In libreria

a cura di Maria Pamini

Domenico Gioffrè (a cura di), Il dolore superfluo, Erickson, pp. 129, euro 16,00

Il dolore superfluo documenta uno dei tanti ritardi in campo medico-sanitario e, soprattutto, culturale del nostro Paese: perché l’Italia è tra gli ultimi Paesi in Europa ad utilizzare le terapie del dolore. Il libro è curato da Domenico Gioffrè, attivo nella diffusione delle cure palliative e tra i redattori della “Carta dei diritti sul dolore inutile” (presentata da Cittadinanzattiva e dal Tribunale per i diritti del malato nel 2004). I contributi presentati provengono da autori con approcci disciplinari diversi, da quello filosofico di Salvatore Natoli a quello religioso di Giovanni Filoramo, da quello antropologico di Antonio Guerci a quello teologico di Gianfranco Ravasi e a quello psicoanalitico di Simona Argentieri. Il dolore di cui si parla è soprattutto quello legato alle patologie croniche, in particolare quelle oncologiche.

Qui la sofferenza fisica perde la sua funzione classica biologica di ”sentinella” della malattia e diventa essa stessa una malattia da curare. Ma perché in Italia la situazione è ancora così arretrata? “Fanno resistenza condizionamenti culturali di varia natura: il pregiudizio che il dolore sia inevitabile perché connaturato alla malattia, il vissuto del dolore in chiave spirituale, l’associazione della morfina per uso terapeutico con le sostanze stupefacenti che inducono assuefazione, le difficoltà burocratiche nella prescrizione dei farmaci oppioidi, la resistenza degli stessi malati che non di rado rifiutano l’accesso alle cure con oppioidi ritenendo la morfina un farmaco di fine vita e quindi psicologicamente da respingere”. Nel nostro Paese gli ostacoli normativi giustificano in gran parte l’insufficiente impiego di medicinali oppioidi dal momento che per prescriverli è necessario utilizzare un ricettario speciale, mantenendo ancora in vita l’associazione tra morfina per uso terapeutico e sostanze stupefacenti.

Questo pregiudizio culturale è rafforzato dalla legge sulla droga del 2006 dove si afferma (quando è ormai provato il contrario) che i principi attivi impiegati nella terapia del dolore inducono “grave dipendenza fisica o psichica”. Nei diversi saggi si pone l’accento ripetutamente sull’importanza degli aspetti relazionali e psicologici delle terapie del dolore. Se, da una parte, il malato deve imparare ad accettare e a parlare della propria pena senza imbarazzo e reticenze, dall’altra medici e paramedici devono parlare con il paziente per rassicurarlo e fornirgli gli strumenti per eventualmente dominare il dolore. La paura, infatti, tende ad abbassare la soglia stessa della percezione della sofferenza fisica. Ciò che stupisce e personalmente sconforta è che siano presentate in contrasto tra loro l’applicazione delle cure palliative e la regolamentazione dell’eutanasia.

L’argomentazione qui presentata è che il malato che vuole porre fine alla propria sofferenza con l’eutanasia potendo poi usufruire di una terapia del dolore adeguata spesso recede dall’intento di morire. Ma ciò non nega la bontà di una legge che sottragga l’eutanasia alla clandestinità e dia al malato il diritto all’autodeterminazione. Sapere di poter decidere tempi e modi della propria dipartita è già di per sé una “terapia” che può infondere il coraggio e le motivazioni necessarie per continuare a vivere. Nessuna contraddizione, dunque. “Nessun impegno può essere più forte di quello di difendere la vita anche quando questa significasse seguire la volontà del paziente di abbandonare l’esistenza: non gesto di debolezza e di rinuncia, ma atto di suprema libertà, che riconosce la propria incapacità a tollerare la sofferenza, a perdere la propria essenza di uomo” (dalla prefazione di Umberto Veronesi).

Lunedì, 12 gennaio, 2009 - 19:53

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