No al "piano casa" sì alle eco-città

a cura di Aldo Loris Rossi

Servono incentivi per mandare al macero l’edilizia spazzatura, i quartieri senza servizi e senza verde. I premi cubatura sono ammissibili, ma non per centri storici, aree paesaggistiche protette e ad alto rischio vulcanico, sismico ed idrogeologico.

La vicenda del terremoto de L'Aquila ci impone una riflessione generale su temi che noi trattiamo da oltre trent’anni. E’ stato ricordato infatti che Marco Pannella venne nel 1983 a Napoli, si candidò e noi ponemmo all'attenzione generale la questione Vesuvio e la questione del riequilibrio generale dell'armatura urbana perché gli scompensi erano di tale gravità da essere insostenibili. Tornando all’oggi, innanzitutto considerate che il terremoto de L'Aquila è più di dieci volte inferiore rispetto ai dati che noi possediamo fino a questo momento, di quello dell'Irpinia, per esempio, che ci vide impegnati un po' tutti nel portare avanti una strategia di intervento che puntasse sulla riedificazione malauguratamente controllata e verificata sul rischio sismico. Voi sapete che questa vicenda del Piano Casa è stata portata avanti in una maniera quantomeno improvvisata. Noi a quest'oggi possediamo quattro documenti diversi che si ponevano il problema di una riqualificazione dell'intera armatura urbana; sono però quattro documenti che indicano quattro vie d'uscita diverse dal labirinto nel quale ci si è cacciati; sono in disaccordo tra di loro ma alla fine ci portano tutte di fronte a porte chiuse, come nei templi egiziani nei quali c'erano delle finte porte perfettamente murate. In estrema sintesi di che si tratta? Una leggina modestissima per il Veneto che promuoveva l'architettura bioclimatica e l'inserimento e l'adozione di impianti fotovoltaici o termici con un incentivo di qualche percentuale di metri cubi. A qualcuno è venuta l'idea: se questa promozione dell'edilizia bioclimatica e degli incentivi volumetrici può valere per una regione perché non la estendiamo per tutta l'Italia? E così è stato fatto. Il secondo documento che in deroga a tutte le normative dei piani regolatori a tutti i limiti imposti da varie leggi proponeva un incremento della cubatura del 20 per cento degli edifici e in caso di rottamazione si poteva arrivare al 35 per cento. A questo punto abbiamo fatto degli interventi con Elisabetta Zamparutti su Radio Radicale chiarendo che la questione non andava posta in questi termini perché c'erano almeno tre paletti da chiarire immediatamente e cioè che questa legge non poteva valere per i centri storici, non poteva valere per le aree protette da un punto di vista paesaggistico e né per quelle ad alto rischio permanente (vulcaniche, sismiche ed idrogeologiche). Immaginate per esempio che in un'area vulcanica come il Vesuvio si dia il permesso di fare un 20 per cento in più della cubatura; è un non senso perché noi in quelle aree stiamo facendo un piano di evacuazione. Non poteva valere per le zone a rischio idrogeologico, si pensi alle case costruite nelle aree golenari di fiumi: cose inaudite, tutte perpetuate negli ultimi 64 anni. Né poteva valere per le aree paesaggistiche, pensate anche ad Ischia e a Capri invase da questo 20 per cento. Chi ha proposto queste cose doveva essere o un giurista o un tecnocrate ma certamente non un competente di urbanistica e architettura perché avrebbe capito subito che era un non senso. Tant'è che dopo queste battaglie che abbiamo fatto con Elisabetta sul Foglio e pure sulla stessa Radio Radicale c'è stato un disconoscimento, una sconfessione di questo documento e si è arrivati a una nuova formulazione, a sua volta è stata discussa con le Regioni, che è stata modificata per cui noi adesso siamo a questa quarta edizione che peraltro non è definitiva. Allora il dato su cui dobbiamo porre l'attenzione è che si ha a che fare con numeri giganteschi: il patrimonio residenziale oggi in Italia ammonta a 120 milioni di vani mentre nel 1945 i vani residenziali esistenti erano 35 milioni di cui la metà erano stati costruiti prima dell'Unità d'Italia (prima dell'Unità avevamo 17 milioni e mezzo di vani per una popolazione di circa 26 milioni, dunque 10 milioni di vani in meno rispetto al numero degli abitanti). Nel periodo 1860-1945 la volumetria si è raddoppiata passando a 35 milioni di vani (oggi abbiamo calcolato che di questi, 5 milioni