretti del tutto ciechi, sordi ed ignoranti. Perché la serie di leggi dell’unità nazionale ha distrutto la legalità costituzionale. Tanto che noi dicevamo che i codici Rocco, almeno da un punto di vista tecnico-giuridico, erano di un livello tecnico superiore rispetto alla Legge Reale, ai decreti Cossiga… Il caso radicale è quello di una formazione che nasce nel ’55, prendendo atto del destino tremendo liberale. C’era Mario Ferrara, nonno di Giuliano, che una volta disse: “Questo partito chiamiamolo radicale e non liberale perché già per tre volte in un secolo si è tentato di rialzare la bandiera liberale dal fango, e questa vi è ritornata. Quindi occorre fare questo”. Di qui il compromesso dal quale nasce il Partito Radicale dei Democratici e Liberali italiani.

Così iniziammo le nostre lotte, prevedendole, perché già allora, in un congresso nel quale del 1961 nel quale fummo battuti come minoranza di sinistra liberale, avevamo proposto proprio il cammino referendario. Allora nessuno parlava di caso Italia. Nessuno parlava del fatto che la riforma delle Regioni non fosse ancora stata attuata, idem per l’istituto referendario. Inoltre il caso Italia rappresentava un’altra singolarità, quella per cui, nel 1957-59, l’85% delle leggi approvate dal Parlamento erano votate in sede legislativa, quindi all’unanimità da tutti, dal PCI al Movimento Sociale Italiano. Rendetevi conto di come il fatto liberale e democratico, lo stato di diritto, fossero negati in modo patente, antropologicamente estranei. Tutto ciò era negato all’unanimità. In questo periodo mi capita spesso di riflettere sulla figura di Leonardo Sciascia. Leonardo è sempre stato di uno straordinario realismo, di una rocciosa verità ed esattezza nelle sue definizioni. A chi diceva: “Sono battuto, ma a futura memoria…”, lui spiegò lucidamente: “A futura memoria, se la memoria vraà un futuro”. Ed era il problema: se qualcosa non è conosciuto nel presente, vi potrà essere memoria di questo? O allora il problema non è di sperare di stare dando corpo ad idee-forza che corrispondano anche, non siano estranee, ad una evoluzione antropologica e che quindi abbia già radicamenti culturali, magari minoritari, che consentono di avere uno sguardo più ricco, del complesso, in tutte le sue sfaccettature? E quindi già allora c’era il problema di costruire la memoria di ciò che tendeva a non essere presente nemmeno nel momento in cui accadeva.
Dal Gran Consiglio del partito fascista alla partitocrazia post-fascista
A nemmeno due decenni dalla sconfitta del fascismo, abbiamo una cosa molto patente, ovvero la continuità, il post-fascismo, strutturalmente ed anche nelle strutture ideologiche e nella forma dei partiti. Abbiamo però sin da allora una differenza: con il fascismo avevi il Gran Consiglio del Partito Fascista che era un Partito complesso, autoritario ma di uno stato corporativo, con la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, con il contributo del mondo sindacale, repubblicano e socialista al fascio fascista. È una forma di modernità, una controriforma che esplode, travolge tutto. Nel famoso primo Parlamento fascista abbiamo Gronchi presidente della Camera, Ferri socialista illustre…

Quella del fascismo fu una grande controriforma, perché negli anni ‘30 si realizza il welfare. È la grande controriforma nel mondo toccato dalla modernità, è l’illusione tremenda del welfare senza libertà. Si crea questo Partito Fascista, quel Gran Consiglio che, una volta che la guerra pare possibile perderla, allora prende e licenzia Mussolini. Quindi abbiamo un Gran Consiglio che si riunisce “di notte”. Oggi abbiamo diversi partiti, ma per tutti i finanziamenti pubblici e queste leggi sulla statalizzazione della politica, è anche vero che sono norme che anch’esse sono votate “di notte”. Un riflesso quasi antropologico: “siamo partiti”, “siamo necessari per il bene del paese”, a questo punto “è necessario sostenere il bene contro il male” e quindi “finanziamenti pubblici”. Ovviamente se si accetta questo ordine di idee, poi allora i Comuni devono fare il ‘bene’ a tutte le associazioni di volontariato ed altro e così via…viene fuori una realtà di statalismo. Per decenni le sedi della CGIL, di tutti i sindacati, le sedi delle cooperative erano esattamente le stesse che erano venute fuori sotto il fascismo. E su questo abbiamo pure un’altra caratteristica: andate a vedere a Roma come si forma la nuova borghesia. Chi è che occupa le case pubbliche di Piazza Navona, l’Appia Antica, etc. etc., chi è che riesce ad avere delle leggi come la Legge Mosca, secondo la quale bastava che un partito dicesse, a decenni di distanza, “questa persona era impegnata per il Partito” che quello riceva una pensione. Ideologicamente il Partito Comunista e tutta la partitocrazia hanno tolto il carattere volontario della militanza. È caso Italia anche questo, nella sua perfezione. In tutto questo non c’è più Gran Consiglio, la corruzione ha meno occasioni di poter essere decapitata, perché non c’è una testa.
Stato di Diritto è Libertà Religiosa
Giuseppe Galasso ci ha fatto conoscere alcuni particolari della relazione che terrà a Londra il 20 settembre. Ad un certo punto, parlando dell’Italia risorgimentale, ha avuto una esclamazione: “Beh sì, un momento, lo Stato era liberale, però i vescovi venivano arrestati”. Mi sono ricordato allora – ancora caso Italia – che c’è una norma precisa nella legge elettorale, pensate quanto preveggente, secondo la quale ove i ministri del culto, dai cardinali ai parroci, avessero interferito invitando a votare o ad astenersi, sarebbero stati passibili di pene a partire dai cinque anni di reclusione. Eppure il Caso Italia è questo: noi abbiamo avuto il Papa, Ruini, tutti quanti che hanno invitato ad astenersi in occasione del referendum sulla legge 40. Eppure nella legge c’era quella norma. Perché? Perché c’era il ricordo del non expedit della Chiesa, della Chiesa che cerca di battere lo stato usurpatore dicendo ai cattolici che non possono partecipare alla vita politica democratica dello Stato. Oggi si nega dunque lo Stato di Diritto, mentre la Destra Storica, con l’accordo di Manzoni, di Gioberti, di Rosmini e dei cattolici, arrestava i vescovi. E non ce n’è memoria, perché non bisogna saperlo. Come non c’è memoria del fatto che i libri di tutti quei cattolici erano all’Indice.

