Dibattito precongressuale

Nella sanità la secessione c'è già

marcello crivellini

Non è vero che in Italia si spende poco per la sanità: piuttosto i soldi vanno gestiti tenendo conto di esigenze e diritti dei cittadini, non in funzione di chi gestisce le strutture ospedaliere

Possiamo dire che in Italia ci sono due sistemi sanitari diversi. Il divario tra nord e sud è fortissimo. La prova è l'imponente fenomeno "migratorio" che percorre il nostro Paese.

In Italia, ci troviamo di fronte ad un servizio sanitario nazionale prevalentemente pubblico che comprende 700 mila dipendenti, in cui le regioni gestiscono direttamente una cifra nell’ordine di 110/120 miliardi annui: questo senza tener conto della cosiddetta quota privata che prevede altri 20-30 miliardi, e cioè i ticket, i pagamenti con carta di credito, gli introiti derivati dalle assicurazioni private; sostanzialmente, quindi, le regioni gestiscono direttamente questo enorme sistema economico e finanziario e di dipendenti e lo fanno tramite qualche centinaio circa di aziende. Tutto questo significa un enorme numero di appalti concentrati e quindi milioni di euro che ogni volta vengono affidati ad una società piuttosto che ad un’altra. C’è quindi un potere che passa sempre di più attraverso la gestione del personale: la massa di soldi che circola è enorme, massa che è seconda solo a quella relativa al sistema pensionistico, perché non esiste altro sistema così esteso costituito da una cifra pari a circa il 9,1 per cento del Pil; e poi c’è anche un potere, quello delle regioni, di decidere chi entra a far parte o meno di questo sistema, quindi soggetti privati che vi entrano a determinate condizioni: vi è, perciò, un potere di trattativa che qualcuno deve necessariamente avere e che in questo caso è in mano alle regioni. Possiamo considerare che i servizi sanitari sono quanto meno due, un po’ come se si trattasse di due Paesi completamente diversi: il primo sistema è costituito dai servizi sanitari regionali delle regioni del nord e di alcune regioni del centro, e l’altro è il servizio sanitario di un altro Paese che è quello del sud e di alcune regioni del centro.

In termini di risultati, infatti, di organizzazione sanitaria, di servizi erogati, stiamo parlando di due Paesi completamente diversi, tant’ è che si potrebbe tranquillamente parlare di un fenomeno migratorio, senza barconi, ma della stessa entità che, così come spinge dai paesi africani a Lampedusa, porta, forse anche in dimensioni maggiori, con gli aerei o con le auto, ad alcune regioni verso altre: questa invasione, questa migrazione extrasanitaria, invece che extracomunitaria, è della stessa entità e, nel caso delle migrazioni, motivata da ragioni di sopravvivenza, perché magari c’è la guerra o la miseria; nel caso della sanità perché la gente non vuole essere martoriata, vuole avere delle speranze di salute in più rispetto a quelle che avrebbe rimanendo nella propria regione. In questo caso, aggiungo subito, è un po’ un fenomeno inverso: mentre questo esodo biblico dall’Africa o da altri paesi è fatto soprattutto di povera gente o gente in difficoltà, qui tutto sommato questa migrazione extrasanitaria è compiuta da chi detiene più soldi ed è maggiormente informato. Quindi quelli che si trovano in condizioni peggiori rispetto ad altri o non hanno sufficiente conoscenza, non possono approfittare in nessun modo di questa migrazione, che peraltro la legge prevede e consente. Non si spende affatto poco per la Sanità in Italia, anzi semmai la critica che è possibile muovere è che si spende troppo: se ci vogliamo confrontare con tutti i Paesi migliori e industrializzati d’Europa in generale possiamo dire che l’Italia in media spende il 9,1 per cento del Pil, perfettamente in media con gli altri paesi Ocse. Non è, dunque, un problema di soldi e di risorse economiche: in questa questione, un dato che riguarda tutte le regioni è che in tutti i sistemi sanitari, anche i migliori, il rapporto con l’utenza è estremamente carente. I diritti dei cittadini, in termini di informazione e di strumenti che hanno a disposizione, sono molto vicini allo zero, anche nelle regioni migliori quali il Veneto, la Lombardia, la Toscana ecc.

Non c’è, poi, correlazione alcuna tra situazione sanitaria e governi di centro-destra e di centro-sinistra: ci sono regioni virtuose che sono governate dal centro-destra come dal centro-sinistra, ci sono delle regioni disastrate guidate da giunte di centro-destra come di centro-sinistra. Quindi il colore politico delle varie giunte regionali non costituisce alcuna differenziazione. Il divario tra nord e sud è fortissimo, però per quanto riguarda sia il Nord sia il Centro ci sono delle regioni quali la Lombardia, il Veneto, la Toscana, l’Emilia e il Piemonte in cui c’è una buona sanità. La Campania, la Calabria (di centro-sinistra e in condizioni disastrose), la Sicilia (di centro-destra), la Puglia, prima del centrodestra poi del centrosinistra: tutte le ultime regioni che ho citato sono quelle che da sole detengono l’80 per cento del deficit nazionale, e sono solo alcune che sono collocate proprio al Sud, poi c’è anche il Lazio, ad esempio, mentre per le altre ormai non c’è più un problema di deficit, o quanto meno se c’è, ha dimensioni gestibili. In sostanza, la spesa sanitaria non andrebbe aumentata nemmeno di un euro, anzi, semmai andrebbe un po’ diminuita: non è quindi un problema di recuperare risorse, bensì di impiegarle in maniera diversa, soprattutto in funzione delle esigenze di salute dei cittadini e non di chi gestisce la sanità le cui scelte vengono fatte, spesso, in funzione degli interessi di coloro che sono interni al sistema e non delle esigenze esterne di salute. È indiscutibile, perciò, che dovremmo prendere esempio da quei molti paesi che, a livello sanitario, spendono di meno pur offrendo servizi migliori. La vera proposta riformatrice per l’Italia è l’introduzione di un sistema Valutazione-Informazione- Scelta a tutti i livelli del sistema sanitario, trasformando il cittadinopaziente in soggetto attivo e strumento esso stesso di governo del sistema. Creare sistemi di valutazione quantitativa indipendente per tutti i servizi sanitari a tutti i livelli del sistema e rendere facilmente accessibile l’informazione sui risultati delle valutazioni. In tal modo nel sistema sanitario italiano - ora dominato da meccanismi di funzionamento tipici del pubblico impiego, da cronica indifferenza verso i diritti degli utenti, iperprotezione e tutela degli operatori e delle loro organizzazioni, invasività del potere dei partiti - si può immettere un nuovo fattore di governo: la scelta del cittadino, che finalmente influenzi il successo o il fallimento dei servizi.

Giovedì, 10 settembre, 2009 - 11:26

Eccetto dove diversamente specificato i contenuti di questo sito
sono rilasciati sotto la licenza Creative Commons: Attribuzione della paternità

Licenza Creative Commons

cc Associazione Luca Coscioni, via di Torre Argentina, 76 - 00186 Roma, Italia.
Tel. 06 689 79 286, Fax. +39 06 23 32 72 48, Email info [at] lucacoscioni.it
Posta Certificata: associazionelucacoscioni [at] pec.it