Scienza e Politica. Il segretario dell' Associazione Luca Coscioni

Neuroscienze per non soccombere a populismi e clericalismi

di Marco Cappato

 Educazione, informazione, partecipazione democratica, nonviolenza sono gli strumenti per salvaguardare la nostra autonomia

È bene che la politica si occupi di neuroscienze, prima che le neuroscienze siano lasciate sole ad occuparsi – come già accade, nemmeno troppo indirettamente di politica.

Gli enormi progressi nella conoscenza del funzionamento della mente umana, infatti, ci dicono sempre di più sui limiti della “razionalità” come movente delle scelte individuali. Dai neuroni specchio ai cosiddetti “bias” (cioè malfunzionamenti) cognitivi, dagli esperimenti di Libet sulla volontà inconsapevole alla mappatura del cervello, le nuove scoperte scuotono le fondamenta non soltanto delle scienze naturali, ma anche della filosofia, della politica e dell’economia: i dati sperimentali ci spiegano, ad esempio, l’efficacia sul piano emotivo ed istintuale di proposte politiche che potremmo definire “populiste” e che si fondano sul richiamo identitario, sulla chiusura nei confronti del “diverso” e sulle paure che ci ispira, sul sostegno a comportamenti selezionati; al tempo stesso, in materia di sessualità e riproduzione si può rinvenire un ancoraggio di politiche clericali o conservatrici con comportamenti selezionati dal processo evolutivo – per esempio nel collegamento tra sessualità e riproduzione- anche quando tali comportamenti non sono più sottoposti, grazie al progresso tecnologico e ai mutamenti sociali, agli stessi vincoli ambientali in base ai quali si erano affermati.

Ugualmente emotivi ed istintivi possono essere comportamenti di altro genere, di empatia e spirito cooperativo nei confronti degli altri e dell’ambiente che ci circonda, e che restano inspiegabili se ci si limita a considerare la difesa del mero interesse o la massimizzazione dell’utilità personale.

Quanto più grande è la comprensione dei condizionamenti ai quali siamo sottoposti anche senza volerlo, tanto più sono messi in discussione principi fondamentali sui quali sono basate le nostre stesse istituzioni, dal mercato alla democrazia politica. Il principio liberale classico dell’autonomia individuale, che si traduce nel rispetto assoluto della libertà e responsabilità di ciascuno, evolve nella misura in cui si comprende come l’individuo sia condizionato da altri o semplicemente dal contesto, in particolare sul piano emotivo o istintivo nelle sue decisioni.

Il problema di per sé non è nuovo, ma si ripropone in forme senza precedenti perché la conoscenza dettagliata delle basi biochimiche dell’attività cerebrale può fornire strumenti molto più sofisticati di quanto non si possa disporre attraverso analisi comportamentali che si limitino alle conseguenze manifeste delle decisioni.Come tutte le conoscenze scientifiche, anche questa è di per sé un bene, al di là degli usi che se ne faranno. Ed è su questi che entra in campo la politica.

Se l’obiettivo è quello di potenziare politiche di promozione della libertà individuale, è necessario adoperarsi per attrezzare gli individui a farlo, senza scadere nel paternalismo (condizionamento) ma anche senza aspettarsi che la logica delle cose che metta tutto a posto. Se partiamo dalla convinzione che è bene che il potere pubblico non operi discriminazioni di alcun tipo e che le persone debbano poter scegliere più liberamente possibile, ad esempio sulle questioni dell’inizio e della fine della vita, allora è bene non assistere passivamente e mettere a frutto le conoscenze scientifiche per rafforzare politiche liberali e laiche in alternativa a politiche populiste, illiberali e fondamentaliste.

Una prima questione riguarda i mezzi di informazione. Il bombardamento multimediale dei nostri neuroni va conosciuto e misurato non più sulla base di generici criteri di valutazione, ma sulla base dell’effettivo potere di condizionamento degli individui, e come tale va governato. In un Paese come l’Italia le poche regole che esistono sono calpestate, e chi detiene i poteri mediatici si affanna a negarne l’efficacia sul piano elettorale.

Un secondo punto riguarda i contenuti. Se è vero che un’impostazione di illuministica e laica tolleranza possa facilmente soccombere di fronte a un messaggio che gioca su paure e riflessi antropologicamente radicati, non è un buon motivo per rassegnarsi. Non si tratta soltanto di mettere in atto “spinte gentili” (nudge) per indurre anche inconsapevolmente comportamenti che si reputano positivi, perché è evidente il limite di tale approccio stia nel rischio di paternalismo.

L’obiettivo deve essere quello di rafforzare gli strumenti a disposizione degli individui per affermare la propria autonomia: dall’educazione all’informazione, passando per il potenziamento di quei meccanismi di coinvolgimento democratico che forniscono – attraverso un tempo adeguato per il dialogo e il contraddittorio- la possibilità di formare opinioni non travolte dall’immediatezza della reazione. Anche un sistema istituzionale può favorire la responsabilizzazione della scelta politica se fondato sulla persona più che sull’organizzazione, sull’eletto rappresentante di (e responsabile di fronte a) un territorio e di una popolazione con i quali è in contatto diretto (dunque anche fisico, emozionale, empatico) invece che su un partito che gestisce un’ideologia attraverso un’organizzazione impersonale.

La storia dei totalitarismi ci insegna infatti la forza della burocrazia nel travolgere l’inibizione alla violenza proprio attraverso l’interposizione di una “catena di ordini” tra la persona che decide lo sterminio e quelle che lo subiscono. Oltre al metodo democratico, un importante valore aggiunto – anche rispetto al liberalismo classico- può arrivare dal metodo nonviolento. La nonviolenza gandhiana, che la pratica del Partito radicale ha collegato ancor più saldamente alla centralità del “diritto” oltre che della democrazia e della conoscenza, traduce principi liberali altrimenti percepiti come “astratti” in azioni e parole che si richiamano al vissuto delle persone e le coinvolgono anche sul piano emotivo. Naturalmente perché la nonviolenza sia davvero tale bisogna comunque rifuggire da ogni forma di manipolazione e tenere la ricerca delle verità – per quanto empiriche e relative esse siano- come criterio fondamentale dell’azione nonviolenta.

Un secolo fa, il fragile e storicamente brevissimo esperimento democratico fu travolto da sistemi di potere più efficaci nel collegarsi con i più profondi sentimenti e risentimenti diffusi presso le “masse popolari”. Per impedire che ciò accada di nuove, sotto forme aggiornate di clericalismi, razzismi e populismi, la conoscenza del funzionamento della nostra mente è una risorsa straordinaria da non trascurare.

Martedì, 8 giugno, 2010 - 17:20

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