Quella fu la conquista della libertà religiosa; la libertà religiosa è venuta quando si è tolto valore di legge alle leggi ed ai codici confessionali. Oggi è il connotato continuo. Il rispetto della legge è un rispetto che non c‘è, tanto è vero che continuamente noi siamo in conflitto con questa realtà. Ripeto, noi non siamo feticisti della Costituzione, ma vi faccio un esempio. Il caso Sofri? Noi abbiamo detto e ripetuto che il caso Sofri in quanto tale non esiste! Io ho voluto porre un caso: una persona come Sofri, che ha avuto quella condanna, che subito si è consegnato, che da 15-20 anni sta in carcere, che non ha voluto usufruire per nonviolenza dei vantaggi della Gozzini, cui da tutta Europa si chiede di scrivere le cose che scrive…il problema che noi abbiamo posto, con una vittoria tardiva e parziale, è: l’istituto della detenzione, previsto dalla Costituzione, usato nei confronti di Adfriano Sofri, corrisponde alla nozione costituzionale del diritto positivo italiano? E’ possibile? E su questo non c’è stata risposta. Noi alla fine ci siamo intestarditi e su un altro aspetto almeno abbiamo vinto; per consenso di tutti, infatti, il potere di grazia era tolto al potere del Capo dello Stato ed era divenuto duale, da condividere con l’Esecutivo. Dopo mesi di iniziativa politica radicale, la Corte Costituzionale ci ha dato ragione, ma Sofri è ancora in carcere e soprattutto di tutto questo non si può parlare.

Nel 1977 è ancora “caso Italia”. Tra gli altri, tutta l’intellettualità italiana - con rispetto parlando - firmava la nostra richiesta di abolizione del Concordato e dei codici fascisti. Avevamo la certezza del 70% dei consensi. L’Italia avrebbe confermato gli esiti precedenti su aborto e divorzio. La Corte Costituzionale si riunisce e ci sega i referendum con motivazioni inaudite, che fanno vergogna. Questo si sarebbe potuto fare altrove solo con i carri armati. Il “caso Italia” è una storia continua di questo genere. Allora dove nasce il “caso radicale”? Nel fatto che noi siamo riusciti, in modo sorprendente, ad agire da resistenti, da partigiani, forti di quello che senza merito comunque ci attraversa. Il nostro DNA di cui continuiamo ad essere portatori. La caratteristica è anche quella di 1.500, 2.000 persone organizzate.