sono stati demoliti). Abbiamo un patrimonio di vani storici di 30 milioni circa su un complessivo di 120 milioni, ciò a dire che l'edilizia residenziale dal 1945 ad oggi si è quadruplicata. Questi dati sono stati confermati da studi di agronomi di valore, i quali hanno potuto mettere a confronto le aree fotogrammetriche del territorio italiano della fine degli anni Sessanta con quelle del 2000 e si è potuto constatare che la superficie urbanizzata si è quadruplicata, e addirittura in alcuni casi quintuplicata e sono stati distrutti milioni di ettari di suolo agricolo anche altamente produttifero. Allora il problema che abbiamo spiegato in questi interventi, sui giornali e in televisione, è che ormai bisogna mettersi in testa che i centri storici, che rappresentano la quarta parte del patrimonio edilizio esistente, sono beni unici e irriproducibili e come tali vanno salvati integralmente, né si può consentire l'ulteriore costruzione di fabbriche all’interno di aree verdi che sono superstiti e che servono per respirare. Se noi abbiamo il dovere di difendere i centri storici, quarta parte del patrimonio edilizio, e le aree agricole, come beni unici e irriproducibili, e abbiamo a cuore la salvaguardia e il rinnovo del patrimonio edilizio, dobbiamo sottolineare un ulteriore dato. L'edilizia postbellica, dal ‘45 ad oggi, bisogna dividerla in due grandi categorie: innanzitutto l'edilizia sismica cioè capace di resistere alla sismicità, ovvero 45 milioni di vani. Bisogna però ricordare che dal ‘70 in poi si pretendono dei calcoli statici più rigorosi e severi, mentre prima nel '45-'70, anche se c'erano delle leggi antisismiche, in realtà non erano così severe né erano in grado di garantire l'antisismicità per come venivano applicate). Io ho assistito alla demolizione di edifici postbellici quando in quel periodo tutto quello che sembrava metallico veniva utilizzato e infilato nel cemento, il quale all'atto della demolizione era praticamente sparito, e abbiamo potuto constatare che i buchi che erano occupati originariamente da ferro che non era ad alta resistenza si mostravano vuoti. E infatti se vedete le immagini dei terremoti vedrete spezzati le travi e i pilastri, disgiunti, e i ferri che rincongiungono appena: ciò significa che lì non c'era un incastro perfetto ma anzi si è verificata la frattura. Questo discorso vale per tutta l'edilizia grossomodo tra il ‘45 e il ‘70: non ha questi requisiti, anche se nominalmente segue un'antisismicità, perché le leggi non erano abbastanza severe. Allora il problema diventa serio perché di fronte a questo patrimonio edilizio, che non viene conosciuto e non è stato analizzato fin'ora da nessuno, i comportamenti sono diversi. Noi che cosa proponiamo? Qualche decennio fa con l'Ordine nazionale degli architetti e con gruppi di studio interdisciplinare portammo avanti l'idea di realizzare il Fascicolo del Fabbricato che prevedeva che ogni edificio in Italia doveva fare un checkup per capirne le condizioni statiche. Curiosamente questo oggi non viene fatto ma si proietta sull'edificio una resistenza mitologica-ancestrale eterna. Sappiamo però che non è così perché gli edifici di cemento armato si degradano progressivamente diventando cemento 'disarmato'. Nel caso de L'Aquila ci sono, come avrete visto, molti edifici recenti con pilastri e travi spezzate e anche molti edifici sbriciolati che sono poi quelli tradizionali molti dei quali costruiti con ciottoli di fiumi arrotondati. Perché non si vuole fare questo check-up? Perché il proprietario dell'edificio appena chiarisce che non è in regola si trova di fronte a una struttura che perde valore, così pur di non vedere la realtà si ignora questo fatto. Noi abbiamo bisogno di questo Fascicolo del fabbricato che, tra l'altro non è affatto costoso, perché se noi riusciamo a radiografare lo stato di consistenza dei 120 milioni di vani residenziali che sono in Italia noi abbiamo finalmente un quadro di come intervenire, altrimenti sarà tutto teorico e cadremo negli equivoci con cui siamo caduti con questa legge dalla quale non riusciamo a venirne fuori perché siamo chiusi dentro un labirinto. Se invece noi sappiamo che quegli edifici hanno questo grado di vulnerabilità o di inidoneità e sono a rischio, noi ci attiviamo e mettiamo in piedi delle leggi per rinnovare il patrimonio edilizio. La conclusione è che noi diciamo