Intervista al professore Carlo Umiltà

Ma c'è chi vuole solo liberarsi degli psicologi

Valentina Stella

Una panoramica sui pericoli delle neuromanie e i vantaggi della neuroimmagine

Il cervello, la mente, la coscienza, il comportamento hanno sempre interessato filosofi e scienziati. Nei secoli si sono susseguite tante e diverse risposte circa la questione del sé, e il dibattito non sembra affatto potersi chiudere, come si evince dalle diversi posizioni in materia.

Lei critica in generale la neuro-mania, ma in particolare la neuro-etica. Come mai?

In primo luogo, l’uso di un nome nuovo per riferirsi a un campo di ricerca che nuovo non è rischia di essere fuorviante, di indurre la falsa convinzione che ci siano stati cruciali passi avanti. Nel caso della neuroetica, si può sostenere che l’interesse nelle basi neurali del comportamento etico risalga al famoso paziente Phineas Gage, studiato a metà del XIX secolo. L’uso del termine neuroetica al posto di neuropsicologia del comportamento etico, nel caso delle ricerche di neuroimmagine, segnala poi un pericolo ben maggiore. Tipicamente, al soggetto che partecipa alla ricerca si chiede di eseguire un compito che porta allo svolgimento di processi mentali noti. Contemporaneamente, si determina quali aree cerebrali si attivano selettivamente per lo svolgimento di quei processi mentali. Dunque, le ricerche di neuroimmagine hanno due aspetti critici: determinare i processi mentali necessari allo svolgimento del compito speri- mentale e determinare le attivazioni cerebrali. Il secondo aspetto è problematico a causa delle procedure sperimentali, molto rudimentali (si pensi alla sottrazione cognitiva, che risale al 1868), impiegate per eliminare le attivazioni non rilevanti. Purtroppo il secondo aspetto è ancora più carente: allo stato è impossibile determinare i processi mentali coinvolti nello svolgimento di un compito; tanto meno è possibile determinare il loro decorso temporale. Il passaggio dalla neuropsicologia del comportamento etico alla neuroetica fa temere che si voglia semplicemente aggirare il problema, liberandosi degli psicologi e assumendo come noto ciò che invece noto non è.

Lei si definisce un riduzionista e con cautela un localizzazionista. In base alle nuove ricerche, resta fermo su questa posizione? Mente e cervello coincidono?

Si, certo, resto un riduzionista e, sinceramente, non vedo come un neuroscienziato cognitivo possa non esserlo. Le recenti ricerche hanno cambiato poco per me: hanno semplicemente precisato conoscenze già disponibili sulla base dello studio dei pazienti cerebrolesi (la neuropsicologia). Studio che ormai ha una storia di 150 anni. La mia cautela sul localizzazionismo dipende dal fatto che ritengo che tutti i processi mentali, anche i più semplici, dipendano da reti piuttosto complesse di neuroni, che coinvolgono varie aree cerebrali (questa è la causa delle grandi difficoltà concettuali che incontrano le attuali ricerche di neuroimmagine).

Secondo Lei esiste una relazione, una influenza, tra processi neuronali, ambiente e comportamento?

Si, non ci può essere il minimo dubbio. Il cervello è molto plastico e si modifica sotto l’influenza dell’ambiente e dell’esperienza. L’idea che “neurale” e “geneticamente determinato” coincidano è risibile. Ovviamente, l’ambiente agisce sul comportamento modificando il cervello.

 

Quali sono i vantaggi della neuroimmagine?

Il vantaggio è che le ricerche si possono pianificare e non è necessario attendere che la natura intervenga con un evento patologico casuale. Se, però, la natura ci mette a disposizione il paziente “giusto” e noi siamo in grado di fare le domande “giuste”, le risposte che otteniamo con la neuropsicologia sono molto più convincenti di quelle fornite dalle neuroimmagini.

Secondo Lei, conoscendo i meccanismi del cervello, non si rischia di mettere in mano a politici, mass media e chiunque voglia persuadere un pubblico uno strumento pericoloso di inganno?

No, direi proprio di no. Tuttavia, la domanda è poco tempestiva. Che senso avrebbe avuto fare una domanda simile ai fisici del XVI secolo, di era pregalileiana. Siamo ancora lontanissimi dal conoscere i meccanismi del cervello. Localizzare i processi mentali nel cervello, ammesso e non concesso che noi sappiamo che cosa localizzare e come, non spiega certamente i meccanismi del cervello.

Che definizione, ad oggi, darebbe di coscienza?

Ho pubblicato diversi articoli sulla neuropsicologia della coscienza. Ho scritto il capitolo su coscienza e azione per il Cambridge Handbook of Consciousness (2007) . Non mi sono, però, mai posto il problema di definire la coscienza. Continuerò così.

Regge ancora la spiegazione computazionista della mente umana?

Si, direi di si. Non mi sono accorto che negli ultimi 20 anni ci siano state modifiche concettuali importanti. A mio avviso, l’ultima è stata l’introduzione dei modelli computazionali connessionisti nella prima metà degli anni ’80 del XX secolo.

Non fa paura pensare che un domani non ci sarà più nulla da scoprire sul cervello, eliminando ogni scarto di immaginazione e mistero?

Come ho detto, purtroppo questo è un problema che ci dovremo porre solo fra molti decenni. Aspettiamo almeno che le neuroscienze cognitive entrino nella loro era galileiana.

Mercoledì, 9 giugno, 2010 - 12:57

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