A Massimo Volume tra precariato e libertà

di Andrea Bergamini

La provincia e il centro urbano, il linguaggio come codice del reale, i politici veri e quelli incapaci: questo il racconto attraverso gli occhi e la scrittura di un autore eclettico

 Alla fine degli anni Ottanta la scena rock italiana saluta l’emergere del gruppo musicale dei Massimo Volume come un evento. Sono anni in cui la tendenza a semplificare, anche in campo musicale, si sta consolidando e da subito colpisce la forza innovativa di un gruppo italiano che invece torna a mescolare rock e letteratura. Il leader del gruppo e cantantereader è Emidio Clementi. Intelligente, con gusti intellettuali felicemente disordinati, ex cultore di Mircea Eliade, Clementi sa che l’arte (la musica, la scrittura) è un lavoro serio e faticoso e a partire da metà degli anni Ottanta all’attività di musicista affianca quella più appartata di scrittore con risultati maturi e intensi. Si ricordano “La notte del Pratello” (Fazi, 2001), “L’ultimo Dio” (Fazi, 2004) e “Matilde e i suoi tre padri” (Rizzoli, 2009). Con lui ragioniamo di provincia, linguaggio, scrittura e libertà.

Le ultime elezioni regionali ci hanno inaspettatamente descritto una forte divaricazione, almeno in termine di scelte politiche, tra provincia e centro urbano di riferimento. Tu, in particolare nei tuoi libri, oltre che nei testi delle canzoni dei Massimo Volume, ha raccontato la “tua” provincia che spesso coincide con l’infanzia e l’adolescenza. Che luoghi sono oggi la città e la provincia nella tua visione ed esperienza?
Innanzitutto lasciami dire che tradizionalmente e storicamente si guarda alla provincia come a un luogo retrivo, separato dalla città, invece per me la provincia italiana ha dato moltissimo a questo paese. In particolare sul piano culturale. E non parlo solo di provinciali che poi praticano la cultura nei centri urbani, ma di veri movimenti, di proposte che si sono formate nelle periferie del nostro paese. Tra l’altro l’Italia, diversamente dalla Francia, non è centrata sulla sola e unica capitale, ma vive proprio dell’esperienza di più centri e quindi anche delle sue province, che danno un contributo molto più nobile e interessante di quello che normalmente accade in paesi come la Francia.

Alcuni hanno parlato di un fenomeno quasi americano, con le province saldamente in mano ai conservatori e i centri urbani espressione del progressismo politico e culturale.
Non direi. I dati infatti ci dicono che ampie zone della provincia italiana, magari anche per tradizione, continuano a essere legate ai partiti più progressisti. Per esempio, le mie Marche. Sul piano culturale ci possono essere delle differenze, ma di grado. In provincia certi comportamenti, forse, sono maggiormente censurati perché la comunità è più piccola, ma non ho mai l’impressione che a confrontarsi nel rapporto tra città e provincia ci siano davvero due concezioni del mondo diverse se non opposte.

Spesso l’appartenenza è legata al linguaggio. Tu hai l’impressione di parlare una lingua comune o una lingua della solitudine, dell’anomalia?
Domanda difficile. Sì, comunque ho l’impressione di parlare una lingua comune, che non è propriamente tale, nel senso che è comprensibile soprattutto nel mio ambiente. Quando infatti mi rapporto al cosiddetto “mondo di fuori” trovo maggiori difficoltà. E’ una difficoltà che riguarda tecnicamente le espressioni che normalmente uso e che ovviamente esprimono un’idea del mondo, dei rapporti, degli individui. A volte questo ingenera in me un senso di estraneità o di assenza di comprensione. Questo si verifica anche quando c’è un salto generazionale e non solo di ambiente. Spesso mi accorgo che per le generazioni più giovani alcuni aspetti del mio linguaggio non sono più comprensibili.

Come descriveresti il tuo linguaggio, anche in termini di concezione del mondo?
Non c’è dubbio che il mio linguaggio si sia modificato nel passaggio dalla provincia marchigiana a Bologna e si sia consolidato frequentando un ambiente che altrove viene descritto come “alternativo” (espressione che non amo), ma che io descriverei come “marginal-culturale”.

Che caratteristiche ha? Quali sono i valori di riferimento di questo ambiente?
Mi viene da dire che è un ambiente che si è fondato sulla precarietà come scelta di libertà. Sapevamo a cosa andavamo incontrato, perché eravamo consapevoli che l’Italia non era un paese di welfare universale. Non ci aspettavamo perciò la certezza di un sussidio di routine. Facemmo quella scelta per il bisogno di esprimerci, sulla scorta anche di alcune critiche al mondo culturale e artistico ufficiale.