che vogliamo portare avanti una strategia fondata sui seguenti principi: no ad ulteriori edificazioni dei centri storici, no ad ulteriori edificazioni di aree agricole perché entrambi sono beni unici e irriproducibili; poi analizzando e accertando l'edilizia postbellica priva di qualità e non antisimica, diamo degli incentivi garantendo così la messa al macero proprio di quella spazzatura edilizia a rischio. […] Leonardo Sciascia diceva: "Viviamo in un Paese dove retorica e falsificazione sono dietro ogni angolo" e questa è la verità. Bisogna deideologizzare questi problemi, fare calcoli seri e scientifici di costi e benefici ed assumersi la responsabilità di dire se un edificio va abbattuto o meno, consolidato e difeso attraverso due politiche, quella degli incentivi alla conservazione di edifici prebellici e storici e quella degli incentivi alla rottamazione di quell'edilizia compresa tra il '45 e il '70 che non dà garanzie di antisismicità e che non è di qualità. In tutti piani regolatori, quelli più seri e avanzati, si propongono questi incentivi del 20 per cento, del 35 per cento e anche più consistenti invece di distruggere altre aree agricole e abbattere i centri storici. Chiudo dicendo che in alcuni paesi e regioni è in atto un tipo di intervento di questo genere, dunque non è irrealizzabile. Si costruiscono case-parcheggio e si mettono in moto appunto il criterio della rottamazione: a Roma in via Giustiniano Imperatore si sta realizzando. Quando proponemmo nel 2000 un Manifesto per la Rottamazione dell'edilizia postbellica priva di qualità e antisismica fu accolta da Veltroni che ci chiamò per poi mettere in atto un ufficio (proprio a Giustiniano Imperatore) per il rinnovo edilizio. Lo si può discutere, migliorare o respingere in alcuni casi ma la strategia, secondo noi, è questa. *** Un brevissimo chiarimento: in tutti i dibattiti che abbiamo fatto è emerso chiaramente che l'obiettivo è quello di trasformare le periferie informi e invertebrate che assediano le città in unità urbane ad autosufficienza produttiva-energetica e addirittura in “eco-cities”. Elisabetta Zamparutti ha usato questa espressione in un dibattito che c'è stato sul Foglio. Ironicamente Giuliano Ferrara ha detto “non montiamoci la testa con eco-city, New Towns”. Di New Town si parlava sessant'anni fa in Inghilterra, ma noi parliamo di qualcosa in più: mandare al macero i quartieri-dormitori che sono privi di verde, attrezzature e servizi e trasformarli in unità urbane ad autosufficienza produttiva-energetica. Dunque si tratta di eco-towns ed è quanto sta portando avanti a scala mondiale l'Unione Internazionale degli Architetti quando dice che il problema è di accettare la sfida di non mummificare l’edificato post-bellico così com'è. Il rischio è di lasciare ai posteri periferie invertebrate, prive di attrezzature e servizi, che chiamiamo città; in realtà non sono città ma sono periferie informi prive di vitalità. Questa è la vera sfida e noi riteniamo sia possibile farlo; di questa operazione non se ne deve fare carico lo Stato, anzi non lo farà come non l’ha fatto in 64 anni. Hanno fatto quartieri edilizi ma non hanno trasformato le periferie in qualcosa di diverso. La sfida che sta di fronte a noi è non solo di mandare al macero la spazzatura edilizia priva di qualità e non antisismica, ma di trasformarla in eco-city. *** Volevo ricordare alcuni dati che ci possono condurre a delle conclusioni abbastanza chiare: l'umanità ha impiegato 2 milioni di anni per arrivare al primo miliardo di abitanti nel 1830; poi soltanto 100 anni per arrivare al secondo miliardo, 30 anni per il terzo, 17 anni per il quarto e oggi siamo a 6,5 miliardi di abitanti. Jeremy Rifkin ha dichiarato che 300 milioni di americani consumano energia pari a 22 miliardi di persone, occorrono cioè per il loro stile di vita 3 pianeti solo per loro. Se non si annuncia una nuova era post-consumista nella quale tentare di dominare questa macchina impazzita dell'evoluzione delle città risulteremo sconfitti. Per capire la velocità di crescita della popolazione urbana, pensate che l'Europa all'epoca di Augusto aveva 30 milioni di abitanti, ora questo stesso numero lo abbiamo a Città del Messico. L'Italia aveva 5-7 milioni e mezzo di abitanti (cioè quanto il Lazio oggi, 1 milione solo a Roma) all'epoca di Augusto, oggi ne abbiamo 60 milioni. Nella