Meritocrazia unica via In Italia l’Università costa 7 miliardi di euro l’anno su una spesa statale di oltre 900.

La proposta FINANZIARE IL MERITO

Meritocrazia unica via In Italia l’Università costa 7 miliardi di euro l’anno su una spesa statale di oltre 900.

9 miliardi sono devoluti, in varie forme alla chiesa cattolica

La ripartizione dei fondi sulla base delle performance è diffusa in molti Paesi che vantano un sistema universitario funzionante. Erogare didattica di qualità e conseguire risultati di ricerca certificati dalla comunità scientifica attrae più fondi, necessari allo sviluppo dell’ateneo e delle sue strutture, incentivando a lavorare meglio e a reclutare personale qualificato su base strettamente meritocratica, anziché attraverso logiche baronali. I limiti più gravi del Titolo II del DDL Gelmini, in quest’ottica, sono due. Primo, non vengono definiti gli strumenti di valutazione delle performance, indicando solo uno sterile novero di linee guida sulla base delle quali è data delega al governo di stabilire con decreto successivo i criteri. Pensiamo che un DDL in cui la meritocrazia è l’elemento cardine non possa sbrogliarsi con una delega dalla spinosissima questione della valutazione di ricerca e didattica.

Il secondo problema è che il DDL prevede la distribuzione su base meritocratica dei finanziamenti “senza oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica” – mantra reiterato decine di volte nel testo del DDL. Viene da chiedersi come questo possa non solo portare a risultati significativi – la competizione per le risorse si può innescare solo in presenza di effettive risorse per cui competere – ma come possa essere perfino praticabile: ridistribuire una frazione del fondo di finanziamento ordinario in modo differenziato non può che portare numerosi atenei allo stato di dissesto finanziario, visto che circa il 90% del fondo stesso è attualmente necessario per pagare gli stipendi del personale docente e tecnico-amministrativo. Occorre pensare a istituire un Fondo premiale, da distribuire sulla base del merito e aggiuntivo rispetto al finanziamento ordinario. L’investimento andrebbe stabilito, su base pluriennale e in funzione delle disponibilità di bilancio, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze e secondo linee strategiche diversificate per aree disciplinari: nessuno si dovrebbe scandalizzare all’idea, diffusa in tutti i Paesi civili, che lo Stato, di volta in volta, decida di investire più in certi settori critici della hi-tech che non in altri.

Non siamo tra quanti si stracciano le vesti per denunciare il cronico sotto-finanziamento: siamo consapevoli che un nodo è anche quello della cattiva ripartizione e della dilapidazione delle risorse. Siamo, però, altrettanto convinti che scuola, università e ricerca siano tra i settori fondanti di una società che voglia aspirare a progredire nel mondo globale; e che, se si condivide questo principio, non ci si possa sottrarre all’onere dell’investimento. A questo proposito, e per evidenziare quanto realistica sia la nostra proposta, vogliamo ricordare che l’intero pianeta università in Italia costa circa 7 mld di euro all’anno – con tagli già in atto e altri programmati per gli anni a venire – su una spesa statale corrente annua di oltre 900 mld. La somma va comparata con gli oltre 9 mld devoluti, in varie forme, alla chiesa cattolica (secondo i calcoli eseguiti da Piergiorgio Odifreddi) e con i circa 14 mld che destiniamo ogni anno alle famigerate province.

Vale anche la pena ricordare le parole del ministro Brunetta che pochi mesi fa ha dichiarato di voler istituire un fondo per il merito, da destinare al personale più produttivo delle pubbliche ammini strazioni, di importo complessivo compreso tra 5 e 10 mld all’anno. L’introduzione di meccanismi di diversificazione del finanziamento agli atenei non può inoltre prescindere, a nostro avviso, da una liberalizzazione delle tasse universitarie, consentendo agli atenei virtuosi di concorrere, in percentuale significativa, al proprio finanziamento. Ma la creazione di un nuovo modello sociale in cui l’utenza sceglie la sede dei propri studi alla luce di valutazioni qualitative richiederebbe la diffusione di una cultura diversa che riteniamo passi necessariamente attraverso l’abrogazione del “valore legale” del titolo di studio: il pezzo di carta che vi mettono in mano a fine corsa non conta, contano invece le conoscenze che avete acquisito.

Giovedì, 15 aprile, 2010 - 13:42

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