La precarietà come base di libertà è un valore che praticate solo nel vostro ambiente o che avverti come vivo anche, per esempio, nelle nuove generazioni?
Nel mio ambiente è qualcosa che avverto ancora come vivo, vitale. Quando capita di incontrarsi con le persone che appartengono a una sorta di “scena” letteraria e musicale che è anche la mia, mi rendo conto che è proprio questa scelta di vita a tenerci uniti, più che un’omogeneità di poetiche o di canoni espressivi.

Ritieni che oggi questa scelta sia ancora rispettata all’esterno o hai l’impressione che sia una scelta considerata inutile o addirittura futile?
Credo che sia ancora rispettata.

In che cosa la lingua della politica ti sembra efficace o fallimentare nel raccontare le vite delle persone?
Io sono portato più a parlare del fallimento, perché ho l’impressione che anche quando lo sforzo della politica o di alcuni politici è encomiabile nel tentare di avvicinarsi alla vita, alla fine tende ad arrivarci sempre con ritardo. E’ come se non riuscisse mai ad afferrare il reale nel momento in cui accade, si consuma. A volte ho l’impressione sia un’incapacità strutturale.

Non hai mai avuto l’impressione che ci fosse un politico nazionale o mondiale che invece avesse questa capacità di cogliere il presente?
Forse in questo momento Vendola, nonostante la sua vanità che mi indispone, sembra avere questa capacità. Che io collego anche alla capacità di essere una persona, con l’impegno all’ascolto, lo sforzo di lettura della realtà, la presenza di convinzioni e sentimenti. A lui aggiungo Obama, che ovviamente ricevo in forma più mediata. Obama è un politico che non riesco a considerare come tale, e che invece naturalmente tendo a considerare in prima istanza come una persona. E’ solo in momento successivo che penso al ruolo che ricopre. E’ un uomo con cui mi piacerebbe parlare, con cui mi piacerebbe andar a cena insieme. Invece fatico con il resto dei politici a immaginare di avere un rapporto personale, perché mi sembrano tiranneggiati proprio dal loro ruolo, dalla loro funzione. Con loro la persona sembra arrivare sempre dopo.

Come descriveresti la libertà?
Posso risponderti immaginando di essere sul lettino dello psicanalista. Per me la libertà è la facilità di parola. Quando scovo tre frasi belle di fila, che funzionano, e due strofe in una canzone, io avverto uno straordinario senso di libertà. Probabilmente perché incarna una capacità di espressione che faccio coincidere con la libertà e che a volte mi è negata.

Qual è la più grande minaccia alla tua idea di libertà?
E’ appunto il non riuscire a esprimermi con la compiutezza che ricerco. A volte mi capita nella scrittura di avere un’idea, e in quel momento provo un forte senso di libertà, che però viene frustrata non appena mi accorgo che la modalità per esprimerla non è quella più consona. Dentro di te sai come dovrebbe essere, eppure non riesci a realizzarla. E questo lo vivo proprio come un’aggressione alla mia libertà.

Pensi che la libertà, così come è tradizionalmente concepita, sappia difendere anche gli anomali? O necessariamente non può contemplarli?
Se nel rispondere a questa tua domanda posso prendere in considerazione i secoli passati, mi verrebbe da dire di sì. Nel senso che un tempo gli “anomali” venivano espulsi o eliminati dalla società. La loro libertà non era minimamente contemplata. Pur considerando tutti i limiti, posso dire di sentirmi protetto dalle cosiddette democrazie-liberali di stampo occidentale.

Che idea ti sei fatto del rapporto della società italiana con la conoscenza e la scienza?
Secondo me, per quanto avvilita, la conoscenza e la scienza hanno ancora un loro peso di fascinazione. Come ce l’ha scrittura, la parola, anche se ho maturato dei forti dubbi sulla capacità di questa parola di incidere sulla realtà. A volte ho l’impressione che si potrebbero scrivere dei testi con brani del “Mein Kampf” di Hitler e questo susciterebbe l’indignazione un po’ da erudita di un paio di persone. Non susciterebbe emozione tra i più.

Quindi al di là della scrittura ritieni che ci sia rispetto per il sapere …
Sì, credo di sì. Secondo me verso i detentori del sapere continua a esserci anche un timore reverenziale e ogni forma di disprezzo del sapere assomiglia più alla frustrazione di chi non ce l’ha e lo invidia con forme di rancore più o meno celate.

*Emidio Clementi Cantante, musicista e scrittore italiano. Nel 1980, a Bologna, fonda i Massimo Volume. A partire dal 1997, parallelamente all'attività di musicista, affianca quella di scrittore, pubblicando vari romanzi. Inoltre i suoi lavori editoriali si sono spesso evoluti in veri e propri reading portati in giro per tutta l'Italia

Lunedì, 14 giugno, 2010 - 14:14

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