Noi continuiamo ad avere il nome “partito”, noi continuiamo a dire “tesseramento”; gli altri non si chiamano nemmeno più partiti, preferiscono le fondazioni, non hanno più dibattito interno, non rispettano la loro legalità. Si continua a dire, dopo 60 anni di questo regime, “la democrazia è in pericolo”. Allora c’è da continuare a costruire, partendo dal territorio in cui si muove la nostra resistenza. In una realtà che è sempre meno solo italiana, visto che noi vogliamo pure l’Organizzazione Mondiale delle e della Democrazia. Siamo consapevoli che occorre fare crescere ciò che ci viene da Montesquieu, Tocqueville, Beccaria, farlo crescere e renderlo robusto. Allora dobbiamo contemplare questa realtà, osservarla, o piuttosto ritenere che è in gioco molto più che il solito in questo momento della storia umana? Ad esempio nessuno parla di demografia, mentre noi, come possiamo, ne parliamo. Oggi l’apparato vaticano è un’organizzazione militarizzata; sono convinto e lo ripeto: il Conclave si è concluso, ed hanno lasciato libero Giovanni Paolo II di tornare al padre, solo quando l’operazione militare per ottenere la maggioranza di due terzi era compiuta. E l’- ho detto anche a dei cardinali: “Guardi Eminenza, siccome eravamo in pochi a sapere chi fosse Giovanni Paolo II quando lo hanno eletto, io posso anche dire che lo Spirito Santo allora arrivò e scelse quello là. Ma questa volta era tutto militarizzato”. Oggi è una forza mondana di potere. In Francia il Papa ha denunciato i nuovi idoli, l’idolatria, ed ha affermato che la società francese sarebbe colpevole di simonia. Figuriamoci, non è che lui stesso è simoniaco, non è che adorare un corpo che “forse” non è morto, che non si deve toccare, che diviene sacro, che non può peccare e non può manifestarsi e dunque può solo essere oggetto sia atteggiamento idolatrico e feticista. […]
La necessità della resistenza radicale organizzata
A fronte di tutto ciò, Luca Coscioni cosa fa? Ad un certo punto dice alcune cose laiche, ma non è oggetto di una forza laica. Rende forza! Luca non sarebbe stato Luca se non avesse avuto l’intelligenza di presentarsi alle elezioni on-line radicali, dichiarando quello che dichiarava. Lo stesso Piergiorgio Welby, certo aveva ottenuto che persone autorevoli leggessero il suo blog o che a Rimini un giornale pubblicasse i suoi articoli. Eppure entrambi esistono, sono, perché hanno compiuto una scelta di vita, quella di essere organizzati, organizzare la propria interdipendenza, dando corpo, quel loro corpo. Allora viene spontaneo, facile, lo slogan: “dal corpo dei malati al cuore della politica”. Ma se oggi questo non lo puoi ripetere? Se oggi abbiamo una realtà, il caso Italia, in cui sono tutti d’accordo; c’è una convenzione antropologica riguardo i radicali: è bene che la gente non li veda! C’è in questo qualcosa di quasi scaramantico. “Non contano”, “sono deboli”… però non devono essere visti. Perché? Perché c’è nella storia qualcosa che credo possa essere definito “a vocazione maggioritaria”; quando esplodono idee che per generazioni sono state difese e nutrite da piccole minoranze, sono i momenti nei quali le grandi riforme possono esplodere se non ci assuefa, se ci si sdegna senza però essere amari.

Senza questa tessera quotidiana, tutto ciò non ci sarebbe stato. Luca non ci sarebbe stato, ma noi nemmeno. Piergiorgio non ci sarebbe stato, ma noi nemmeno. Allora è vero che quelle idee, se sono organizzate, fanno alzare e camminare. Ha detto bene Josè Saramago, Premio Nobel per la Letteratura, all’indomani del suo incontro con Luca: “Attendevamo da molto tempo che si facesse giorno. Eravamo sfiancati dall’attesa, ma ad un tratto il coraggio di un uomo reso muto da una malattia terribile ci ha restituito una nuova forza”. Dobbiamo tenere presente che noi dovremmo riuscire a sperare di essere sempre più forti in tutte le congiunture del tempo e del potere. E non possiamo sempre sperarlo. […] Ma in definitiva questo di cui ho parlato è oggi il caso del nostro tempo. Quindi non c’è il caso radicale, non c’è il caso Italia. Ci sono un caso Italia ed un caso radicale che, per essere compresi, necessitano della creazione di una transnazionalità, di una transpartiticità. E non sottovalutate, vi prego, l’argomento della libertà d’associazione, unita alla questione dell’anagrafe degli eletti. Perché quest’ultima, se applicata ad un milione di eletti, sarebbe un modo che abbiamo escogitato per creare qualcosa di vicino al sistema elettorale uninominale. Secondo quest’ultimo sistema, l’eletto di un certo territorio è uno della specie animale- umana che va a rappresentare il mondo vegetale, minerale ed animale del suo territorio. Termino con una cosa: si sente dire ancora che noi “atei” neghiamo la trascendenza. Ma andate a quel Paese! Per noi la scienza esige di essere consapevole che c’è un mistero nel quale siamo immersi e potremmo anche scoprire – un giorno – che scientificamente Dio esiste o meno. Ma ad oggi tutto ciò “trascende”, appunto. C’è in noi anche questo senso - credo fondamentale - della bestemmia, del dire che questo mistero nel quale siamo immersi ha poi invece quella faccia, quel figlio, quella discendenza. (Una differenza con i Talebani iconoclasti, visto che da noi si dice “non nominare il nome di Dio invano”, mentre altre religioni dicono “non raffigurare Dio”).

Dobbiamo capire quanto la situazione nella quale viviamo oggi ci può consentire di viverla essendo speranza, e non avendone magari. Di viverla da liberali, da laici, da radicali, visto che per il momento questa è la forma organizzata della specie liberale. Guai invece se questa parte organizzata della specie venisse a chiudere bottega.
 

Lunedì, 12 gennaio, 2009 - 18:26

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