Intervista al politologo ANGELO PANEBIANCO

Panebianco: no a facili entusiasmi di ingegneria politica

di Daniele Di Stefano

L’editorialista e politologo del Corriere della Sera mette in guardia dal giudicare le ipotesi come dati di fatto.
In Italia i partiti politici di destra e sinistra parlano “allo stesso modo”

 

Cuore e ragione, istinto e riflessione: dove si colloca la politica? Quali sono i binari lungo cui corre l’adesione o il rifiuto dei cittadini alle scelte dei partiti? Lo chiediamo al politologo Angelo Panebianco.

Professore, alcuni esperimenti nell’ambito delle neuroscienze segnalano che, nelle decisioni, la volontà e la consapevolezza non sono gli unici attori in gioco. Accostiamo queste acquisizioni ai ragionamenti sul ‘cervello emotivo’ e sulla ‘spinta gentile’ (servirsi dell’irrazionalità per guidare i cittadini verso scelte migliori: nudge, come l'hanno battezzata l'economista Richard Thaler e il giurista Cass Sunstein). Possiamo dedurne che è necessario ripensare la natura delle scelte e degli orientamenti politici dei cittadini?

Le neuroscienze hanno fatto grandi passi, svelandoci aspetti di noi che ci erano sconosciuti. Attenzione, però: molte ricerche mettono in campo delle ipotesi. Non abbiamo ancora, cioè, una teoria del comportamento su base neuronale. Questo significa che dobbiamo rifarci ad altri strumenti, che non possiamo buttare a mare tutta la ricerca della psicologia cognitiva. Insomma, non mi farei entusiasmare troppo dalle scoperte quotidiane nell’ambito delle neuroscienze. Non possiamo pensare di intervenire con forme di ingegneria politica sulle istituzioni alla luce di questi fragili risultati.

Cuore e ragione: Drew Westen, psicologo e consulente politico di molti democratici Usa, nel libro La mente politica, Il ruolo delle emozioni nel destino di una nazione, sostiene che i conservatori statunitensi sanno, fin dai tempi di Nixon, che la politica è soprattutto una ‘questione di racconto’. Mentre i progressisti avrebbero pagato lo scotto di concentrarsi solo su questioni astratte e razionali, lontane da cuore e pancia degli elettori. Che ne pensa?

Non ho letto questo libro, ma stando a questa sintesi, mi sembra una sciocchezza. Semplicemente perché tutte le varie parti politiche si rifanno al cuore, alle memorie. Basta vedere come sono fabbricati i discorsi politici, i manifesti o la pubblicità politica: i riferimenti volti a suscitare emozioni positive intorno al messaggio sono presenti in tutti i movimenti.

Sarebbe un errore, dunque, cercare di proiettare queste due categorie – emotiva e razionale - sulla politica italiana? su centrosinistra e Pdl?

Un grosso errore: componenti non razionali, mescolanze dei due elementi sono presenti in tutti gli schieramenti politici. In entrambi i casi c’è un discorso pseudorazionale contornato da molti riferimenti che devono evocare emozioni, ricordi, memorie. Da questo punto di vista non è cambiato niente rispetto al passato: si confrontano sempre ideologie che sono mezze verità e mezze bugie; argomenti razionali ma spesso anche affermazioni non comprovate insieme ad altre totalmente prive di qualunque verifica. Perché la politica non è come la scienza: il politico non ha bisogno, mentre fa affermazioni, di controllare le sue ipotesi. La politica evoca obiettivi che appaiono degni di essere perseguiti da parte di coloro che ascoltano, e costruisce solchi lungo i quali si muovono i comportamenti degli elettori.

È dunque una questione di pancia. In quest’ottica, che enfatizza la dimensione irrazionale del discorso politico, il ruolo dei mezzi di informazione non può essere sottovalutato. Che peso hanno, allora, sulla vita democratica questioni d’attualità come le norme sulle intercettazioni, o la querelle sull’informazione della tv pubblica?

Certamente nessuno può sottovalutare il ruolo dei mezzi di comunicazione. E di fatto nessuno lo fa, prima di tutto tra gli attori politici che se ne servono. Qualcuno, al più, può essere indietro, non essersi ancora adeguato ai nuovi mezzi: spesso vecchie formazioni politiche, che hanno tradizioni e riti, la cui comunicazione deve tenere conto del passato, fanno fatica adattarsi nuovi strumenti. Altrettanto spesso le nuove formazioni ne fanno un uso più agile e spregiudicato. Subito dopo, poi, gli altri si adeguano.

Quanto alla Rai, il discorso è diverso. La situazione attuale è figlia delle specificità italiane: non si è mai arrivati neanche a ipotizzare una privatizzazione almeno parziale. Non si è mai trovata non dico una maggioranza, ma nemmeno una minoranza forte in Parlamento disponibile a farlo. E’ come pretendere di avere la libertà di stampa e le cartiere controllate dallo Stato: se le cartiere sono controllate da Stato, come diceva Luigi Einaudi, possiamo avere la Pravda, non la libertà di stampa. O si dà una situazione di concorrenza, quindi un mercato delle notizie, oppure pochi grandi attori che controllano il mercato. Non dimentichiamo di aver avuto un’epoca in cui c’era solo la Rai, c’era solo il controllo dello Stato, e quindi di coloro che controllavano lo Stato. Personalmente continuo ad essere contrario ad un presenza così massiccia dello Stato nella comunicazione, ma può anche darsi che in futuro questo problema venga superato con la moltiplicazione dei canali.
 

Lunedì, 14 giugno, 2010 - 16:33

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