legge Lupi abbiamo cercato di introdurre, anche con lo stesso Lupi, qualche elemento nuovo. Siamo d'accordo che oggi il territorio italiano è sovraurbanizzato e che abbiamo 20 milioni di vani vuoti (quanto tutta l'Ungheria praticamente), allora è chiaro che bisogna ragionare e vedere in che maniera mettere in moto una strategia di riqualificazione dell'esistente. Siamo d’accordo che non bisogna toccare le aree verdi e i centri storici che rappresentano il 30 per cento del patrimonio esistente e allora si apre una prospettiva nuova: individuiamo quelle aree nei piani regolatori che sono appunto edificati nel periodo postbellico, che sono prive di qualità e antisismiche. Siamo favorevoli a fare una strategia di riqualificazione dell'esistente anche con i premi e le cubature. Questo significa salvare i centri storici, ovvero la quarta parte del patrimonio edilizio esistente, salvo le aree agricole sopravvissute e mando al macero la spazzatura edilizia postbellica priva di qualità e non antisismica. Questa è la grande sfida che la legge del governo sul territorio dovrebbe chiarire. Questo è anche il merito di Elisabetta Zamparutti che ha messo insieme questi tre elementi: legge sul governo del territorio che è da 10 anni in gestazione, Piano casa e Piano per l'edilizia abitativa. Perché allora non coniugare Piano casa che può rottamare con gli incentivi e Piano delle 100 città? Ma come fare a costruire queste 100 città? Bisogna fare un quadro unitario generale in cui si indica nei piani regolatori quelle zone ad alto rischio permanente, che non sono edificabili e sono sovraurbanizzate e fare degli incentivi da mandare al macero. A Napoli stiamo lavorando in questo senso: la Regione sta facendo un piano (“Grande Napoli”) che coinvolge fino a Volturno e sta realizzando un grande raccordo anulare pari a quello di Roma lungo il quale possono essere ubicate le New towns, che noi chiamiamo Eco-cities. Vogliamo rottamare le periferie dormitorio e quei quartieri invertebrati senza attrezzature, senza servizi e senza verde. […] Così esce fuori una strategia di riequilibrio generale che potrebbe andar bene anche per Roma che invece sta distruggendo i 23 kilometri che ci sono dal centro fino al mare. Trasformiamo i quartieri dormitori in frammenti urbani a servizi integrati. Faccio un esempio, quello di Giustiniano Imperatore a Roma: ci sono 25 edifici che si stanno rinnovando, rottamando e ricostruendo, hanno fatto un concorso nazionale che ha vinto un tedesco poi c'era Gabriella Raggi che fino a poco fa governava questo settore. Si sono fatte subito case-parcheggio per gli inquilini che avevano le case che sono state distrutte e a effetto domino si riesce a realizzare questa qualificazione. Due operazioni quindi: trasformo le periferie invertebrate in unità urbane a servizi integrate e faccio ripartire il settore edilizio. Se io non creo egli incentivi e non mummifico questa spazzatura edilizia, il problema delle città non si risolve e queste non si rimettono in moto. *** […] Un'ultima cosa voglio segnalare di cui poi si parla pochissimo: dal dopoguerra è in atto una transazione epocale, dall'epoca tardo industriale a quella postindustriale, cioè si sta trasformando l'armatura urbana italiana e l'innesco per questo è attuato dai quattro corridoi transeuropei che attraversano l'Italia. Che cosa sta succedendo? Una cosa straordinaria di cui nessuno si sta accorgendo: si stanno svuotando le mega città, le grandi funzioni ingombranti vengono espulse dalla città e vengono a risistemarsi sui grandi corridoi transeuropei, cioè negli incroci stradali. Praticamente la mega città è esplosa e si sta ridistribuendo, questo andrebbe pianificato e coordinato. Insomma noi stiamo assistendo con pochi centri di studio a una grande trasformazione dell'armatura urbana perché la cultura sta transitando dal paradigma funzionalista, che è analitico e riduttivo, al paradigma ecologico che è sintetico e organico. Solo andando verso una green economy, ovvero verso un'intesa ecologia-economia, noi usciremo da questo baratro. Insomma i nemici sono il mercatismo, l'economicismo e la tecnocrazia, cioè le tre divinità del paradigma meccanicista. Dobbiamo superare questo e andare verso una nuova frontiera ecopolitana e verso un'era postconsumista.

Martedì, 9 giugno, 2009 - 16:17

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