Intervista al biochimico Pietro Pietrini

Non si vive di solo genoma

di Simonetta Dezi

Grazie alle nuove tecnologie si può indagare la relazione tra geni, cervello e stimoli ambientali per cercare di capire il processo decisionale con l' obiettivo di inserire tutto in uno schema concettuale

Libero arbitrio è il concetto filosofico e teologico secondo il quale ogni persona è libera di fare le sue scelte. Ha implicazioni in campo religioso, etico e scientifico. Nell’etica questo concetto è la base della responsabilità dell’individuo per le sue azioni. Siamo partiti da questa definizione molto generica per affrontare, con il professor Pietro Pietrini, la relazione tra funzionamento del cervello, stimoli ambientali ed effetti della loro relazione sui moventi decisionali.

Esiste una relazione tra libero arbitrio, genetica e ambiente?

Da quando è stato decodificato il genoma umano si è cominciato a vedere che possedere una variante allelica piuttosto che un’altra di un certo gene può conferire una maggior probabilità di sviluppare certe caratteristiche di personalità, quali una maggiore impulsività o anche aggressività fino a un vero e proprio comportamento antisociale. Per essere chiari, non vi è alcun determinismo, cioè possedere una certa variante allelica non è condizione necessaria né sufficiente perché si sviluppi quel determinato comportamento, ma aumenta significativamente la probabilità che ciò si verifichi. Si comincia a vedere che non ci sono solo i geni, e che non è da trascurare l’impatto ambientale sull’espressione dei geni, quella che viene chiamata epigenetica. Vivere in ambienti sociali e culturali diversi può avere un impatto diretto non solo sul comportamento, ma anche su quali geni vengono espressi di più o di meno nel cervello dell’individuo. Questi studi stanno definendo la base biologica migliore per capire il fine gioco reciproco tra l’ambiente e il genoma umano nella regolazione delle differenze individuali nel comportamento, nelle funzioni cognitive e nella fisiologia.

In che misura l’impatto ambientale può essere determinante nell’individuo?

Se abbiamo differenze nel nostro patrimonio genetico che spiegano la diversità fisica, possiamo anche chiederci se possedere alleli diversi, cioè varianti diverse dello stesso gene, si associa a caratteristiche diverse, a una modalità diversa di interazione con l’ambiente. Possiamo indagare le differenze nello stesso patrimonio genetico, in particolare in geni che sono deputati alla sintesi di neurotrasmettitori, di ricettori cerebrali, cioè di quell’impalcatura cerebrale necessaria per l’attività mentale. Possiamo, inoltre chiederci quale rilevanza abbia tutto questo sul nostro comportamento. Alcuni studi suggeriscono che esistono caratteristiche unicamente umane, empatia, altruismo, senso del l’equità, amore, fiducia, e perfino la politica che sono parzialmente connaturate, in un certo senso predeterminate.

Quanto è rilevante il patrimonio genetico nel determinare o nel modulare, nel favorire e nell’indirizzare ciò che diventiamo a prescindere dall’ambiente o meglio ancora in relazione all’ambiente.

Abbiamo decodificato il genoma umano, abbiamo visto che per ogni gene abbiamo varie varianti alleliche, cominciamo a vedere che queste varianti alleliche, pur senza determinare il comportamento, ne aumentano la probabilità di definirsi in un certo modo. E’ lecito chiederci che implicazioni abbiano per il libero arbitrio, che è l’asse portante per la responsabilità dell’individuo. Sostanzialmente ci sono alcuni geni con le loro varianti che sono stati messi in relazione da vari studi nella letteratura con un aumentato rischio di comportamento impulsivo, antisociale, criminale, a parità di altre condizioni ambientali. Bisogna esaminare quale relazione esiste tra possedere determinati alleli e il modo in cui il cervello risponde allo stesso stimolo ambientale e come tutto questo può essere messo in uno schema concettuale.

Un termine che ricorre molto è quello di variante.

La variabilità biologica è la vera forza della natura, ed è presente dai batteri fino all’uomo. Essere tutti diversi fa sì che le probabilità di adattamento all’ambiente e quindi di sopravvivenza siano maggiori. Dunque, la diversità all’interno della specie è la sua vera forza, anche se storicamente la diversità è stata spesso chiamata in causa per giustificare discriminazioni, lotte e segregazioni. Se in natura mancassero i meccanismi casuali di diversificazione probabilmente la nostra specie, e non solo, sarebbe già scomparsa magari a causa di uno stesso agente patogeno. Ma, ripeto, non è così neppure in organismi semplicissimi come i batteri, che cambiano a caso ogni volta che si duplicano. E’ per questo che gli antibiotici non sempre riescono a debellare un’infezione e diventa necessario fare ricorso a nuove molecole.

Con le moderne metodologie di esplorazione del cervello oggi disponiamo di una vera finestra biochimica da cui guardare al suo interno.

Sì, vediamo come è articolata la corteccia cerebrale, come l’organizzazione funzionale della corteccia cerebrale, ad esempio, ci mette in grado di comprendere tutto ciò che ci circonda. Sappiamo che quando ci guardiamo intorno istintivamente rispondiamo a qualcosa che cattura la nostra attenzione, che induce una risposta emotiva. Se mostriamo ad un individuo una faccia che esprime terrore ed esaminiamo con la risonanza magnetica funzionale (fMRI) che cosa succede nel suo cervello rispetto a quando guarda una faccia con un’espressione emotivamente neutra, notiamo che la percezione del volto con uno sguardo di terrore si accompagna ad una rapida ed intensa attivazione dell’amigdala, questa specie di computer emotivo del cervello. Non solo. Questo meccanismo è così potente che l’amigdala si attiva ancora prima che l’individuo si renda consapevolmente conto di aver visto una faccia che esprime terrore, insomma, un vero e proprio istinto della paura.

Un esempio di studio del cervello attraverso le nuove tecnologie ?

Le osservazioni cliniche in pazienti con lesioni di tipo traumatico, neoplastico, o degenerativo a carico della corteccia prefrontale, come accade ad esempio nella demenza frontale, hanno portato a pensare che questa struttura cerebrale giochi un ruolo importante nella modulazione del comportamento. Questi pazienti infatti mostrano in genere una disinibizione del comportamento, che comprende un discontrollo dell’aggressività. Utilizzando queste metodologie di esplorazione funzionale del cervello, abbiamo visto che quando all’individuo viene chiesto di mettere in atto un comportamento aggressivo, parliamo di soggetti sani senza disturbi del comportamento, una parte della corteccia prefrontale, in particolare la corteccia orbito-frontale, viene funzionalmente inibita, come se per rilasciare un comportamento che non è moralmente o socialmente accettabile fosse necessario sopprimere un’area della corteccia che, dagli studi clinici ricordati sopra, sappiamo essere fondamentale per modulare questi comportamenti. Inoltre, se confrontiamo maschi e femmine notiamo che nelle femmine per mettere in atto lo stesso comportamento aggressivo si verifica una maggiore inibizione della corteccia prefrontale di quanto accada nel maschio, come se per la femmina i “freni inibitori corticali” fossero più estesi che nel maschio. Utilizzando sofisticati protocolli sperimentali possiamo oggi cominciare a indagare quali strutture cerebrali sono coinvolte nella pianificazione, nei processi decisionali, nel pensiero astratto o quando dobbiamo decidere se una cosa è giusta o ingiusta, moralmente accettabile oppure no.

Mercoledì, 9 giugno, 2010 - 12:43

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